ANGELO GATTI.
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IL MERCANTE DI SOLE.
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1942. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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Parte 1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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A ILIA.
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Ilia e Alberto, 1930.
Il mercante di sole, 1942.
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CAPITOLO 1.
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La littorina, che va da Asti a Chivasso, correva furiosamente sulla via in trincea; di tanto in tanto, a un passaggio a livello, un contadino fermo nel campo con i buoi la guardava, sbattendo le ciglia. A tratti una stazioncina appariva, la carrozza fischiando rallentava, il capotreno, berretto sulla nuca e colletto sbottonato, correva verso il capostazione, che gli sventolava in faccia una bandierina rossa. Qualche viaggiatore, intanto, saliva e scendeva in silenzio; poi, la carrozza, cigolando da tutte le giunture, si rimetteva a correre furiosamente. A vederla di dietro, pareva che muovesse la coda.
Cominciava un pomeriggio di luglio soffocato e abbagliante, e un calore d'incendio, un odore d'arsiccio gravavano sulla campagna. Paesi calcinati, vigne bruciate dal verderame e ingiallite dalla polvere, campi mietuti, spaccati dal gran secco, apparivano e sparivano nell'aria immobile. Sulle strade deserte gli alberi non gettavano ancora ombra; qualche uccello, tornando al nido, provava a cantare, ma nessuno gli badava.
I contadini, quasi tutti di ritorno dal mercato di Asti, risentivano gli effetti del calore e della fatica. Le donne, specialmente, s'abbandonavano disfatte sulle panchette di velluto. Avevano tutte qualche cosa in grembo, bambino o canestro; il fardello scivolava gi, e le donne lo riprendevano a mezza strada, con un gesto macchinale. Di persone civili c'erano soltanto un grosso parroco, che un poco leggeva il breviario, un poco discorreva con un uomo anziano il quale, per darsi importanza, quando non aveva niente da fare, gonfiava le gote e soffiava; e due signori. Di questi, un giovanottone robusto sui trentacinque anni allineava numeri in un libricino, stringendo di tanto in tanto le labbra e girando lo sguardo fuori dalla carrozza, come per cercare in cielo la quadratura dei conti; gli stava a lato una bambinetta seria, con gli occhi azzurri, di forse dieci anni, che, quando il giovane cessava di scrivere, gli prendeva una mano, e la carezzava appassionatamente. L'altro pareva intorno alla sessantina; dignitoso ma cortese, si faceva pi in l, senza dimostrar fastidio, se qualcuno lo urtava non volendo, o gli ficcava un braccio nel fianco. Qualche donna, al mercato, aveva dovuto unire con la verdura un mazzetto di basilico o di menta, perch un profumo d'erbe buone correggeva il tanfo della carrozza. In un angolo due vecchi discorrevano in segreto: con gli occhi negli occhi, le gambe incastrate, la bocca appiccicata all'orecchio, s'erano messi a vicenda le enormi mani sui ginocchi, come per inchiodarsi al piancito; non vedevano n udivano nulla di quanto succedeva intorno.
Ad un tratto, un contadino strabico, che da un pezzo ne guardava stizzosamente un altro di fronte, si alz e chiuse il vetro del finestrino, gridando:
"Non voglio prendere una polmonite per voi."
"Chi vi dice di prenderla," rispose l'altro, indifferente, e il primo non seppe che cosa ribattere; un colore bilioso sulle guance, continu a sfidare con gli occhi il compagno. Al mercato gli era andato male un affare.
"Qui dentro, per, si scoppia," mormor un vecchio, e una donna annu con la testa, un'altra sospir.
"Non voglio prendere una polmonite," ribatt il contadino strabico; la gente, tacque, rassegnata. Nel silenzio, il parroco mosse lamento con l'uomo che si dava importanza del vizio di ballare, oramai comune alle ragazze; l'altro a guance rotonde rispose: "Che cosa volete, sono giovani," e quando fin fiato e discorso ciondol la testa.
Ora la littorina s'era fermata ad una piccola stazione gialletta tutta silenziosa, cinta da siepi di geranii. Un campanello squillava sul muro esterno; il capotreno, saltato gi con un foglio in mano, s'era imbucato in una porta, subito richiusa. La carrozza, sola sola sulle rotaie, bruciava. Sulla facciata della stazione si leggeva il nome del paese, "Serravalle", ma il paese non appariva; dai finestrini si scorgevano, invece, la strada maestra polverosa, un piazzaletto deserto e un'osteria con le tende a strisce rosse e azzurre. A vederla, veniva una gran voglia di bere, la lingua arida girava nella bocca, tutti sospiravano un bicchiere di birra fresca, una gasosa, un'aranciata; si doveva star bene l dentro. Le cicale stordivano, e il campanello continuava a suonare.
"Che cosa aspettiamo," domand una donna con un bambino, che smaniava accennando a destarsi.
Nessuno rispose, salvo il signore.
"La coincidenza. Questione di pochi minuti."
"Sempre cos dicono. E poi sono ore."
"Eccola," disse cortesemente il signore.
Infatti una littorina infilava il binario di scambio; fischi, e traballando si ferm. Qualcuno scese, ma la piccola stazione non diede segno d'essersi accorta dell'arrivo. Quasi vergognosa dell'accoglienza, la nuova giunta, senza far rumore, riprese la sua strada e con gran furia spar. Quella arrivata prima non si mosse.
"Ecco i pochi minuti," disse un contadino con una maglia a strisce rosse e bianche, fissando malevolmente il signore che aveva accennato alla coincidenza.
"Forse aspettiamo un'altra coincidenza," sugger la donna di prima.
"Non dite stupidaggini; faccio questa strada tutti i giorni, e non ci sono due coincidenze di seguito," interruppe il contadino dalla maglia rossa e bianca; e, nel nuovo silenzio, si riud il parroco:
"Nemmeno se gli negate l'assoluzione rinunciano al ballo."
Dall'alba i contadini erano in piedi, girando e gridando; la primavera asciutta aveva rinsecchito il maggengo, poi, poco innanzi alla mietitura, il grano s'era allettato e ammuffito con le piogge dirotte; tutto a rovescio; l'ira e la stanchezza, perci, covavano in loro confuse, ma grevi. Seduti in fila, immobili, col dorso troppo lungo rispetto alle gambe, soltanto i pi giovani e i ragazzi mostravano un viso a s; da una certa et in su, gli altri si somigliavano; la fatica e le intemperie avevano distrutto ogni espressione particolare, e dato alle membra un'eguale legnosit. Guardavano la campagna tristi e un po' ridicoli, quasi tutti con un cappellino troppo stretto in bilico sulla punta della testa, e la pelle del viso cos tirata, che disegnava il teschio. Il tanfo dei corpi, misto all'afrore delle erbe che cominciavano ad appassire si faceva sempre pi acuto; ora, dalle ceste, odoravano forte anche i sedani, i pomodori e i peperoni. Due oche candide, chiuse in una reticella, di tanto in tanto starnazzavano in un angolo, cercando di rizzarsi.
La campagna rafforzava l'impressione di monotonia della littorina. Gli alberi erano diversi, qui pioppi, l platani, pi in l acacie e faggi; ma tutti formavano una macchia dello stesso colore verde. Anche i prati, i campi, le vigne, i boschi s'impastavano insieme, in distese giallicce; e i paesi, che ad ogni svolta di strada comparivano sui cocuzzoli, attorno a un campanile e ad un castello continuamente differenti, finivano col formare un paese solo. Dall'immobilit e dal silenzio emanava un senso d'infinito.
"Arriva il capotreno; partiamo," disse il vecchio signore, e i volti si spianarono; sembr perfino che si movesse un filo d'aria. Il giovine dai numeri guard la piccina, che gli mise la mano sul ginocchio, con un atto affettuoso; se non fosse stata cos piccola, si sarebbe detto di protezione.
Il bambinetto, che gi da qualche minuto dava segno d'inquietudine, scoppi a piangere. Aveva una testa grossa di mela flaccida, e un pancino gonfio, enorme a paragone delle gambette stecchite; con le manine molli cercava d'afferrarsi i piedi e non ci riusciva. Nella bocca spalancata spuntava un dentino storto; e la madre gi sfatta, cercando di calmarlo, spalancava anche lei una gran bocca sdentata. Le grida trapanavano l'aria, e i contadini cominciavano a dimostrarsi insofferenti, sebbene nessuno ancora protestasse apertamente, perch parlare  faticoso. Soltanto i due vecchi che si discorrevano all'orecchio, incastrati ancor pi l'uno nell'altro, continuavano il dialogo senza udire il pianto.
"Piccino, eh, piccino," disse lietamente il solito signore; e alz una mano, mentre dalle labbra gli usciva un fischiettio lievissimo, che sembrava di velluto. Il fischiettio, prima lento, poi a mano a mano pi rapido e allegro, fin improvvisamente in un "ol;" e il signore fece anche schioccare le dita. La gente si volse a guardare; il giovinotto che scriveva smise; dalla bocca del curato casc l'ultima parola: "svergognate."
Ora il signore aveva preso dal suo cappello alla cacciatora una pennina di pavone che l'adornava, e la faceva prillare al sole. Anche un brillante che aveva in dito sprizzava fochetti lucenti, che ballavano sul visetto del bambino, e, di tanto in tanto, sfiorandogli le palpebre, gliele facevano sbattere. "Stellina bella, stellina d'oro," cantarellava il signore; e, sorpreso dalla luce, il piccino piano piano taceva, con una specie di meraviglia e di curiosit negli occhietti acquosi.
" carino," osserv il signore alla madre, " carino. Ha la bocca e il mento vostri. Di solito deve anche essere quieto."
"Oh s," rispose la madre per far piacere al signore ben vestito; ma non era vero.
"I bambini, quando sono sani, sono tutti buoni. Dico bene?" domand il signore ad una donna anziana, che pareva una fattora.
"Certo," rispose quella, rossa ma lusingata.
"Ahi," osserv un grosso contadino al giovane che faceva i conti; "mi pestate un piede."
"E voi m'avete annoiato, con la vostra testa sulla mia spalla a guardare quel che scrivo," rispose tranquillo il giovane, risolvendosi a togliere il piede di sulla grossa scarpa dell'altro; il quale si scost borbottando. Quando fu due palmi lontano, il giovane amabilmente s'inchin.
Il breve scontro non era sfuggito al vecchio signore, che sorrise un poco al giovane; e i due furono legati da una tacita simpatia. Poi il vecchio torn a rivolgersi al contadino strabico e bilioso, che adesso guardava male il bambino. Finito di piangere, il piccino frignolava.
"Voi invece non siete del parere che i bambini sani siano tutti buoni."
Il contadino alz le spalle.
"Ma quando mai gli uomini sono del parere delle donne?" continu il signore, mentre queste ridevano. "Brav'uomo, permettetemi di restituirvi il vostro biglietto. Se ripassa il capotreno e non glielo presentate, vi multa."
"Me l'ero messo qui," rispose l'altro, e, tenendo stretto il biglietto nella sinistra, si frug con la destra nella tasca; ma non c'era. Rest a fissare poco persuaso il donatore, riguard il biglietto, riponendolo nel panciotto, e si scost anche lui. Questa fu la volta per il giovinotto di contraccambiare il sorriso al vecchio signore.
"Quanti ne avete?" riprese il signore sempre rivolto alla donna anziana. Parlava in un modo cos gentile, da ispirare subito confidenza.
"Due. Grandi."
"Dove?"
"In guerra," e al suo sospiro, sembr che nella carrozza, chi pi chi meno, sospirassero tutti.
Apparve ad un tratto evidente una singolarit dei viaggiatori. Erano quasi tutti uomini fatti e vecchi, donne e ragazze; giovani pochi, fuorch il signore dai numeri e due contadinotti, che se ne stavano zitti e quieti sull'ultima panchina, seduti di tre quarti, quasi per assottigliarsi e sfuggire alle occhiate curiose. La guerra era piena, e da un mese i giovani e gli uomini validi combattevano su quelle Alpi che si vedevano all'orizzonte; forse, la lontananza dei figli, dei fratelli, degli sposi aggiungeva un motivo alla tristezza e alla scontentezza diffuse nella carrozza.
"Non conosco mestiere pi degno di quello del soldato," disse il signore, che s'era accorto dell'accresciuto malessere, e voleva dissiparlo. "Vita sana, nessuna preoccupazione personale, l'onore di servire la patria. Noi Piemontesi siamo sempre stati soldati."
"Voi anche?"
"S, volontario nella guerra grande. Quattro anni."
"Tutti soldati," conferm l'uomo che gonfiava le gote. "Mio nonno ha fatto la guerra di Crimea, del Cinquantanove, del Sessantasei. Mio padre, la prima d'Africa. Io quella di Libia e la grande. Mio figlio quella di Spagna, dell'Africa Orientale, e adesso  richiamato; da sei anni  sempre in guerra."
"Io sono caporalmaggiore dell'artiglieria da montagna", dichiar un terzo spiccando le sillabe; doveva essere un grado importante, perch molti scossero la testa, e due o tre dissero: "ah." Ma il contadino segaligno ribatt bellicosamente: "E io carabiniere; e un carabiniere, molte volte, vale pi d'un generale." La sfida per cadde come una pietra nel pozzo.
Giungevano rapidissimi, venendo da Mirafiori, due aeroplani, e il rumore riempiva terra e cielo. Per qualche secondo i velivoli inseguirono la littorina come per beccarla; poi bruscamente deviarono, impiccolirono, sparirono. I volti, che s'erano illuminati di meraviglia orgogliosa, e quasi d'un pensiero, ritornarono chiusi e senza espressione. Qualcuno ramment l'incursione aerea nemica su Torino, la prima della guerra, avvenuta poche notti innanzi; l'aveva veduta dal proprio paese, o udita raccontare da chi l'aveva sofferta. Ma i discorsi del vecchio signore e la serenit della campagna avevano prodotto l'effetto benefico; il bombardamento parve lontano, nello spazio e nel tempo.
"La guerra ha il suo lato brutto, ma  una grande scuola," ricominci l'uomo che sbuffava, dndo un'occhiata circolare, come per richiamare tutti all'attenzione. "Distrugge la paura. Io sono presidente dei combattenti e del Dopolavoro nel mio paese. Le sere d'inverno, tra noi, ci raccontiamo le nostre avventure di trincea; fatti strabilianti, da rimetterci la pelle. Ma gli uomini hanno le ossa pi dure dei gatti, dicevo l'altro giorno al vice prefetto, che s'era degnato di venire a pranzo a casa mia. Una casa modesta, ma lui  tanto alla mano. Non  vero, signor parroco?
"Brava persona," annu il parroco, "brava persona;" e non si sbilanci di pi.
"Debbo credere che sia anche lui nemico acerrimo del ballo?" disse il vecchio signore. "Ma tu, che cos'hai nel naso?" domand ad un ragazzetto che gli appoggiava le mani sudice sui calzoni.
"Non se lo pulisce mai," disse la madre, e, ad ogni buon conto, assest uno scapaccione al figliuolo, che si mise a piangere.
"No, no," continu il signore; e, allontanando senza parere il ragazzo, finse di mungergli dal naso due soldi, che graziosamente gli regal. "Volevo levargli questo gonfiore," aggiunse spolverando con cura i calzoni. "E in quanto al ballare," riprese rivolto al parroco, "certo, se il desiderio  smodato,  un vizio. Ma cos, per svago... Il reverendo sa che David danzava dinanzi all'Arca; e anche le fanciulle ebree..."
Il prete appunt gli occhi e strinse diffidente le labbra, aspettando dove l'altro andasse a cascare.
"Ancora adesso in molti paesi, nella Spagna, dinanzi alla processione vanno ballando i giovani e le giovinette. Del resto, gli uccelli come ringraziano il buon Dio d'averli creati? Nei giardini, nei boschi, di giorno e di notte, cantano e saltano, che  il loro ballare. Ebbene le ragazze, nel ballo, sono un po' come gli uccelli; manifestano a quel modo la riconoscenza a chi ci d la salute, la forza e la bellezza."
Il paragone con gli uccelli parve grazioso alle ragazze, e le pi carine e meglio vestite si stimaron tutte. Ognuno rivide, nei giorni della festa, il capannone del ballo, sonoro di musica e di risa, presso alla chiesa; le ragazze giravano in tondo strette ai giovinotti, le mamme facevan paragoni tra le figliuole, mentre i vecchi giocavano, bevendo all'ombra della grande tenda. Povera gente; una volta all'anno un po' di gioia; e ci fu nella littorina un minuto di pace, quasi di felicit. Il prete non disarm, ma ammise che, qualche volta, il ballo poteva essere non del tutto scostumato.
"Scusatemi, se vi sembro indiscreto," domand al signore. "Siete di questi paesi?"
"S, bench ci manchi da qualche anno."
"E, se  lecito, dove andate?"
"Ad Alliano Villalta; sono arrivato," disse il signore alzandosi.
Il giovinotto che scriveva rimise nel taschino il libretto d'annotazioni, e s'alz anche lui; la bambina l'imit. Sulla collina, le case, che da Montechiaro scendono alla stazione, allungavano le prime ombre attraverso la strada; una campana suonava; ma tutto intorno persistevano il silenzio e l'intorpidimento della giornata. Si rivelava pi pesante di prima l'infinita stanchezza della terra. Dall'aia d'una vecchia cascina un gallo gett il suo rauco grido; a quel grido la campagna, sussultando, parve maggiormente allargarsi.
Nella littorina, con i preparativi di partenza del vecchio signore, la lietezza dei volti andava sparendo. Gli uomini riprendevano l'aspetto legnoso e buffo, con i cappellini tondi traballanti in cima alla testa, le ragazze si riaccasciavano, le donne tiravano su di mala voglia i fardelli che scivolavano dal grembo. La scontentezza e l'insofferenza si ridipingevano a scarabocchi sulle facce; di nuovo le labbra si serravano aride, gli occhi perdevano vivacit, i volti si rifacevano chiusi e diffidenti; ognuno si guardava attorno, come per calcolare dove mettere il piede.
"Voi, devo avervi veduto in qualche fiera," disse con voce beffarda il contadino strabico, che non perdonava al signore d'averlo messo in ridicolo, e oramai, fatto sicuro dalla partenza, voleva dire l'ultima parola; i contadini sono puntigliosi. Ma il signore non si turb.
"Certo; e fortuna che io sia prestigiatore; se no, avreste perduto queste carte. Sono i conti dell'esattoria."
"Ma... ma..." borbott strozzato il contadino, toccandosi il petto; poi disse fra s: "meno male che ho ancora il portafoglio". Consider scombussolato il signore, e questa volta sedette vicino al capotreno, tenendo stretti in pugno i risvolti della giacchetta. Tutti risero, non i due vecchi del segreto, che, estranei a qualunque avvenimento, continuarono il colloquio.
Quando il signore fu in piedi, e si pot veder bene, apparve d'una sessantina d'anni; piuttosto piccolo, con capelli meglio bianchi che grigi e due occhi anch'essi grigetti acutissimi; un paio di sottili baffi bianchi drizzavano le puntine ardite sotto un naso aquilino. Un vestito fine e ben tagliato era in qualche parte divenuto originale per il cambiare della moda; la larga cravatta a piastrone, ad esempio, dove luceva una perla nera, sarebbe stata elegante trent'anni prima. Gli occhi guardavano negli occhi con affetto, e un sorriso, lievemente stanco, s'apriva sulle labbra ancora ben disegnate, ma un po' cascanti agli angoli. Alz la mano ad un saluto per tutti, e specialmente le donne e le ragazze gli risposero: "buon viaggio". Quando la littorina si ferm alla stazione di Montechiaro, il giovine che aveva tanto scritto gli apr la porta, pregandolo di passare.
"Dopo di voi," insist l'altro. "O almeno, dopo la signorina."
"Mia figlia Susetta," dichiar il giovanotto; "tutta la mia famiglia."
"Bel nome," convenne il signore anziano, e Susetta fece un grazioso inchino, poi scesero. Susetta aveva una piccola valigia, di quelle comuni, nere e gialle; ognuno degli uomini, una borsa da libri e carte, un po' gonfia e sformata. Sul marciapiede, nessuno ad aspettarli. Il giovane, che superava il compagno di mezza testa, ed era un vigoroso ragazzone dall'aria risoluta e svelta, gli si avvicin fiducioso.
"Ho sentito che andate ad Alliano. Permettetemi di presentarmi. Ci vado anch'io. Alessandro Longhi, ragioniere."
"Il marchese Cuordileone di Villalta e di Mirabocco."
"Scusate?"
"Cuordileone. Il nome  un po' sproporzionato alla persona. Ma qualcuno della famiglia s' sempre chiamato cos, da quando un antenato and in Terra Santa, con Riccardo. Gi," continu, notando che l'altro non aveva capito; "Riccardo Cuordileone."
La littorina, intanto, ripartiva; ma l'aria era del tutto cambiata per il marchese di Villalta. Sembrava che ognuno gli rimproverasse di avergli ispirato un briciolo di condiscendenza e di cordialit, quando i propri casi erano tanto duri e dolorosi; e confusamente si reputasse ingannato.
"Giramondi. Chiacchieroni. Avvocati."
"Dev'essere guasto nella testa," mormor la mamma del bimbetto sempre quieto, che s'era rimesso a piangere; quanto era noioso; e lo sculacci.
"Quella gente finge d'essere pazza o stupida per non pagar dazio," riepilog il contadino strabico, contento finalmente di non sentirsi ricadere le parole in capo. "Io la conosco."
Il curato non apr bocca; ma il compagno che sbuffava sent il bisogno di riparare alla confidenza concessa ad uno sconosciuto.
"A volte sembrano signori, e sono imbroglioni," sentenzi, rigirando intorno quello sguardo circolare, che chiamava ognuno a dargli ragione. "Non bisogna stringere amicizia con chi s'incontra in treno; ce n' di tutte le sorta. Io non discorro mai con nessuno. Che cosa ne dite, reverendo?"
"Giusto," rispose il curato, l'unico che davvero non si fosse compromesso; poi, dicendo fra s: "da che pulpito," riapr il breviario.

 CAPITOLO 2.
Il piazzaletto esteriore della stazione di Montechiaro s'apriva in piena campagna; e da una parte e dall'altra d'esso, ognuno con i piedi piantati nel proprio podere, due contadini s'insultavano a gran voce. L'uno aveva un corpaccio vigoroso e svelto, e due braccia lunghissime; un paio di baffoni gli tagliava a mezzo il viso grasso e tondo. L'altro era alto, nervoso, scarnito; tutto il corpo sembrava fatto per portare alle estremit una piccola testa, e due mani e due piedi enormi. Di tanto in tanto i due, a rafforzare le ingiurie, alzavano minacciosi la zappa, ma non movevano passo. Alcuni ragazzetti sfaccendati li ascoltavano con molta attenzione; qualche contadino, passando, si fermava un poco, poi ripigliava il cammino.
"Ehi," disse il Longhi annoiato del turpiloquio, "non potreste smetterla? Non vedete che c' gente; anche una ragazzina?"
"Che cosa avete da dire voi," esclam il contadino dal corpaccio e dai baffoni. "Chi vi chiama? che cosa c'entrate coi fatti nostri?"
"Andate per la vostra strada," ammon l'altro senza muoversi dal posto, dando per un momento man forte al rivale. "Chi vi conosce?"
"Chi mi chiama? Chi mi conosce?" disse il Longhi. Lasciata la mano di Susetta, che sbianc in viso e prese quella di Cuordileone, si diresse calmo verso il primo che aveva parlato, fino a respirargli in faccia: "Non mi chiama nessuno. Vengo da me. Cos mi conoscete subito. Avete qualche cosa da ribattere?"
"Io," rispose l'omone dominato, "niente. Ma non voglio che nessuno s'impicci dei fatti miei."
"E io v'assicuro che se continuate il vostro parlare da villano mentre sono qui, v'insegno l'educazione. E abbassate quella zappa, altrimenti vi do due pugni sul muso, e vi scaravento in quel fosso."
"In casa mia faccio quello che voglio."
L'altro contadino guardava interdetto e si grattava in testa. "Anch'io," disse poi, sempre dal suo posto, "faccio quello che voglio."
"E tutti e due siete due bestie," concluse il Longhi, "avete capito? Due bestie." Spiccicate bene queste parole, e rimasto un minuto ritto dinanzi ai due, quasi per mettere un punto fermo al discorso, pian piano ritorn presso Susetta, guardando i contendenti. Quando la comitiva dei tre si fu allontanata, il contadino grosso si riscosse.
"A momenti gli rompevo la zappa sulla testa," disse.
"Non so chi m'abbia tenuto," conferm il rivale. "Dunque non vuoi pagarmi," riprincipi, tornando alla questione; e i due ripresero ad ingiuriarsi. Alessandro Longhi, che s'era voltato, li vide contendere a larghi gesti minacciosi, senza muoversi; e scoppi in una risata.
"Vi passa presto," osserv Cuordileone; "per, vi monta anche presto."
"Volevo metter pace; ma ho un caratteraccio. Eppure, vi assicuro che non sono cattivo."
"O paparino caro," disse Susetta, col suo fare un po' materno, e lasciata la mano di Cuordileone che fino ad allora aveva stretto convulsamente, riprese quella del padre. Alessandro la guard con tenerezza.
"Ahi," disse Cuordileone, "bisogner percorrere la strada a piedi. Non ci sono carrozze, n se ne vedono arrivare. Non  un tratto lungo, mezz'ora a camminare adagio; ma la signorina Susetta non si stancher?"
"Perch la chiamate signorina?  Susetta, per tutti. Un pochino delicata, non  vero? Per questo l'ho condotta a prendere una boccata d'aria; di solito, viaggiamo in citt."
"Compagni?" disse Cuordileone.
"Soci," rispose seria Susetta.
"Soci, proprio," conferm il padre. "Ho piacere d'avervi incontrato. Astigiano; ma non sono mai stato in questi luoghi."
"Io ci sono nato, bench, come forse avrete sentito, sia rimasto lontano molti anni. Se credete, prenderemo questa scorciatoia. Non risparmia molto cammino, ma illude di risparmiarlo, e non  faticosa."
Dalla strada nazionale di Chivasso si staccava quella d'Alliano, entrando in una valletta laterale alla grande; e dalla seconda strada un sentiero largo, molto battuto, s'arrampicava diritto tra le vigne alla cima. Il paese d'Alliano non si vedeva, nascosto dietro le prime colline; si scorgevano invece a sinistra un grosso cascinale, di faccia una fornace, e a destra, su un cocuzzolo, un castello, al quale il marchese diede il nome di Villalta. Anche qui, la campagna era fertile; ma alcuni segni dinotavano il tempo. Campi non ancora mietuti si stendevano a fianco d'altri ispidi di stoppie; nelle vigne le erbacce crescevano rigogliose tra i filari; qualche prato cominciava ad appassire. E, sempre, nessun giovane o uomo robusto; i carri erano guidati da donne, da ragazzetti o da vecchi; la terra riprendeva quell'aspetto di abbandono, quasi di solitudine, che i tre viaggiatori avevano notato dalla littorina. Sembrava che si fosse coltivata da s.
"Vi ho veduto tirar fuori il biglietto e le carte dalla tasca di quel contadino rabbioso," disse Alessandro. "Bravo, avete la mano leggera. Prestigiatore?"
"Mai pi. Ragazzo, ero padrone di quella parte del castello di Villalta che si vede di qui, e sembra rossastra perch  di mattoni. Mio padre fin di mangiare quanto era rimasto della nostra fortuna, e, all'et in cui i giovani tornano a casa dopo gli studi, io ne uscii. Da allora, ho abitato a Milano."
"Grande citt. Citt degli affari," interruppe Alessandro.
"Per molti," rispose sorridendo il marchese, "ma io non ho disposizione agli affari. Trovai un posto di segretario dal Mainoldi; lo conoscete? No? Il pi grande editore di questi tempi. Sono entrato in casa sua che avevo venticinque anni, ed oggi ne ho sessanta; fate il vostro calcolo."
"Una bella tirata."
"Eh, eh," esclam Cuordileone sbirciando amichevolmente il compagno; "dite la verit; anche voi pensate: un po' vecchio, l'amico. Non lo dichiarate, perch siete educato, e mi conoscete da poco; ma lo pensate. Tutti i giovani oggi lo pensano."
"Oh," rispose il Longhi senza negare apertamente. "Nella vostra professione non so. Nel mio mestiere, forse. Anzi, certo."
"Niente di male. Beata giovent, che diventer anch'essa vecchia, ed  cos sicura della sua eternit. A me, del resto, non duole n di diventare, n d'esser giudicato vecchio. Non so se vi piaccia far la strada con uno che chiacchieri; certi s'annoiano. Anch'io, alle volte."
"Dite pure: distrae. Susetta, ascolta il signore."
Allora il vecchio camminando pacatamente e ogni tanto soffermandosi, cominci l'elogio della vecchiaia. Parlava bene, e forse, un pochino s'ascoltava; alla fine d'una frase particolarmente armoniosa, s'interrompeva guardando negli occhi l'interlocutore, quasi per incitarlo a dirgli: "bravo". Afferm che, grazie alla vecchiaia, l'uomo finalmente si conosceva: non molto, un briciolino. Non pi disegni insensati della mente, non pi fatiche inutili o pazze del corpo. Gli occhi cominciavano a veder chiaro; non succedeva di stimar vicino l'inafferrabile, e lontano quel che era a portata. I sentimenti, le idee, la gente, i fatti valevoli per se stessi, non secondo le passioni; qualche volta, oh prodigio, il dubbio della propria infallibilit, anzi, il consenso alle opinioni diverse dalla propria. Poteva ammettere, il giovane signor Longhi, che gli estranei, gli indifferenti, i nemici, avessero lo stesso suo diritto di vivere? Mai pi; ma il vecchio marchese di Villalta, s; e la terra diventava popolosa per lui. Anche il cielo, certi giorni, gli pareva pi vicino, quasi intimo. "No, giovinetto," rispose ad una muta obiezione, "non siamo riusciti a capire meglio quanto nella giovinezza fu per noi mistero; ma lo sentiamo di pi, ci infonde rispetto." E nella vita quotidiana, quanti piccoli piaceri ai vecchi, che ai giovani sono negati. I bambini dei giardini pubblici, stupiti del bianco dei capelli, li guardano con occhi protettori, le balie offrono loro la panchina migliore: il regno dei vecchi  in quei viali, sulle rive del laghetto, dinanzi alle gabbie dei leoni e delle scimmie; anche i gatti in casa li seguono; i cani no, sono compagni dei giovani. Infine, i vecchi godono pienamente il tempo. Nell'ansia trepida e piacevole, che precede ogni partenza, la breve vita sembra loro lunga e cara; di minuto in minuto pu sommergersi in quella che chiamiamo eternit.
"Fate venir voglia d'invecchiare," rispose Alessandro. "Ma, San Marco."
"Gi," assent Cuordileone; "San Marco; gran ragione. Scusate, non vi dispiacerebbe di fermarvi un minuto?"
Ansava un poco, era impallidito e qualche goccia di sudore gli appariva sulla fronte; Susetta, istintivamente, gli si accost. Cuordileone per teneva dritta la testa, guardando in alto.
"Grazie, Susetta; i vecchi e i bambini s'intendono subito. Caro signor Alessandro, anche la vecchiaia ha i suoi guai. Sono ben punito del mio orgoglio. Soffro di cuore. Per, tutto serve; e, intanto che mi riposo, ammiro il paese."
Erano giunti in cima alla valletta, dove il sentiero ritornava sulla strada maestra; in uno spiazzo sorgeva una cascina. Gran parte del Monferrato si vedeva di l, e, in fondo, l'arco delle Alpi. L'aria s'era fatta di cristallo; i paesi, le vigne, i campi, le strade, puliti e precisi, si venivano quasi a mettere sotto la mano. Dalla cascina un cane abbai. Al rumore, un vecchio contadino storpio usc dal fienile, tenendo una forca levata; la testa e il corpo erano aureolati di fieno.
"Non mi conosci pi, Jango?" domand il vecchio.
"No," disse l'altro. "Oh, il signor marchese!" esclam, inorgogliendo della buona memoria; e, infissa la forca nel fieno, si pul la mano destra ai calzoni, poi la tese al marchese, che gliela strinse.
"Il pi gran cacciatore dell'Astigiano, il distruttore delle lepri e delle pernici... quando c'erano. Come va?"
"La salute c'. Che buon vento vi porta qui?"
"Mi ha scritto la contessa Sammartino. Domani vende il castello, e desidera che io l'assista. Non si sa mai con chi si ha da fare."
Alessandro abbozz un gesto, ma Cuordileone non lo vide. Continu:
"E Barbara?"
" l dentro, sempre;" rispose rincupito Jango, indicando una parte della cascina con l'uscio e le finestre chiuse e le tendine calate. "Sarebbe bene che la signorina non entrasse nell'aia. Signor marchese, se vi fermate qualche giorno, vorrei parlarvi. Cos non si va pi avanti."
"Vieni quando vuoi, domani o dopo," disse Cuordileone salutandolo, e, uscito dall'aia, spieg ad Alessandro le parole di Jango. Barbara, la sorella di questo, era stata una donna un po' dura, ma avveduta e stimata, che aveva messo da parte qualche soldo. Le erano morti la figlia e il genero, e non aveva dato segno di soffrire molto; le mor poi la figlia della figlia, una nipotina di dieci anni che adorava, e, da un giorno all'altro, nessuno la riconobbe. Inselvatich, prest denaro a usura, fu spietata; molti del paese, non riuscendo a pagare gl'interessi, dovettero cederle il pezzo di terra o il poco oro che avevano; la vecchia sembr godere di tante rovine. Mostruoso addirittura fu l'odio per i bambini. Specialmente se una piccina appariva dinanzi all'aia, cantando o ridendo, con la sua borsetta dei libri a tracolla, o il pentolino della minestra per il padre nella vigna, Barbara pareva ammattire. La rincorreva a salterelli, tendeva le mani convulse; la creaturina fuggiva interrorita, la vecchia si rintanava in casa, mormorando "non  giusto, non  giusto," e guardava il cielo, come per cercarvi qualcuno, al quale chieder conto.
"Non  giusto che cosa?" domand Alessandro.
"Mah. Le storture dei contadini, quando le hanno, sfidano ogni immaginazione."
I tre adesso percorrevano la strada maestra, che, prima d'entrare nel paese, pianeggiava per un mezzo miglio sul crinale della collina. Il marchese, piccolo e magrino, andava a testa alta, col petto in fuori, a passetti minuti e rapidi; Alessandro, a sinistra, due volte pi grosso del compagno, teneva per mano Susetta; e Susetta tutta bionda, allungava le gambine e strizzava gli occhi per guardare intorno; doveva essere miope, ma era proprio bellina. Il sole giunto oramai sui monti, metteva alle spalle dei viandanti un gran fondale rosso, orlando di rosso anche le persone; con le ombre lunghe e nette dinanzi a loro, i due uomini sembravano due giganteschi Santi Cristofori, che conducessero un Bambino Ges su un mare di verdura.
"Sapete," disse ad un tratto il Longhi al marchese, "che uno di quelli dai quali, secondo le vostre parole, siete venuto a difendere la contessa Sammartino, sono proprio io?"
"Oh," rispose Cuordileone, "che bizzarro incontro. Non volevo offendervi. Si parla in generale; poi, quando si conoscono gli uomini..."
"No, no," disse Alessandro, ridendo; "non mi offendo. Sicuro; io sono il ragioniere che ha procurato alla contessa il compratore; anzi, per dir meglio, la compratrice. Chi compera  una donna."
Cuordileone alz gli occhi in viso al compagno, ma per discrezione non domand nulla.
"Una signora di questi paesi, che poco prima dell'altra guerra part ragazza senza un soldo per Nuova York; adesso ha denari a palate, e vuol possedere un castello dove non aveva casa. Suo marito dev'essere qualcuno di grosso, un banchiere, un re del petrolio, ma non parla mai. Domattina saranno qua in automobile, alle undici. Ebbene, gi che ho avuto la fortuna d'incontrarvi... Voi credete al destino?"
"Regolatevi come ci credessi."
"Io molto; i disperati ci credono. Ebbene, se non vi dispiacesse, vorrei ritrovarmi al castello con voi. Mi pare che dobbiate portarmi fortuna."
"Dicono infatti," ammise semplicemente Cuordileone, "che agli altri io la porti. A me, fino a un certo punto."
"Grazie," rispose Alessandro, "ne ho proprio bisogno. Vedrete che non si tratta d'imbrogli, si tratta di guadagnare il pane," concluse. "Guarda chi si rivede."
Li aveva raggiunti il grosso litigante dai baffoni della stazione di Montechiaro, il quale, passando loro di fianco, tra furbo e melenso si lev il cappello. Sdegn Alessandro, si rivolse al marchese, e gli chiese scusa di non averlo subito riconosciuto. Lui era Giorgio, figlio del vecchio mezzadro della Cascina Nuova, quando apparteneva ai Villalta; ora continuava a lavorare da bracciante alla piccola cascina, che sola era rimasta al marchese degli antichi beni. Nella valle, stava scambiando due parole con Cecco; gli sarebbe dispiaciuto che il marchese avesse potuto credere ad un litigio; Cecco e lui erano quasi due fratelli.
"Ho scaricato fino ad ora il letame," disse notando che Cuordileone camminava qualche passo discosto.
"Me n'ero accorto," rispose conciliante il marchese.
Giorgio borbott qualche parola fra cui un lamentoso "poveri contadini"; poi allung il passo, sempre senza guardare Alessandro, e spar.
"Un tipo che non mi piace," disse questi.
"Neanche a me," conferm il marchese, salutando il secondo litigante, che, arrivato a sua volta, si metteva al loro fianco. Ripet suppergi il discorso dell'altro, facendo notare che Giorgio era villano e violento, ma quasi un fratello; si rallegr del grande onore d'Alliano alla visita del marchese; nemmeno lui guard in faccia Alessandro, e, fatta la sua parte, se ne and, fiero come un Artabano in zoccoli. Persistette sulla strada un lezzo di letame.
"Amici," comment il marchese; "ma il tanfo mi d noia."
Il colore d'incendio, il soffio d'arsiccio di qualche ora prima s'erano inaspriti. Il sole, calando sui monti, sfrombolava girandole enormi di raggi. Nella luce vermiglia, i campanili, gli alberi, le case sparse, le strade, tutto colava oro. I carri di covoni, le donne dai vestiti sgargianti, i contadini con le zappe sulla spalla erano orlati di vermiglio. Anche le bestie dei cortili e delle strade, le oche uscenti dalle fosse, i maialini col codino a cavatappi che correvano al truogolo, strillando come ragazzi, le galline insonnolite attorno al gallo, tutto, con l'erba dei prati e le foglie delle vigne, era spruzzato di rosso, sommoveva o mescolava un po' della luce rossa trionfante.
Un rumore sempre pi sonoro si diffondeva nel cielo, fino ad assordare Cuordileone, Alessandro e Susetta di mano in mano che si avvicinavano ad Alliano. Pareva un rullio di tamburi, una corsa di automobili, un volo di aeroplani, qualche cosa di pauroso e di solenne. Nella cascina del Pellissero, detto il Cit (piccolo), un centinaio di metri fuori del paese, si trebbiava.
Un polverone enorme di pula e di terra, ondeggiante nell'aia, ad un alito di vento s'allargava sulla strada; anche quel polverone nell'ultimo sole si coloriva d'oro. In mezzo alla nuvola, la trebbiatrice stava come un mostro; e ansando e sussultando, ingoiava i covoni con la voracissima bocca aperta sulla piattaforma superiore; dinanzi, come dal petto, fluiva il sottile ruscello del grano. Ma nella parte opposta, snodata e divincolantesi al pari d'una coda, il mostro era veramente misterioso e mirabile. Usciva a fiotti per una finestrella la paglia priva di grano, e scivolava in un condotto; prima di giungervi, un martello a colpi netti e spessi la rompeva, e comprimendola l'univa. Visto da lontano, quel martello pareva una testa di vecchio cavallo affamato, che, insaziabile, azzannasse la paglia, e dopo due o tre morsi la rigettasse nel truogolo; di dove riappariva, squadrata e legata in balle dal filo di ferro, che un bambino di sette od otto anni introduceva in certi fori appositi. Nella simultanea fatica di strappare il grano dalla resta, pulire il chicco dalla camicia, separare nelle parti il frutto per tanto tempo intimamente unito, il ventre di legno e di ferro della macchina traballava e gemeva tutto.
I tre viaggiatori s'erano fermati; Susetta esclam: "bello," e le palpit il petto; Cuordileone disse: "sembra una bolgia".
Era una bolgia. I lavoratori, ubriachi di sole e di fatica, dovevano certo gridare, perch si vedevano aprire e chiudere le bocche; ma non si udivano. Avevano tutti gli occhi venati di sangue, le facce paonazze, i capelli arruffati e impastricciati, non ostante i fazzoletti che li serravano; di tanto in tanto una giovinetta o una ragazza interrompeva il lavoro, perch si sentiva mancare il fiato e le forze. Dall'alto della cascina, alcuni, con larghi tridenti, buttavano gi incessantemente i covoni ammucchiati nei giorni innanzi; altri, di sotto, li raccoglievano e li alzavano incessantemente alla bocca della macchina; i covoni scendevano e salivano con l'agilit di enormi farfalle. Sulla piattaforma due donne, diritte e svelte, li coglievano a volo; al taglio secco della pesante cesoia il covone si slegava, e le donne lo gettavano al trebbiatore. Stava questi nel mezzo, a gambe aperte, saldo, diritto, un fazzoletto rosso sulla testa, come uno Spagnuolo da melodramma; abbracciato con gesto possente il covone slegato, se l'allargava sul petto, con due manate a destra e a sinistra l'introduceva appiattito nell'apertura della macchina; dopo una boccata d'aria, ricominciava; era di bronzo. Di sotto, alla fontanella del grano, il Cit massaio sorvegliava l'insaccatura. Il grano cadeva nella capace misura di ferro, prima con un lieve rumore di gragnuola, poi fluendo con un fruscio percettibile soltanto dai pi vicini, finch non stesse per traboccare; allora il Cit rasava con la spatola la misura, rovesciando il grano nei sacchi, sostenuti alla bocca da due garzoni. Un sacco dopo l'altro, ne aveva allineati un centinaio sotto il portico: grigi, tozzi, in lunghe file a spalla a spalla, parevano monaci in processione. La messe doviziosa inorgogliva i lavoratori; il Cit e sua moglie, contenti, mescevano largamente da bere. La stessa tazza per tutti; e ogni volta nel servirsene i bevitori, sputato per educazione, tracannavano il vino con gli occhi al cielo, spargevano a terra l'ultimo sorso ancora per educazione, si ripulivano le labbra col dorso della mano; il sudore, dopo la bevuta, spicciava pi abbondante, le camice e i camiciotti erano impastati di fango e d'acqua. Nel mezzo della baraonda, col cane che ringhiava in sogno, dormiva a pugni chiusi accanto alla trebbiatrice il padrone Costantino, fulminato dalla fatica di due giorni e due notti di lavoro, la gran testa appoggiata a un sasso, il collo da bove, il petto villoso, i due canini fuor dalle labbra, ciclopico. I suoi figliuoli, affaccendati alla caldaia e alla trebbiatrice, ripetevano fedelmente la possente testa e i canini minacciosi.
"Siamo capitati in piena georgica," esclam Cuordileone; "voglio dire," continu, "in piena festa campestre. Dai tempi d'Omero nelle campagne i giorni della trebbiatura sono giorni di poesia."
"Non soltanto di poesia," osserv Alessandro. "Mi pare che qui si mangi e si beva."
Dalla porta spalancata della cucina, infatti, si scorgevano i fornelli accesi, e sui fornelli i paioli e le padelle della cena per i lavoratori, che la massaia sorvegliava con una figlia, ombre nere sul rosso. Tutto l dentro bolliva o friggeva con grande strepito; e le donne sembravano affannarsi a tener sotto, nelle pentole e nei tegami, i grossi pezzi d'oca, di gallina e di vitello, che tentavano di saltar fuori. La tavola, lunghissima, formata di tre tavole congiunte, era stata preparata nello stanzone vicino. Contava una trentina di posti, ognuno con tre piatti; ogni posto segnato da un enorme pane ancora caldo e da una bottiglia di vino. A un capo della tavola, il seggiolone del Cit; di fianco la sedia di Costantino. Le persiane erano accostate, perch le mosche e la polvere non entrassero; e nell'oscurit e nel fresco il pizzicore drogato dei princpi di tavola saliva al naso e rallegrava.
Profonda, vasta, a cunicoli e camerette come una catacomba, per tutta la lunghezza del cascinale era scavata nel tufo la cantina; zaffate acide sfuggivano dalle finestrelle affioranti sull'aia e sommergevano ogni altro sentore. Il vino, ricchezza d'Alliano Villalta, fermentava, bolliva e dormiva nelle botti e nei tini giganteschi che si seguivano dentro le viscere della collina; e pareva il sangue della terra.

 CAPITOLO 3.
Un urlo squarci l'aria; un secondo segu. Sulla piattaforma della trebbiatrice, il giovane che allargava i covoni e pareva di bronzo, ad ogni urlo s'accorci, come tagliato di sotto. Le due donne che lo aiutavano gli rimasero un istante ferme dinanzi, con gli occhi e la bocca spalancati; poi, insieme gettarono un altro urlo, ripetuto dai contadini. Il padrone della macchina si dest di soprassalto, intu, balz in piedi: la macchina si ferm. Il giovane era scivolato con la gamba destra nell'ingranaggio, che con i denti, per due volte, gliel'aveva recisa, alla caviglia e al ginocchio.
Nel silenzio e nell'immobilit paurosi il mutilato cerc di tirarsi fuori dalla buca a forza di braccia; il troncone flott sangue. Serrate le mascelle in una smorfia di spasimo, guardando lontano per non vedersi il corpo, disse: "Sono ben conciato." Le due donne dalla piattaforma continuavano a urlargli in faccia, frenetiche; le altre scappavano, con le mani sugli occhi. Guardando sempre fisso innanzi a s, il giovane si strapp con calma rabbiosa la camicia di dosso, e leg a tastoni la gamba. Apparve il torso potente, tutt'ossa e muscoli, con le mammelle sporgenti.
"Che cosa aspettate?" disse agli uomini rimasti, e la voce non sembr sua; "venitemi a prendere. Non avete mai visto un imbecille che si stronca una gamba?"
Ricominciarono il tumulto e le grida, e due contadini salirono, senza riuscire a dargli aiuto. In quel momento Alessandro entr di corsa nell'aia, seguito da Cuordileone; avevano affidato Susetta alla vecchia d'una cascina poco distante. In due salti fu accanto al ferito, lo caric sulle spalle, dicendogli: "Stringimi bene," poi, abbrancata la scaletta, discese quasi a forza di braccia, sicuro e rapido.
"Non aver paura," raccomand.
"Non ho paura," rispose l'altro, che s'era fatto pallidissimo, quasi torvo, ma non si lamentava. Ad ogni scalino un fiotto di sangue lo seguiva.
"Qualche sacco per terra," comand Alessandro. "Una funicella. Qui. Come ti chiami, tu?"
"Menico," rispose il mutilato.
"Menico, ti stringer la gamba. Sei uomo. Non gridare."
"Non grido."
"Bravo," disse l'altro quando ebbe serrata bene la coscia; "sei proprio un uomo."
"Mezz'uomo."
"Bravissimo. Sai ridere anche quando c' da piangere. Hai fatto la guerra? Africa?"
"Africa. Ho sete."
"Dategli da bere. Spagna? Basta un segno; non parlare."
"Fischier," disse l'altro, ma non ebbe fiato.
La massaia aveva portato gi un materasso e due cuscini; i contadini, fatto cerchio intorno, mormoravano: "il medico, i carabinieri," ma nessuno si moveva. Il polverone s'era dileguato; la macchina rimaneva ferma e cattiva tra le forche, i tridenti, le roncole, i cappelli perduti o buttati via nello scompiglio. La cascina poco prima cos lieta e vivente, s'era all'improvviso isolata e intristita: muraglie decrepite, portici sgangherati, vecchie stalle piene d'ombra; perfino la luce del cielo pareva accigliata. In capo alla strada maestra una fiammella di sole si spegneva rapidamente; dal campanile d'Alliano le ore rintoccavano, ma erano soltanto rumore.
Alessandro, saputo che il medico non abitava in paese, aveva fatto chiamare per telefono il pi vicino; poi s'era informato della famiglia di Menico. Stava a Cortazzone, poco distante.
"Non avvertite subito mia moglie," disse per il ferito. "Lasciatela dormire stanotte. Potr venire domani ad Asti, all'ospedale, quando avremo messo tutto a posto. E porti qualche soldo."
Rise sforzato e aggiunse:
"Sono pulito come la mano."
"Bisognerebbe chiamare il vicario," mormor una donna.
"Ho bisogno del medico, non del vicario," interruppe Menico, che aveva udito. "Il prete  buono per i moribondi, e ci vuol altro per seppellire me." Guard la macchina, e imprec: "Vigliacca".
"Menico, non aver paura, balleremo insieme alla festa di Cortazzone," propose per fargli coraggio un giovane.
"Non dire stupidaggini. Non ho paura; ma ragiono."
Come se il vento avesse sparsa la notizia della disgrazia, comparivano gruppi e gruppetti di contadini e s'affollavano al portone della cascina, stringendosi e spingendosi per entrare; a poco a poco l'aia si riempiva di parole. Ma lo sgomento e la compassione, pur vivi, nascevano in quasi tutti gli uomini dal vedere quel corpo robusto dilaniato, e dall'immaginare che anche il proprio, o dei familiari, avrebbe potuto essere ridotto cos. Le donne e le fanciulle sentivano un po' pi di piet, e la massaia con le figliuole si sforzava di far bere al ferito qualche goccia di camomilla, con un sentor di grappa; in fondo, per, tutti provavano una specie di sollievo, nel pensare che il disgraziato non era del paese, e avrebbe fatto piangere gente non conosciuta, o poco.
"Adesso, tranquillo," raccomand Cuordileone a Menico, quando Alessandro usc dall'aia, per informare i carabinieri di Montechiaro. S'era seduto per terra accanto al ferito, e senza parere gli tastava il polso; batteva lieve, ma regolare.
Per un istante lo scoraggiamento vinse anche Menico, che mormor al marchese:
"Da uomo a uomo, ditemi la verit. Fino a che punto...  andata? Tutta? Mezza?"
"No, no," rispose l'altro, mentendo francamente; "non sentite che vi tocco il piede? Ma gi, non potete sentire; la botta  stata forte."
"Ah," concluse l'altro un po' rincorato, ma col freddo disprezzo del contadino per se stesso, quando riconosce di non essere stato furbo; "ne avete mai trovati imbecilli come me? Mi sono fatto acchiappare, peggio d'una volpe novizia."
"Ho subito fermato la macchina, Menico," interruppe Costantino. "Sono tutti testimoni."
"Chi ti dice niente? Quando si  stupidi, si paga. Ma la pelle la tiro fuori."
Chiuse gli occhi e serr le mascelle, ostinato. A quel punto, Cuordileone per rinsaldare gli spiriti, si volse alla massaia, e le disse in confidenza:
" robusto. Se la caver".
La donna cap l'intenzione; rispose:
"Non fa quasi pi sangue. Nella disgrazia ha avuto fortuna. Con due braccia e una gamba di legno si pu lavorare."
"Adesso ci sono gambe meccaniche tali e quali alle vere," annui il marchese. "Uno infila i calzoni, va a spasso, pu perfino ballare;  difficile capire che  zoppo."
La massaia, brava donna, diede argomento con degli "eh?" dei "davvero?" dei "pare impossibile", a risposte rassicuranti; i contadini presero parte con brevi esclamazioni al dialogo. Un leggero fremito del viso tradiva nel ferito l'attenzione ad ogni parola.
"Menico, prova a sputare," disse l'allegrone della compagnia.
Il giovane era famoso in tutto il circondario per sputare lontano e alto; tent di ripetere la bravura, ma non riusc.
"Mi sputo addosso," mormor. "Dov' quel signore che mi ha portato? Lui ne ha visti tanti nelle mie condizioni."
Cuordileone gli spieg che era andato a preparare il trasporto all'ospedale, e conferm che oramai, con tante guerre, il mondo era pieno di zoppi, o, almeno almeno, di storpi. Egli stesso aveva molti amici zoppi o storpi, che vivevano come gli altri. Qualche anziano, udendolo parlare, lo riconobbe; e mormor il suo nome al vicino. A poco a poco, sia per rispetto del parlatore, sia perch la sciagura meno grave suscitava meno dispiacere e rimpianto, i commenti sconsolati si andarono acquietando, ed aleggi un poco di speranza.
"Avrei preferito di conservare la mia gamba, signor marchese," rispose Menico; "ma vi ringrazio. Vi ho riconosciuto subito, vedete se sono in me. Mio padre  stato mezzadro del vostro, tanti anni fa; e mi pare di buon augurio avervi avuto vicino, oggi. Ma questo dottore arriva o non arriva?
"Devo avere un orologio," disse Cuordileone, fingendo di guardarlo; "non sbaglia un secondo. Sapete quanto tempo  passato? Sembra un secolo, e sono diciotto minuti. Siamo precisi: diciotto e mezzo."
"Non imbrogliatemi."
"Non v'imbroglio. Che cosa ci guadagno? E poi, minuto pi, minuto meno, oggi non conta.  passato il tempo in cui ognuno aveva il suo sangue e basta; guai a sciuparne una goccia. Adesso c' la trasfusione: chi non ha sangue, un altro che ne ha troppo glielo regala. Ne avrete certo sentito parlare."
Ora ai contadini sembr che da schiere d'uomini sani affluissero ruscelli di sangue nelle vene di Menico; cinque, sei trasfusioni, e il giovanotto s'alzava arzillo dal letto dell'ospedale, pi robusto di prima. Tutto s'accinse a rientrare nella regola. Ricominciarono i discorsi diversi, ognuno ripigli l'arnese abbandonato. Il figlio maggiore di Costantino rimise in moto la trebbiatrice, per provare che effetto facesse alla gente, poi la ferm; ma ognuno aveva gi rioccupato senza proteste il suo posto: non si poteva interrompere il lavoro. L'aia sconvolta si ridistese sotto il cielo della sera, la cascina solitaria torn a far parte del paese, il tempo ricominci a scorrere. La figlia della massaia corse in cucina, di dove usciva un odore di bruciato.
Intanto, arrivava l'automobile del medico di Montechiaro, e, quasi nello stesso tempo, il maresciallo dei carabinieri in bicicletta, seguito da Alessandro. Menico fu in pochi minuti rifasciato, ricoperto, sdraiato nell'automobile, pronto al viaggio.
"A rivederci tutti," disse, prima di partire. "Morire, non muoio, state sicuri. Ma," soggiunse rivolgendosi a Cuordileone e ad Alessandro, "se passate da Asti venite a trovarmi. Voi, che avete fatto la guerra, mi avete aiutato; e voi, signor marchese, ho capito che parlavate per darmi coraggio. Grazie."
Guard ancora una volta la trebbiatrice, e ripet: "Vigliacca".
Il Cit, Costantino e i garzoni risciacquarono a piene secchie la macchina, la scaletta, il terreno; in pochi minuti della disgrazia non rest traccia. Sulla piattaforma Mario sal a fare da imboccatore, al posto di Menico; le ragazze di prima, sedute in disparte con lo stomaco sottosopra, furono sostituite. La vecchia alla quale era stata affidata Susetta ricomparve, e la piccina, ancora un po' pallida, riprese il suo posto fra il padre e Cuordileone. Tornarono alle cascine i contadini curiosi; il vicario, avvertito troppo tardi, apparve di lontano, e rifece la strada indispettito; ultima s'affacci correndo la levatrice, che, di solito, dava le prime cure, nell'attesa del medico; veniva da una partoriente, e portava le siringhe e gli emostatici. Quasi per consacrare la quiete riconquistata e la pace rifatta, giganteschi carri di fieno sfilarono sulla strada maestra, salendo in processione dalle valli contigue; i buoi muggirono, gli anelli dei timoni tintinnarono, qualche ragazza, seduta sul mucchio dell'erba, cant. E al trionfo del rosso successe quello del verde. Verdi le vigne, i prati, i campi, anche i boschi; in quel gran verde s'appiattirono i campanili, i castelli, i paesi, e scomparvero. Ma il tripudio fu breve; a cominciare dal cielo, tutto trascolor ancora una volta, diventando d'un azzurro cupo, che, finalmente, rimase.
"Altro che georgica," disse Cuordileone. "I Romani, ad un arrivo come il nostro, sarebbero tornati indietro."
"Ah," rispose Alessandro, che evidentemente non cap la frase, n si cur di domandare spiegazioni; aveva in testa ben altri pensieri. "Chi di voi," domand a tre o quattro bambinetti che li seguivano come cagnolini, "m'insegna l'osteria?" e il maggiore, distribuiti alcuni scapaccioni ai pi piccoli per far largo, s'avvi glorioso innanzi. Un certo momento s'arrischi a toccare con la punta del dito i riccioli biondi di Susetta, guardandosi poi attentamente il polpastrello come se aspettasse di trovarci la traccia del colore. Con quel codazzo Cuordileone, Alessandro e Susetta entrarono nel paese; parevano giocatori di bussolotti, o commedianti.
L'osteria era in una viuzza laterale alla piazza e si distingueva dalle altre case solo perch sulla porta una tabella scrostata diceva: "Osteria del Commercio". Da tre scalini ineguali s'entrava in uno stanzone buio, che formava tutta la bottega; a quell'ora e in quella stagione le tavole e le panche erano deserte, e le mosche dormivano a grappoli sul soffitto. Tanfo acuto di cavoli lessi e di vino acido; quando Alessandro fece luce, le mosche, disturbate e indispettite, si alzarono ronzando da un angolo e s'incollarono in un altro. Una donna d'una sessantina d'anni, col petto cascante sul ventre gonfio, un fazzoletto sporco sui capelli, larghe ciabatte ai piedi, comparve sull'uscio d'una cucinetta dove scoppiettava un bel fuoco; la mano brandiva un mestolo di legno, come un bastone di comando. Salut: "cerea, questi signori".
"Odor d'aglio," mormor Cuordileone al compagno. "Puzzo di vino acido. Oscurit. Nuvoli di mosche. Sono commosso. Mi sembra di tornare indietro di quarant'anni. Basta,  passato. Signora, potete darci da mangiare e da dormire?" domand con il suo modo gentile all'ostessa, che lo guard severamente e rispose: "Qui c' di tutto." Poi soggiunse: "I bagagli?"
Quando ud che i viaggiatori non ne avevano, ed erano venuti a piedi, strinse un po' le labbra; ma fu l'unico segno di delusione. "Antonio," chiam; e prima la testa, poi il corpo del marito spuntarono da una botola; portava due bottiglie in mano, e con esse fece un mezzo inchino.
"I signori," disse la donna, "cenano e dormono qui."
"Tutto pronto," conferm l'altro; doveva essere la perla delle osterie. "Minestrone e frittata. Verdure del nostro orto, uova del nostro allevamento."
"E si potrebbero vedere le camere da letto?" domand Cuordileone.
"Il signore ha paura che le lenzuola non siano pulite?"
"Fateci vedere le camere," l'interruppe secco Alessandro; "non abbiamo tempo da perdere."
"Oh, subito signore," protest l'ostessa; "sono qui per questo."
E ciabattante e sorridente, s'avvi per una scaletta di ferro che girava due o tre volte sopra se stessa ad un'ampia stanza, dove due grandi letti col saccone di foglie erano separati da un lacero paravento.
"Dite un po', brava donna, ci credete proprio straccioni, o cretini?" prosegu con crescente ruvidit Alessandro. "Due uova per cena e questa stanzaccia per riposare. E la bambina dove dorme? Bisogna cambiare musica. Da questa parte dove si riesce?"
Da quella parte si riusciva nella camera della figlia, che per era a servire a Torino; e il suo letto, comodo, aveva una coperta azzurrina ricamata. Alessandro costrinse Cuordileone a fermarsi l; in quanto a lui trov che la stanza a due letti, uno per Susetta e uno per s, poteva passare. Regal alcuni ambigui epiteti al signor Antonio, che era comparso sul pianerottolo per dir la sua, ma subito scomparve; e l'ostessa, vinta e quasi lusingata dal trattamento brusco e familiare, riusc a ricordare che quel giorno aveva ucciso tre conigli, per un pranzo di trebbiatori dell'indomani; uno di questi poteva servire ai signori.
"Che bella cosa l'energia," disse Cuordileone al giovane; "senza di voi avrei cenato con due uova e dormito sulle foglie. Si vede proprio che siete stato in guerra."
L'ostessa, che faceva da Marta e da Maddalena, badando ai fornelli e adornando la tavola, a questo punto disse che anche un suo nipote aveva combattuto in Africa; e Alessandro, nell'aspettare la cena, raccont d'aver chiesto d'essere arruolato anche questa volta, ma inutilmente. Volle sapere da Cuordileone in che modo fosse stato volontario nella grande guerra; e l'altro gli rispose d'aver fatto parte d'un certo squadrone d'uomini politici, d'artisti e di giornalisti, tutti volontari, incorporati dopo pochi mesi nei comandi o nei reggimenti. Alessandro lo lod, accennando senza vanteria a qualcuna delle proprie avventure; Cuordileone ascoltava, Susetta era in estasi, e la donna, appoggiata a braccia larghe alla tavola per non traboccare, approvava e incoraggiava; quel ragazzone risoluto le era subito garbato. Antonio, di tanto in tanto, usciva dalla botola, asciugandosi i baffi gocciolanti di vino; ascoltava serio, poi, nei punti pi commoventi o tempestosi del racconto, s'imbucava.
A forza di sentire Alessandro ripetere: "signor marchese", l'ostessa, per, aveva guardato meglio Cuordileone, stringendo gli occhi, aprendo la bocca e chiudendola incerta; si vedeva che un dubbio le lavorava dentro. Ad un tratto, ricord.
"Ma... ma... ma..." grid col viso illuminato, "voi siete il signor marchese di Villalta?"
"Lui in persona, Filomena."
"Mio Dio, e rammentate anche il mio nome. Mio Dio, e chi poteva immaginare? Antonio. Non vi si vedeva da tanti anni. Antonio, vieni su. Da quanti: dieci, dodici? Antonio, ma fa presto, lumaca. Sai chi c' qui? Il marchese di Villalta."
"Oh," disse Antonio tranquillo; "mi pareva."
"Ti pareva, e non dicevi niente? Ti pareva, e mi facevi fare queste figure. Sei sempre lo stesso. Scusatemi, signor marchese dell'accoglienza; avrei dovuto riconoscervi subito. Sono la figlia del mezzadro Stefano, e venivo sempre al castello. Mettetevi a tavola. Assaggiate quest'antipasto: me ne direte qualche cosa. E tu, Antonio, va' a prendere una bottiglia di Malvasia."
"Bonarda."
"Malvasia, ho detto. E fila."
Il marchese mormor ad Alessandro:
"Siamo proprio in famiglia."
Cominciava a giungere qualche avventore, ma rado, perch i giorni erano di gran lavoro. Con i corpi possenti e stanchi, i visi chiusi, le membra sproporzionate ai torsi, gli occhi bruciati dallo zolfo e dal verderame, gli uomini si buttavano a tonfo sulle panche, allargavano le braccia sulla tavola, comandavano da bere. Alcuni, oramai, sapevano l'arrivo dei viaggiatori; gli altri, quando l'ostessa annunziava il marchese, si alzavano, salutavano, poi per un po' tacevano, fissando l'ospite. Ma un vecchio sorse in piedi, e disse:
"Cuordileone, e me non mi riconosci?"
"Stefano, vuoi che non ti riconosca? Siamo della stessa leva."
L'altro, allora, girata un'occhiata sdegnosa sui compagni, sedette pettoruto; e ripet familiarmente: "Siamo della stessa leva." Poi, sentendo che pi su quella sera non poteva salire nella stima generale, s'alz, e usc a testa alta, senza salutare nessuno.
Susetta, finita la cena, tentava bravamente di rimanere sveglia, ma gli occhi le si chiudevano, e la testina cascava: la giornata era stata troppo greve d'avvenimenti e di fatica. Alessandro la prese in collo, e subito la piccina s'abbandon; il padre la mise a letto, poi usc con Cuordileone nel cortile dell'osteria, a respirare l'ultima boccata d'aria.
Un vecchio cane alla catena badava che gli ubriachi o i ladruncoli non portassero via di l il poco di buono che ancora ci poteva essere. Il gioco delle luci e delle ombre riempiva il luogo di buche e di trabocchetti: dove un po' di lume giungeva, brillavano i denti delle forche o i coltelli degli aratri. In un mastelletto colmo, presso il pozzo senza coperchio, era caduto uno strascico di luna, e ballonzolava. Ma dinanzi al fienile avevano scaricato una carretta d'erba secca, e l'aria era pimentata del suo acuto profumo. I due compagni, di comune intesa, ci si coricarono; e, supini, ebbero negli occhi il barbaglo delle stelle.
L'azzurro cupo oramai sfumava lievissimamente in perlaceo; e il cielo s'era fatto cos profondo da diventare infinito. La via lattea scendeva tranquilla a Compostella; le costellazioni pi fulgide, Orione, le Orse, Cassiopea, l'accompagnavano fiammeggiando. Quel poco vento, e i campi fruscianti, e le trepide stelle, tutto si moveva con tanta levit, con tanta sicurezza, con tanta armonia, da sgomentare; aveva, cos immenso, il respiro d'un bambino.
"Come tutti vi ricordano," disse Alessandro; "sembrate ancora il signore del paese."
"Il "faldatario", come lo chiamano qui. I contadini ricordano, infatti. E poi, la mia famiglia era puntigliosa del suo grado; perci sprezzante con quelli pi in alto e con gli eguali, alla mano con gli inferiori. A trovarmi quass, mi ritornano alla mente le serate in cui stavamo a guardar le stelle, padroni e servi, discorrendo da amici. Allora, la familiarit era grande, i tempi beati, la vita incantata."
"L'incanto dipende," disse Alessandro, "dal pane che si trova a colazione; quando ce n', tutto va bene. Ma io, per esempio, passo giorni in cui m'arrabatto per mangiare e dar da mangiare a Susetta; e allora addio beatitudine e familiarit. Aspetterei un uomo a un angolo di strada. Eh, voi non li avete mai provati quei giorni..."
"Giovanotto, vi pare che abbia la faccia e il vestito da nababbo, o da re del petrolio? Disingannatevi; mi contento."
Il cane che sonnecchiava alla catena si alz lentamente, e trascinandosi annus Alessandro; non gli dovette piacere, perch bofonchiando retrocedette; dopo un istante d'incertezza si diresse verso Cuordileone, parve sodisfatto e gli si accucci vicino.
"Curioso," disse Alessandro, "siete simpatico anche alle bestie. Mah, come vanno le cose del mondo. Chi mi avrebbe detto, stamattina, che vi avrei conosciuto, qui, ad Alliano?"
"Un caso. Perch sono proprio di passaggio. Sbrigato l'affare della contessa, data un'occhiata a quel pezzetto di terra che mi  rimasto, e che non vedo da dieci anni, ritorno a Milano. Fra sette od otto giorni compiono trentacinque anni della mia entrata nella Casa Mainoldi. In confidenza, mi aspettano per farmi un po' di festa."
"Scrittori. Persone celebri. Chi sa che sodisfazione vivere con loro."
"Gi. Veramente, un po' angolosi e difficili; la pagina  quasi sempre pi alta dell'uomo. Ma, in fondo, brava gente, e ci vogliamo bene. Io, poi, ero l'intimo consigliere del Mainoldi che  morto, ed ho allevato i due figliuoli, padroni attuali; capite la mia condizione particolare. Sono un po' il pap della Casa e degli scrittori d'oggi. Pap Cuordileone."
"Capisco. Banchetti, brindisi. Si legge ogni tanto nei giornali."
"Oh, le cerimonie di prammatica: un pranzo con i soliti due piatti, pesce e arrosto; alle frutta la medaglia commemorativa," spieg Cuordileone con una noncuranza, che per tradiva un po' di vanit. E, preso l'abbrivio, raccont come avesse scelto quella professione. Quarant'anni innanzi, la letteratura e il giornalismo erano bellicosi. Ogni scrittore teneva sulla tavola la penna e il calamaio, e sulla parete un paio di fioretti e di sciabole; se uno non la pensava come lui, prima l'affogava sotto un diluvio d'insolenze, poi gli dava una sciabolata, quando non la prendeva. Quell'avventurosa letteratura era piaciuta al giovane. Un altro dei motti del suo blasone era: "Molti re, molti principi, pochi Villalta;" modesto come si vede; ed egli aveva creduto, scrivendo e duellando, di diventare qualcuno. Errore, padre di delusioni; era finito segretario. Ma non si lamentava.
"In fondo", concluse, "tutto va bene."
"Trovate proprio che tutto va bene?"
"Giovinotto, giovinotto," ripet il vecchio, "guardatemi in faccia. Vi sembro uno sciocco? E guardatevi intorno. Vi sembra questo il paradiso terrestre? No, no; io non sono uno sciocco, e niente, o ben poco, va bene sulla terra. Resta inteso. Ma ecco, io intervengo. Lascio che tutto vada male per conto suo; e vado bene io, invece, per conto mio. Attento qui. Se vado bene io, tutto per me va bene; o  come se andasse. Perch sorridete?"
"Discorrete difficile. Alle tecniche leggevamo un libro d'un certo don Chisciotte; mi pare di risentirlo."
"Adagio nelle citazioni e nei paragoni," interruppe Cuordileone severo. "Sono sempre difficili e inesatti. La mia diversit da don Chisciotte  profonda. Due nature, due epoche."
"Capisco," afferm secondo il solito Alessandro; il tono della voce, per, dimostrava che non era vero.
"Cercher d'esser chiaro; la questione  importante. Don Chisciotte che ammiro, apre gli occhi sulle sue illusioni in punto di morte, ma tutta la vita  bastonato e felice, perch sogna da pazzo. Io ho gli occhi spalancati, da vivo; e mi procuro, se non la felicit, la pace, guadagnandola per forza, giorno per giorno, non ostante la conoscenza delle brutture e dei dolori umani. Mi spiego?"
"Capisco," torn a dire Alessandro; il tono della voce, per, persisteva a non essere sicuro.
"Riprovo a spiegarmi. Sono uno che ogni giorno pianta in asso gli uomini e i fatti tra cui vive, quando li scopre troppo sudici o cattivi, n pu correggerli, perch  piccolo e debole; e se ne va per conto suo, in un mondo che si crea da s. Vi sembro tranquillo, Alessandro, legato per una gamba al piolo? Disingannatevi. Sono un uccello vagabondo, volo e canto dove mi piace, sto sempre col nido dall'altra parte."
"Un ribelle?"
"No. Direi pi modestamente, gi che siamo nei paragoni, un baco da seta. Mangio la foglia rugosa dell'olmo, e filo la seta luccicante. Quando ne ho abbastanza del lerciume, m'imbozzolo. Mi rifugio nel passato, o spero nell'avvenire; cos non sento il male e il dolore presenti."
"Ma sapete che ci sono."
"S. Vi ho mostrato poco fa il lato bello della mia professione; eccovi, perch mi giudichiate equamente, il brutto. Lavoro da trentacinque anni in uno sgabuzzino; per salirci rischio ogni volta un braccio o una gamba, la mia finestrina d sui tetti, ho un seggiolone liso e non mi  mai riuscito di farlo rimbottire. Gli scrittori miei amici mi credono, come voi, un po' rimbambito; i padroni, che ho allevato, s'infischiano di me; se non avessi qualche cosa da parte, la vecchiaia dovrebbe spaventarmi. Ma tutto ci che importa? Conoscere la realt, per esser forti; uscirne, per vivere."
"Quando si pu," disse Alessandro, scendendo dalla realt teorica e generale dell'amico, alla propria pratica e particolare.
"Amico mio," concluse Cuordileone accalorato, "si pu sempre. Ogni cosa, nell'universo, ha il bello e il brutto, il buono e il cattivo, il lieto e il doloroso; e questa non  una grande scoperta. Ma  uomo soltanto chi cerca da quel pasticcio di tirar sempre fuori il bello e il buono, senza essere un imbecille. Rammentate, vi prego: senza essere un imbecille. L'uomo  fatto per correggere la natura. Con la forza, o con l'intelligenza. Io preferisco con l'intelligenza."
"Ho un'idea," disse Alessandro, dopo una riflessione che gli fece corrugare la fronte. "Ho poche idee, io, e non sempre buone; forse, per, questa volta  buona. O discreta. Voi, che giudizio vi siete fatto di me?"
"Un bravo giovane, dal cuore e dalle braccia saldi."
"Giusto; non un cervello di prima qualit, volete dire. Ma non vorrei nemmeno far troppo brutta figura. Mi manca la fantasia. Ho bisogno d'uno che mi dia lo spunto, o mi comandi. Quando so preciso quello che debbo fare, lo faccio bene; se devo scoprirlo da me, annaspo; questo mi diceva anche Luisella, mia moglie. Ebbene, io credo che il nostro incontro sia predestinato; voi ed io potremo percorrere molta strada insieme. Ma adesso andiamo a letto; Susetta dorme da due ore, e domattina debbo avere la mente libera. Avete indovinato, signor Cuordileone; se non mi riesce di far comprare il castello alla mia cliente, sar un guaio. Mi tengo su, perch sono orgoglioso; ma il mio libretto di risparmio diminuisce ogni giorno. Povera Susetta. Prima di lasciarci, per, vorrei domandarvi dove avete imparato quei giochetti di prestigio."
"La mia piccola abilit vi ha stupito fin da principio," rispose lusingato Cuordileone, scuotendo i fili d'erba che gli formavano raggera attorno alla testa. "Sono svelto di mano, ci vedo e sento benissimo, e mi piace quell'arte:  anch'essa gradevole illusione. Non facile, per. Certi giochi debbono essere compiuti in un secondo, orologio alla mano, se no, si scopre l'imbroglio. Io li adatto ai luoghi e alla compagnia; e li arrischio soltanto in una littorina. Domani non li ripeter al castello."

 CAPITOLO 4.
Un boschetto di noccili, secondo l'oste, un grosso cespuglio secondo gli avventori, orlava un lato del brutto cortile dell'osteria; e dai noccili, all'alba seguente, gli uccelli risvegliarono Cuordileone, che dormiva tranquillo.
L'orologio del campanile aveva sonato le cinque, secondo l'orario di guerra, ma il sagrestano scioglieva appena le campane dell'avemaria, perch col sole erano le quattro, quando la pi mattiniera di quelle bestiole si dest. Il boschetto dava rifugio a diverse specie di uccelli: passeri, pettirossi, cardellini, verdoni, fringuelli e merli; l'usignolo era partito una settimana innanzi, in cerca d'ombre pi fonde e fresche. Quel primo canterino doveva essere un passerotto novello; emise infatti una vocetta sottile come un soffio, sbagli la nota, la ripet, gli usc ancora male, tacque; forse, anche, aveva un rimasuglio di sonno. E, per qualche minuto, nel silenzio, la luce continu a trapassare l'ombra, che divenne prima giallina, poi rosata.
Ma presto un altro uccello cant. Quest'era invece di voce prepotente, forse un merlo dal gran becco; e tutti gli uccelli si scossero, e spalancarono gli occhi. Videro che era proprio giorno, e sgranchendosi le gambe e stirandosi le ali, girarono rapidamente due o tre volte la testa, come a provare che fosse ancora sul collo. Dall'intrico del boschetto scoppi un tumulto di pigolii, di trilli, di gorgheggi, di fischi; i rami fremettero e ondeggiarono; rapidamente, il frastuono si sparse in cielo, e l'ombra fugg. Un gallo apparve sull'usciolo del pollaio e barcollando gett il suo grido, un tacchino gorgogli, tutto impettito, poi un altro, poi un terzo, e lo schiamazzo fu grande; il cane Titti ritto sulle vecchie gambe rabbuff il pelo. Due o tre volte si ud tra le stoppie del grano il richiamo eguale e sommesso della quaglia; infine comparve la savia chioccia, e condusse i pulcini nel prato.
Nella notte, la notizia dell'arrivo del marchese aveva finito di correre il paese con le giravolte e la rapidit della lepre; e quando Cuordileone s'avvi, per visitare la sua cascina, trov attorno all'ostessa, sempre pi cerimoniosa, un crocchio di contadini, che, fingendo d'essere venuti a discorrere dei loro affari, stavano ad aspettarlo. Il pi spregiudicato disse:
"Non somiglia a suo padre"; ma subito prudentemente si corresse "gli somiglia negli occhi. Sono tali e quali."
Un altro, adulatore, aggiunse:
"Sa di violetta."
Cuordileone pass tra loro, affabile ma rapido. Il vecchio Stefano, per dimostrare che la confidenza della sera innanzi non era effimera, usc di nuovo dal crocchio e ripet: "ciao, Cuordileone;" poi, senza aspettare risposta, se ne and. I compagni lo guardarono riconoscenti; con lui tutti avevano dato del tu al marchese.
Dei vastissimi poderi dei Villalta e Mirabocco non era rimasta a Cuordileone che una cascinetta di circa dieci giornate (questa  la misura delle terre nell'Astigiano; all'incirca quanto si pu arare in una giornata). Il marchese Filippo, suo padre, gran cacciatore dall'alba alla notte, e giocatore e donnaiolo dalla notte all'alba, aveva sperperato in cinquanta anni quanto i suoi antenati avevano messo insieme per diritto o per traverso in cinquecento; poi, come se con quella dilapidazione avesse compiuto il suo dovere, era morto improvvisamente. La marchesa, che l'aveva molto amato chiudendo gli occhi sulle sue colpe, gli era sopravissuta di poco; anche lei, scomparendo subito dopo il marito, parve aver compiuto il proprio dovere di brava moglie; e i due avvenimenti, sia per il tempo opportuno sia per la giusta consecuzione, furono considerati da tutti la naturale premessa alla rovina della nobile famiglia. La cascinetta, tagliata fuori dal podere grosso, lontana dal castello e di poco reddito, s'era salvata a causa della sua povert; ma presto aveva dato grossi fastidi a Cuordileone.
Per rimediarli, oltre per che rispondere all'invito della Sammartino, egli era venuto ad Alliano. Quante volte, mentre nello sgabuzzino della casa Mainoldi se ne stava in pace, tutto preso dal piacere di sfogliare un bel libro, o di ascoltare benevolmente un amico certo d'avere nella testa un capolavoro, gli giungeva una lettera con il timbro d'Alliano Villalta e l'indirizzo scombiccherato del mezzadro. Una ripugnanza, quasi uno sdegno gli saliva dallo stomaco; prendeva con due dita la busta, e senza guardarla la posava sull'angolo della tavola. Una mattina, finalmente, non potendo pi sfuggire ai rimproveri della coscienza, la ripigliava; ma gi, innanzi d'aprirla, sapeva a memoria il contenuto. Era stato mezzadro da principio Erminio Mussa, detto Mindio; gli era successa la moglie Severina, detta la Gatta; ora scriveva la figliuola Giovanna, detta la Targnacca; e tutti e tre, specialmente la Gatta e la Targnacca, chiedevano denari. Nei primi anni, di tanto in tanto, a Cuordileone arrivava qualche magra sommetta in ricambio delle molte spedite; un po' di grano, un po' di fieno, un po' d'uva s'erano venduti. Da tempo, per, la terra doveva essere inaridita e maledetta; non produceva pi che fili d'erba, magri covoni e grappoli secchi, mentre l'esattore delle imposte e i venditori di calce, verderame, zolfo e concime, impazziti, moltiplicavano per due, per tre, per quattro le tasse e i prezzi. Cuordileone, certo di essere imbrogliato, era partito da Milano col proposito di metter fine alla vergogna; quei contadini offendevano con lui tutti i Villalta. Soltanto, di minuto in minuto, il compito gli diventava greve.
Molte volte, da ragazzo, aveva percorso la strada della cascina; adesso, il rifarla gli causava una sensazione gradevole e bizzarra. Ad ogni passo, la campagna circostante si sovrapponeva e si saldava nella forma presente a quella del ricordo. Provava l'impressione d'essere su un tappeto girevole; lui fermo, la campagna in movimento, e il vecchio cielo, i vecchi colli, le vecchie valli si fondevano con il cielo, i colli e le valli d'oggi, come in una pellicola. Aspirava gagliardamente l'aria matutina; sentiva un solletico ai visceri, che non voleva riconoscere commozione. Gli pareva d'essere il ragazzo d'una volta e l'uomo d'adesso; il tempo non era passato. Qualche antico particolare, che non combaciava bene col nuovo, gli suscitava una lieve ilarit: i paesi di Chiusano e di Cinaglio, che da bambino gli sembravano cos vicini e agevoli, adesso si rivelavano lontani e faticosi; il castello di Settime, tanto maestoso nel ricordo, era invece nudo e triste, e le cascine della Vignaccia, dinanzi agli occhi, spiccavano rosse tra il verde, non grige. Ma il resto c'era tutto; su quell'albero cantava Gina, la sua prima passione, con il viso tondo e il fazzoletto rosso che l'incorniciava; e perfino l'odore arso ed animoso dell'estate era lo stesso che gli aveva eccitato il corpo e lo spirito dei quindici anni.
"Bah," disse Cuordileone, " il ritorno." S'affil i baffetti, e canterell. Non cantava mai; ma una vecchia canzone gli bussava nel cervello, tentando di uscir fuori, ed egli cercava d'aprirle la porta, sebbene inutilmente; pure, proseguiva con ostinazione. I contadini dei cascinali, dove la notizia dell'arrivo non era ancor giunta, salutavano prudenti il forestiero, ed egli rispondeva; se qualcuno, pi vecchio o memore, non appena passato lo riconosceva, Cuordileone volgendosi lo risalutava. Non s'era mai sentito cos leggero, gioioso, ardito. Le pappe del fieno maturo veleggiavano su un fil d'aria, cullandosi; spesso due s'inseguivano e s'intrecciavano, come se fossero vive, e Cuordileone si tratteneva a fatica dall'acchiapparle col suo cappelluccio. I paesi e le case stavano contenti e fusi tra le vigne e i campi, quasi fossero nati insieme; le Alpi scintillavano all'orizzonte: Cuordileone in vacanza, sbottonata la giacchetta, si sventagliava col cappello, e certe volte doveva frenar le gambe, impazienti di correre. Diceva fra s: "Ma che fai? Serio". Poi si compiangeva: "Che sciocchi, noi uomini. Viviamo fra le mura delle citt, in quel pandemonio, quando in campagna c' tant'aria, tanto cielo, tanta pace. Vecchio mio, non sarai mai, non dico avveduto, ma pratico? Non verrai a riposare in questo paradiso? Credi che a Milano non possano fare senza di te? Del resto, non dico di prenderti un mese di vacanza; quindici, dodici, dieci giorni". Gli pareva, abbreviando la durata del riposo, di risolversi pi facilmente.
Sulla viottola, che dalla strada grande conduceva alla cascina, Giorgio, detto dai nemici Giorgione, spiava l'arrivo del marchese; non appena l'avvist, corse nell'aia, chiamando piano: "Giannina. Gatta.  qui".
La ragazza apparve a una finestra, con le grosse labbra tumide e i dentoni bianchi; si freg gli occhi, e abbottonandosi la veste, precipit gi per la scaletta; afferrata la prima zappa, scomparve nella vigna; Giorgio, con la vanga in ispalla, la segu. La madre, dopo averli guardati irosamente, si mise a scopare; Floc, in buona fede, abbai, tirando disperatamente sulla catena. Quando Cuordileone comparve sull'aia, tutto era a posto per dar l'impressione d'una visita inaspettata.
"Oh, che piacere," esclam la Gatta, "che consolazione. Il signor marchese. Chi s'immaginava? Giovannina. Giovannina!  sempre a lavorare. Vi fermate un pezzo?"
"No."
"Peccato; non siete ad Alliano che gi partite. La casa  in ordine. Ogni mattina do aria, apro usci e finestre; poi dico a mia figlia: "perch il padrone ci abita cos poco?" "Come vuoi che un signore pari suo si adatti a questo paese miserabile," mi risponde. Ma Giovannina, vieni o non vieni?"
"Lasciatela stare," disse Cuordileone, guardando con un po' di commozione le quattro stanze che, in un'ala della cascina, aveva serbato per s; e, volendo impedire alla vecchia di chiamare ancora, domand: "E voi, come va?" ma s'accorse di avere commesso un errore. La vecchia sbirci la figlia che arrivava ansando; tard un minuto a rispondere, perch, qualunque fosse la risposta, prima ci rifletteva su, per non pentirsi; poi gravemente afferm:
"Male. Malissimo. C' soltanto la salute. Se non avesse piovuto, s, avremmo fatto molto, moltissimo grano; questo era l'anno buono. Ma ha piovuto."
Cuordileone era abituato a sentirsi dire che quella volta sarebbe stata l'ottima, se non fosse successa qualche disgrazia, che l'aveva mutata in pessima. Ripieg sul fieno agostano, che, appunto per le lunghe piogge, cresceva bello e copioso.
"Uhm," ripet la vecchia. La figlia, sprezzante, ricord il proverbio, rimato nel dialetto, che dice: "Anno da fieno, anno da nulla."
"L'uva s'annuncia bene," concluse allora con fermezza Cuordileone; ma un riso di compatimento silenzioso apr fino alle orecchie la bocca sdentata della vecchia. La Gatta pens, poi disse:
"Mai dire quattro finch non l'hai nel sacco. Da oggi alla fine di settembre, pu tempestare cento volte. Miseria, signor padrone, miseria. Ma entrate in casa."
La povert vera delle due contadine appariva in quella cucina, insieme stanza da pranzo e da ricevimento. Oscura e fredda, nella luce e nel calore della mattina ormai avanzata; piena di mosche, greve di chiuso, di cibi andati a male, di piatti non lavati; le pareti e il pavimento viscidi di sudiciume e di vecchiaia. Sopra una madia, che fungeva da tavola, un piatto di pomodori e di peperoni, due o tre grosse cipolle e alcuni capi d'aglio, sparpagliati in disordine; dietro, a servire da sfondo, tre o quattro bottiglie scompagnate; l'originale bell'e pronto d'una opulenta natura morta. Poi, ancora, sedie spagliate, sgabelli zoppi, il focolare spento; e sulla poca cenere, come su tutti i focolari del paese, un gattone dalle coste magre.
Cuordileone aveva un bel dirsi: "attento, te la fanno," e ribadirsi nel cervello, che quella miseria e quel sudiciume dipendevano molto da pigrizia e trascuratezza. Soffriva come se avesse dovuto vivere lui in quella specie d'antro; quasi quasi si rimproverava d'essere un padrone povero, che faceva i contadini poveri; la colpa della miseria diventava sua. A Milano s'era proposto di non credere al gesto che pare d'invocazione, alla parola che finge un tremito, allo sguardo umido di pianto. Ora nel primo scontro gi lo vinceva la ripugnanza di discutere, prodromo della rinuncia. Beffandosi di s, incitandosi all'astuzia, tent l'ultima difesa.
"Fatemi vedere i conti."
La Gatta e la Targnacca alzarono con un impeto solo le mani e gli occhi al soffitto, come per prendere testimonie le mosche dell'assurdit di quella domanda. Poi la vecchia fiss con gli occhi acuti il padrone, ritir la testa fra le spalle, come una tartarughina, nascose le mani sotto il grembiale, e ridotta un mucchietto d'ossa e di stracci, pens e disse:
"Ohim, povera donna. Non me li avete chiesti mai. Io so appena appena scrivere il mio nome."
L per l Cuordileone non trov risposta. La ragione del non rendere i conti pareva naturale; sempre i contadini dicono ragioni naturali, o che cos sembrano, sicch a prima vista paiono anche giuste. Quando il marito della Gatta era vivo, i conti si facevano, anche se non quadravano; naturale, Mindio sapeva scrivere. Morto lui, da sette anni non si facevano pi; naturale anche questo: la Gatta non sapeva scrivere. Il marchese non domand nemmeno se la Targnacca sapesse scrivere o no; per salvare l'onore, dimostrando almeno la scontentezza, domand:
"Sicch, anche quest'anno, non mi darete un soldo."
"Oh, signor padrone!" mormorarono le due donne, come se avessero udito un'eresia. "Anzi," continu la vecchia, e fece un passo avanti per parlare confidenzialmente, continuando a fissare con gli occhietti acuti il marchese; la Targnacca cominci a scivolare fuori dalla stanza, senza che l'aria movesse. "Anzi... vorrei pregarvi d'un favore... Giovannina, va' pure; ma non mi piace che quel Giorgio ti stia sempre d'intorno. Siamo intesi. Va', va'... Vorrei dunque pregarvi, signor marchese, d'un piccolo prestito. Per voi non  niente; ne avete tanti. Ripagher con l'uva, sono un galantuomo. O vi firmo una cambiale."
"Questa," pens allegramente Cuordileone, "questa  troppo buffa. Sono venuto a riscuotere, e dovrei tirar fuori io i soldi. E perch? Perch sono il padrone e "ne ho tanti". Loro fanno i contadini, e chiedono; io il padrone, e do. "Ebbene, Gatta," continu ad alta voce, "sapete che cosa vi dico? Non ve l'abbiate a male. Non soltanto non vi presto un centesimo, ma vendo tutto. Sono Cuordileone di Villalta, non sono Cuordileone dalle mani buche. Ne ho abbastanza di pagare senza mai riscuotere. Padrone  uno che qualche volta ci rimette, ma qualche volta guadagna. Vendo."
Se il marchese aveva contato sulla confusione della Gatta, sbagliava.
"Perch vi arrabbiate," domand la vecchia abbassando la voce; "ohim, povera donna, vi chiedo scusa. Ma, dite davvero? Vendete proprio?"
Riflett un poco, poi avvicinandosi ancor di pi mormor: "Chi sa quanto chiedete?"
"Eh?" balbett Cuordileone che tutto s'aspettava, salvo questa domanda. "Che cosa volete dire?"
"St," disse la vecchia; "non gridate. Se Giovanna sentisse, potrebbe mettersi in testa idee false, e farmi una vita grama."
Pian piano cominci a raccontare la sua storia, dicendo e disdicendo, andando innanzi e indietro, attenta a non imbrogliarsi nell'inventare. Aveva una parente, che non abitava ad Alliano; il marchese non la conosceva; si chiamava Luigina, era una donnetta tutta rattrappita, ricca. Da molto tempo voleva comprare una piccola casa con un po' di terra. Se lei le suggeriva "compra la casa del marchese, con il campo e la vigna; la casa va in rovina, e la terra  ridotta a sterpaia; perci il padrone pretender poco;  anche tanto buono, ha carit della povera gente; a lui che cosa fa una cascina?" Luigina l'avrebbe ascoltata.
Mentre la vecchia parlava, di l dalla siepe un uccello si mise a cantare. Quando la vecchia taceva, l'uccello gettava nell'aria una scala di trilli, come per salirci sopra; quando taceva l'uccello, la vecchia ripicchiettava il suo lamento. Cuordileone, che da molto tempo non sentiva un cardellino sull'albero, paragonando i fiati, le pause, i cambiamenti di tono, le cadenze della bestiola e della donna godeva come a teatro. Guardava intanto la Gatta con occhi cordiali; gli accadeva spesso, ad un ricordo patetico, d'avere per gli avversari di quegli sguardi amichevoli, che facevano credere agli altri d'averlo ingannato.
"Luigina comprer il podere" assicur infatti la vecchia, sicura della vittoria, "mia figlia ed io rimarremo qui, come desiderava il mio povero Mindio. Mi pare di vederlo; seduto sotto il portico, che un giorno o l'altro ci cascher sulla testa, da tanto la trave  tarlata. Ma si sa, a ogni uccello il suo nido  bello. Guardava lass..."
Sulla collina di faccia alla casa sorgeva il cimitero di Alliano: uno dei soliti cimiterini di paese, chiusi con un muriciolo basso di mattoni, dal quale sopravanzano le tombe dei contadini ricchi; sicch da lontano sembrano recinti merlati d'antichi castelli. Se ne stanno discreti tra il verde, dove il colle  pi dolce e la vista pi gradevole e ampia; pare che vi si debba godere un po' di pace e di libert; i contadini, che vivi s'accontentano d'un tugurio, vogliono riposare da signori nella morte. La vecchia, discorrendo di Mindio, s'era fatta semplice, commossa, amorosa, come in giovinezza, quando tutti la chiamavano Severina. Cuordileone, da un altro verso, provava una specie di tenerezza per lei e per quel suo marito, che, mentre gli rubavano il poco che potevano, lavoravano per duramente, senza sprecare un centesimo a mangiare meno male almeno una volta all'anno, o ad accendere nel pi freddo gennaio due rami secchi. Cos avevano messo insieme quel gruzzoletto segreto, contato e ricontato chi sa quante volte, che saltava fuori ad un tratto, con tanta ingenuit ed impudenza.
"No, Severina," disse il vecchio signore, "non vendo. Ho parlato per parlare; son minacce, che si fanno pi a s che agli altri. Se vendessi, dove avrei un pezzetto di terra mia, per appoggiarci il piede? Allegra, dunque; staremo insieme; e compratevi qualche cosa, per festeggiare l'arrivo del padrone."
"Oh, mille grazie," disse la Gatta prendendo i due biglietti da dieci lire, come se le fossero dovuti, e nascondendoli in seno. "A proposito," esclam in fretta, vedendo che Cuordileone s'avviava alla porta; "dimenticavo."
"Che c'?" domand Cuordileone, mezzo dentro e mezzo fuori.
La vecchia apr il cassetto d'un canterano che poteva avere cent'anni, e da un mucchio di fogli tolse i due che stavano in cima. Erano le cartelle non pagate delle imposte di quell'anno; e le aveva tenute in serbo, perch il padrone nell'aggiustare i conti della cascina non fosse gi inasprito dal pensiero del debito col fisco. Ora, messo tutto a posto, intascato il regalo, gliele consegn.
"Infarinato e fritto," si disse Cuordileone riponendo le cartelle nel portafoglio; e s'avvi a Villalta. Vide, tra due filari, Giovanna e Giorgio discorrere animatamente; Giorgio, al passaggio di Cuordileone, finse una profonda meraviglia e si raddrizz con la vanga a fiancarme, gorgogliando un "oh", che voleva dire: "possibile che c'incontriamo anche oggi?" Cuordileone senza batter ciglio, si tolse il cappello; e, di passo spedito, arriv al principio del paese, finch giunse ad una vecchia corte, dalla quale usciva il suono d'un clarinetto.
Un ragazzo di dodici o quattordici anni, sotto un portico, soffiava vigorosamente nello strumento, battendo il tempo con un piede nudo e sporco; la faccia paonazza si arrotondava come quella dei venti fanciulli nelle pitture allegoriche. Dalla stalla vicina la madre e una bella vacca pezzata lo fissavano con un eguale sguardo tra l'ammirato e il diffidente. Il clarinetto, riempito di tant'aria, mandava fuori i suoni pi diversi e inaspettati, dallo zirlo del grillo al muggito del bue; e il giovane se li godeva tutti, l'uno dopo l'altro, e a volte l'uno con l'altro, socchiudendo gli occhi.
"Che strazio," pens Cuordileone; e rivide il vecchio Sofronio della sua giovinezza gonfiare anche lui le gote, chiudendo e aprendo con le grosse dita i fori dello strumento; aveva una berretta sarda sulla testa e i calzoni al ginocchio, ma, fuor di l, somigliava in tutto al ragazzo. "E di dove mai scaturir," si chiese, "questo desiderio di musica, che ispira di padre in figlio i suonatori di tromba, di trombone o di clarinetto della campagna? Bravo," concluse ad alta voce; e accarezz la grossa testa del giovine, che si scroll come un poledro maremmano; poi aggiunse: "Ti piace la musica e il clarinetto. Questo, per, mi pare vecchio; la voce non  delle pi gradevoli. E dove hai la parte?"
"Suona a orecchio," rispose la madre. "Ha un orecchio spaventoso. E non si stanca mai. Suona dalla mattina alla sera."
C'era un po' di compiacimento e un po' di rammarico nell'osservazione; il ragazzotto la guardava immobile, col clarinetto serrato in mano, e una ruga ostinata in fronte, come per dire alla madre: "spiegagli bene le cose".
"Bravo," ripet Cuordileone; "cos un giorno suonerai nella banda di Cortanze."
"Di Montafia.  migliore."
"E poi chi sa... di Montechiaro."
"No, d'Asti," dissero insieme madre e figlio.
Nella festa patronale d'Asti, innanzi alla statua di San Secondo, compar su quattro file la banda tutta rossa, con i pennacchi tutti bianchi; la folla stava inginocchiata ai lati della strada, tra lo sventolio delle bandiere e il rintocco delle campane. Ogni suonatore camminava alzando lo strumento verso il cielo, con gli occhi socchiusi, la giubba sbottonata, il pennacchio dondolante a cadenza di passo; e non guardava in faccia nessuno. Maestoso fra tutti se ne veniva il ragazzo del clarinetto, e, come se niente fosse, sosteneva la parte principale del canto. Dietro, il vescovo con la mitria a galloni, il piviale d'oro e il pastorale cosparso di gemme, non faceva met figura dell'artista estasiato.
"Persevera," disse Cuordileone andandosene; "si comincia cos, e poi... Adesso, per, piglia fiato. Aspetta a ricominciare che io sia l in fondo."
Si allontan pi rapidamente che pot; non tanto, per, da non udire la madre domandare:
"Chi sar quel bonometto?"
Nelle parole, che avevano calore di simpatia, vibrava anche una sfumatura di compatimento.

 CAPITOLO 5.
Il comune di Alliano Villalta, come dice il suo nome, conta due paesetti: Villalta, che , o meglio era, il paese dei nobili, e Alliano che era, ed  rimasto, il paese dei poveri. I nobili, fino a una cinquantina d'anni fa, per separare nettamente i due luoghi, avevano tenuto senz'alberi e senza case la strada dall'uno all'altro, lunga quasi un chilometro; sicch chi andava da Alliano a Villalta, uscito nella campagna, vedendo lontano il castello, s'accorgeva di cambiar aria. Al tempo del suo splendore, nel Sei e nel Settecento, il castello aveva appartenuto tutto ai Villalta, poi, sotto Napoleone, i Sammartino l'avevano spartito con i primi padroni; infine, il vescovo d'Asti e principe, che, regnando Carlo Alberto, aveva fatto d'Alliano la residenza estiva del Seminario, aveva comperato la casa del giardiniere, abbellendola; e i tre potentati erano vissuti per alcuni anni su quel cocuzzolo, con l'armonia di tre galli, che, se restano ognuno nella cerchia del proprio pollaio, gareggiano soltanto a chi getta pi alto il chicchiricch, ma se si scontrano si beccano. Poi, con dissimulato ma reciproco piacere, i Sammartino a poco a poco erano decaduti e i Villalta con un tonfo improvviso, addirittura scomparsi, dopo aver venduto la loro parte dell'edificio e dei campi al macellaio di Montechiaro, stupefatto d'entrare per la porta grande, dove prima entrava per quella di servizio; ma s'era presto abituato al cambiamento. Il vescovo d'Asti, invece, aveva continuato a villeggiarvi; piuttosto nome, per, che persona. Sul principio di luglio, all'arrivo, la gente ripeteva quel nome, spesso diverso ma che sembrava sempre il medesimo, ci metteva sopra la mitria, e tutto era detto, fino alla partenza, generalmente stabilita agli ultimi dell'agosto.
Da trent'anni il castello rivelava la sua decadenza. Era stato un piccolo mondo, borghicciolo, villa e fortezza; nel suo recinto aveva accolto la chiesa con la canonica, le case dei contadini, la piccola scuola, i giardini, le aie, i pozzi; si poteva vivere lass ignorando gli altri, e anche contro gli altri. Ora, diboscato il gran parco che l'attorniava, rose dal tempo le mura maestre, s'alzava ossuto e ruvido sulla collinetta. Il macellaio, perch ognuno distinguesse subito la sua parte, se l'era fatta dipingere d'un verde tenero, che strideva col rosso mattone dei Sammartino; nell'aia, poi, aveva fabbricato un molino, e i carri a cavalli e le automobili ci salivano cigolando, strombettando e levando un polverone tenace e spesso come una nuvola. Cos il castello aveva preso l'aspetto tra malinconico e ispido degli edifici che hanno mutato destino, e paiono fuori di posto dove prima stavano tanto bene.
A Villalta dunque s'avvia Cuordileone, e pi che nella visita alla cascina, le immagini e i ricordi gli si mescolano e confondono con la realt. Persiste il calduccio interiore, una luce allegra avvolge tutto, lui e le cose. Ecco, al principio della stradetta signorile, la casa del giardiniere, diventata villa del vescovo. Un prete giovane, forse il segretario di Sua Eccellenza,  affacciato all'altana; ma Cuordileone vede, tornando indietro di quarant'anni, la florida figlia del giardiniere che, per farsi ammirare, canta: "la bella molinara dorme sola nel molino"; poi la ragazza  andata a Marsiglia e nessuno ne ha saputo niente, morta non si sa di che. Giunge al piazzaletto dinanzi alla chiesa, dove l'erba cresce ancora fra i sassi e i due cipressi svettano ai lati della facciata; sotto il pi alto sta seduto don Fumero, che insegna latino a Cuordileone. Il prete ode il ragazzetto salire, alza gli occhi dal breviario, capisce che il suo allievo  stato a giocare con i ragazzi del paese, brontola due o tre volte ''ehm, ehm;" la tremenda ferula che porta sempre con s sibila nell'aria, e Cuordileone di sessant'anni si sbircia ancora i polpastrelli. Chi, nella navata intravista dalla porta socchiusa s'inginocchia sul lucido banco della nobile famiglia dei Villalta di Mirabocco, invece del marchese e della marchesa? Ma s,  il macellaio che ha fatto l'abitudine al posto, e ci sta a suo agio. Come uno s'adatta presto alla prosperit; e, certo, l'odore dell'incenso, che irrita e pizzica, ora fa annebbiare e diventare rossi gli occhi del marchese.
"Su, su, Cuordileone, che cosa sono queste debolezze?" Canticchia di nuovo, stonando: "Cuordileone, non sei pi tu." S'affila i baffetti, spinge il petto in fuori, respira forte, cerca di resistere all'ubriacatura;  ridicolo alla sua et comportarsi come uno che torni dal giro del mondo; che cosa direbbero gli amici di Milano se lo vedessero? Ma non pu, proprio non pu contenersi; la mattina  limpida, l'aria frizzante, bisogna che si sfoghi. Venti passi innanzi s'apre il cancello del parco, comune ai due castellani; il cancello  arrugginito, il muro di mattoni qua e l cadente, l'edera polverosa lo ricopre; da una parte una strada selciata conduce al molino, dall'altra un vialetto male inghiaiato all'abitazione dei Sammartino. Dove, una volta, quasi per augurare dall'ingresso il benvenuto all'ospite, s'alzava tra un vigoroso rosaio un'agile ninfa che versava acqua da un'anfora, c' adesso un boschetto, che, per essere di due padroni discordi, trascurato da tutti e due,  ridotto un groviglio di spini; da molto tempo, la ninfa se n' andata, dopo aver rotto l'anfora, che giace a pezzi per terra. Ma quella mattina deve aver saputo del ritorno di Cuordileone, perch il marchese la rivede sul piedistallo; e accanto le sta la madre, bionda, con la veste a gheroni e la collana di perle alla moda della regina Margherita, che sorride al figlio ritornato, e si avvia con lui a visitare in cerimonia i signori conti Sammartino, amici e nemici.
Senza che nessuno lo annunci (una volta i cani, il portinaio, e su, alla finestra, qualche servetta avrebbero fatto gran rumore) entra nell'immenso salone a pianterreno di casa Sammartino, vuoto come se un ciclone l'avesse ripulito; non c' pi n un mobile n un arazzo, e il passo ci rimbomba dentro, come sul marmo d'una chiesa deserta. Egli lo rammenta con le poltrone di seta a fiori, le specchiere molate, i folti tappeti, i cortinaggi di velluto rosso e le pareti adorne di ritratti; l'oro vecchio di zecchino, steso a profusione sul soffitto, sulle porte, sulle modanature, ma un po' velato, gli conferiva un fasto nobile e antico. Nelle feste, ci si affollavano i signori dei dintorni, giunti nelle berline tutte infioccate, con i valletti in livrea e i cocchieri a frusta alta, diritta innanzi al viso per saluto; e, dopo di loro, discreta e contegnosa, scesa dalle carrozze e anche dalle carrettelle, la borghesia paesana; il dottore, il notaio, il farmacista, il geometra, con le mogli piene di sorrisi e complimenti. Molte ragazze erano graziose; ma, a poco a poco, Cuordileone ne aveva veduta solamente una, come cpita ai figli dei Montecchi, che abitano accanto alle figlie dei Capuleti: Augustina Sammartino. Quando appariva a fianco della madre, i candelabri sprizzavano doppia luce, tutto diventava color di lei, e Cuordileone tremava; ma anche Augustina gli aveva voluto subito bene, e il primo suo sguardo, ogni volta, cercava il giovinetto. Adesso, invece, s'era affacciata all'uscio di fondo la vecchissima serva Marietta, col visuccio di castagna intagliata, tutta vestita di nero e silenziosa; aveva visto nascere Augustina e Cuordileone, e non aspettava pi gli ottant'anni. Salut il marchese come se l'avesse lasciato il giorno innanzi, ma con l'antico rispetto; e camminando di fianco, in punta di piedi, quasi per non portar via troppo posto e non far rumore, l'accompagn al primo piano.
Lo scalone era ancor pi desolato della sala, con i larghi gradini mangiati dal tempo. Sul pianerottolo, Cuordileone ud un borbotto confuso e concitato; Marietta apr la porta, e nella stanza si videro la contessa e un contadino che discutevano vivacemente. Per un attimo il marchese rivisse il tempo antico; poi sent freddo, come se si fosse tolto di dosso la giacchetta.
"Dovrei farti un'accoglienza migliore," disse Augustina, mentre ricercava quasi involontariamente, dopo tant'anni di separazione, i mutamenti dell'amico. "Ti ho costretto a questo viaggio faticoso; ma ti sar bastato attraversare il giardino e giungere qui, per capire quanto bisogno abbia di aiuto. Arrivi a tempo, per sentirne una, che si aggiunge alle altre. Questo  il mio mezzadro Rissone, che saputa la vendita del castello, ha tirato fuori un credito, dice lui, di tre anni fa, e vuol esser pagato."
Aveva ancora qualche cosa dell'Augustina giovinetta, sopra tutto quell'aria gentile e altera dei Sammartino; quando, col gesto abituale, alz il braccio a indicare il mezzadro, Cuordileone chiam dentro di s: "Augustina;" ma alla voce del contadino, l'immagine della fanciulla svan.
"Io e la mia famiglia," diceva il mezzadro, e la voce era roca, monotona, caparbia, indifferente, "abbiamo lavorato come bestie per la signora contessa; mai, in nessun altro posto, abbiamo lavorato tanto. Io e la mia famiglia abbiamo patito la fame. La fame abbiamo patito qui, io e la mia famiglia," ripeteva, quasi recitando una lezione; n gl'importava che la contessa s'affannasse di rimproverarlo, domandandogli se non aveva vergogna a mentire cos. Quando tacque, guard i due facendo girare tra le dita il cappello.
Era un omone alto e robusto, con la fronte bassa, il torso lungo, un paio di baffi nerissimi; la fatica l'aveva logorato e ridotto sospettoso e litigioso. Adesso che la padrona stava per vendere la poca terra rimasta, s'era fatto avanti sostenendo un suo credito per certi lavori compiuti tre anni prima, alla segnatura del contratto; e il viso e la voce malinconica davano un aspetto di verit alle pretese.
"Scusate, amico," cominci con tono persuasivo Cuordileone, "non vi accorgete di parlare da temerario, smentendo la padrona? Non capite che l'insultate?"
"Voi chi siete? Non vi conosco," disse il mezzadro, senza nemmeno girarsi verso di lui.
"Ma, Rissone, impazzite? Questo  il marchese di Villalta."
"Non l'ho mai sentito nominare, non sono d'Alliano; e del resto non ho interessi con lui. Sono qui, perch nel dicembre del 1937, quando la signora contessa m'ha preso per mezzadro, le mie figliuole hanno lavorato due mesi a rimettere in ordine l'orto e il giardino del castello: erano boscaglie. Sul mio contratto non c' l'obbligo dell'orto e del giardino. A quindici lire il giorno, senza il vino, fanno milleottocento lire." E, in prova dell'asserzione, il Rissone, che, diverso dalla Gatta, sapeva scrivere, sventagli dinanzi alla contessa un quadernaccio sporco, con su tanti sgorbi a matita. "Se la signora padrona," prosegu protendendo il quaderno quasi per consegnarlo, ma subito ritirandolo, "vuole anche negarmi i pochi soldi, guadagnati alla pioggia, alla neve, al vento e al sole, faccia pure; ma non  onesto."
"Oh, basta, Rissone," interruppe il marchese rosso d'ira, e salt su diritto dinanzi all'omone. "Uscite di qui, subito; la signora contessa  troppo indulgente. Andate da chi volete a far valere le vostre ragioni. Ma fuori dai piedi. E presto. Prestissimo. Uno, due, via; marc!"
"Io non vi conosco," ripet per l'ultima volta il Rissone, al quale gli scarsi argomenti erano cari; pure, dinanzi all'omino, che gli moveva incontro col dito teso, si alz dalla sedia, e cambi registro.
"Ecco quel che mi tocca, per aver creduto alla parola della mia padrona," osserv, e il viso patito ridiede un'amara forza al discorso. "Me ne vado; ma ci rivedremo ai sindacati. Sono in regola; ho qui i miei conti."
E col suo passo pacato e pesante, riposto sul petto il quadernaccio, salut la contessa alzando la mano. A Cuordileone, niente.
"Grazie, Cuordileone," disse la marchesa, tornando un poco a sorridere. "Se non c'eri tu, in che modo avrei potuto difendermi?"
"Se non se ne andava," rispose il vivace marchese, "avevo deciso di fargli il ju-jtsu al pollice destro. Me l'aveva messo proprio sotto il naso; una presa, due movimenti, e ti portavo fuori dalla stanza quel bue. Da giovane ero bravo."
"So bene," annu la contessa, "so bene;" e pregato l'amico di rimanere con lei a colazione, gli domand dove avesse cenato e dormito. Sperava che si fermasse qualche giorno ad Alliano.
"Impossibile, Augustina." Con una sfumatura di vanit, raccont anche all'amica, che di l a tre giorni ricorreva il trentacinquesimo anno della sua entrata nella Casa Mainoldi, sicch doveva ad ogni costo trovarsi a Milano; senza di lui, non si faceva la festa, come diceva quel condannato a morte. In quanto al mangiare e al dormire, oh, da Filomena; una cena squisita, e un letto di quelli monumentali, da abate, su cui si monta con la scaletta, e si sprofonda beati; intorno, silenzio, pace, odore di spigo. Qualche topo in solaio, ma d'un trotterello cos grazioso! Poi, all'alba, gli uccelli. Ce n'erano uccelli in campagna, e di quante specie! Ma nessuno dei cittadini li conosce. Dicono: "uccelli," e basta; ma l'usignolo  la stessa cosa del verdone? Aveva insomma passato una notte deliziosa.
"Sei sempre lo stesso," mormor Augustina, mezzo commossa e mezzo divertita.
"Credi? S, forse il coniglio era un po' tiglioso, il letto duro; anche gli uccelli, che chiacchieroni. Ma la gioia del ritorno, il piacere di rivederti... A proposito, non sono solo. Ho fatto il viaggio con quel ragioniere Longhi, che ha scovato la tua compratrice. Un bravo ragazzo, con una cara figliolina, che si chiama Susetta."
"Ho voluto," disse Augustina, ricondotta ai suoi pensieri dolorosi dal nome del Longhi, "averti qui oggi, che la mia casa forse diventer d'un altro. Debbo vendere, ne ho proprio bisogno. Mi sento tanto sperduta, ho un dispiacere cos grande, che ti ho chiamato vicino. Sei l'ultimo amico degli anni felici, a te posso confessarlo, tanto lo sai, l'ultimo di quelli a cui ho voluto bene. Appartieni alla mia famiglia."
Augustina s'era protesa avanti e le esili mani posavano lievi sulla veste a pieghe. La voce serbava la cadenza armoniosa, si sarebbe detto il caldo gorgoglio, che da fanciulla le aveva donato tanta grazia. Al primo pretesto, Cuordileone era certo, un limpido riso sarebbe scoccato dalla bocca rifatta giovane, ed ecco la contessa madre apparire vigile sulla soglia della stanza, o il conte, di ritorno dalla caccia, vantare con gran voce le sue imprese. Anche nella sala, ogni cosa si rimetteva a posto. Demetrio Sammartino, il fratello adorato, che aveva finito di rovinare la famiglia dissipando quanto era rimasto dell'antica fortuna, usciva dal quadro per sedere tra la sorella e l'amico, spiritoso, cortese e senza criterio. Nel ritratto di fronte, con un fiore dinanzi, Roberto Cocconito di Montiglio se ne stava pensieroso, nell'elegante uniforme d'ufficiale di marina.
"Quanti anni da quei giorni," mormor Augustina, "e quanti dolori."
"Quarant'anni... Ma come  strana la nostra vita! Conosco le tue condizioni soltanto da due settimane. Eppure, fino a vent'anni, non c' stata un'ora, che uno di noi non sapesse tutto dell'altro."
"Che vuoi? tu a Milano, io qui. Da quanto tempo proprio non ci vedevamo?"
"Da quando venni per la morte di tuo fratello, dieci anni fa. Ma, per me, i giorni che contano sono i vecchi. Sono vivi soltanto loro."
"Romanticone. Se per dovessi raccontarli..."
"Li ho qui nella memoria, Augustina; vedi, per non essere romantico, come dici tu, parlo di memoria, non di cuore. Li ho netti, precisi, minuto per minuto. La prima volta che confessasti di volermi bene. Il nostro ultimo colloquio nel giardino..."
"Anche quello?"
" stato l'avvenimento che ha regolato la mia sorte. Potrei non ricordarlo?"
"E... allora... se ti pregassi di raccontarmelo... di rifarmelo vivere? Mi parr di sentire una bella favola. Io non ho la tua memoria tenace; ricordo poco, ho sopportato tanti dolori. Ridimmi i discorsi e le promesse di quando eravamo giovani e felici."
C'era tanta grazia e tanto candore nella preghiera d'Augustina, il silenzio e la pace intorno erano cos profondi, Cuordileone viveva tanto, dalla mattina, nel tempo antico, che egli cominci a raccontare, un po' prendendo la rincorsa e un po' balbettando; voleva essere spregiudicato e non ci riusciva. Augustina l'ascoltava con gli occhi lucenti; le labbra e il mento un poco le tremavano.
"Comincio, non ho paura. Stavo per rientrare a Torino; era la vigilia della festa di Soglio, l'8 di settembre."
"Della festa di Viale, il 15."
"Pu darsi. I tuoi sospettavano; da un pezzo non c'eravamo trovati soli. Un giorno riuscisti a scappare... aspetta... alla chiesetta di San Pietro..."
"Vicino. Alla cascina del mezzadro."
"...per dirmi che dovevi parlarmi ad ogni costo. Il nostro amore era in pericolo. Tuo padre ti voleva maritare..."
"Non era vero."
"Ma tu lo credevi. E mi pregasti di proteggerti. Di proteggerti, capisci; d'essere il tuo campione, Teseo, Lohengrin, Orlando. Pensai tre giorni e tre notti all'impresa. Non vedevo scampo, ti sentivo perduta, avrei fatto uno scandalo, noi ci amavamo, i vecchi ci negavano la felicit; sono sempre barbari verso i giovani, hanno il sangue gelato. Io possedevo quattro o cinquecento lire, fra poco avrei riscosso il primo trimestre della pensione, potevo affrontare a cuore tranquillo i primi rischi; ti scrissi una lettera di rapimento e di fuga".
"Quattro pagine."
"Proprio. Un gran foglio bianco...
"Azzurro, piccolino."
"Ah. Tu mi rispondesti ch'eri pronta. Dove? Questo  l'unico punto che non ricordo bene. In casa tua? In chiesa?"
"In chiesa."
"Stavo per dirlo. Ma quella mattina tua madre pareva pi sospettosa del solito..."
"La mamma non c'era; c'era Marta, che credeva scambiassimo il solito saluto; per stava attenta..."
"Furbacchiona. Rammenti quella notte? Per disgrazia splendeva anche la luna."
"Certo, Cuordileone?"
"Certo, certissimo. Probabile; ma  un particolare. Come stavo a disagio, nascosto nel rosaio dell'entrata, fra tutte quelle spine; e il cuore che galoppava. Un quarto d'ora, mezz'ora, un'ora, non venivi. Comparisti, e non so come non gridai. Quanto eri bella! Avevi un vestito rosa, un velo attorno al collo; ti appoggiasti alla mia spalla..."
"Non avevo un vestito rosa, che si sarebbe scoperto da lontano, e mi mancava il velo, che portavo soltanto in chiesa; ma mi appoggiai alla tua spalla, hai ragione."
"Vedi, se ricordo? E mentre speravo che mi dicessi: "Andiamo via subito," balbettasti che non avresti mai potuto lasciare la tua famiglia, che ti perdonassi il dolore della rinunzia; la colpa era tutta tua..."
"Ma tu mi rispondesti che la colpa era invece tua, se i miei non ti avevano accettato, e io perdonassi a te."
"Piangevi, e le tue lagrime mi riempivano d'orgoglio... Ma adesso non c' motivo di piangere."
"Non piango. E quando mi dichiaravi che non avresti potuto vivere senza di me, io ero felice..."
"Su, Augustina cara, asciugati gli occhi. Finch abbai il cane della Cascina Nuova..."
"Della Serra."
"No, questa volta non ricordi tu, Augustina. Era il cane della Cascina Nuova, lo conoscevo bene, si chiamava Fido, aveva il pelo castagno, mi accompagnava spesso a caccia."
"Era il cane della Serra, e Marta, che mi aspettava dietro la magnolia, venne innanzi dicendo: "Augustina, andiamo; il Lampo della Serra abbaia; se tuo padre o tua madre si svegliano e ti chiamano..."
"Ma," disse sorpreso Cuordileone, "tu eri d'accordo con Marta? Questo non l'ho mai sospettato."
"Certo, amico mio," rispose un po' malinconicamente la vecchia signora; "non l'hai mai sospettato; come non hai mai sospettato tante altre cose. Per esempio, che se quella sera tu avessi voluto, se avessi insistito soltanto un poco... io, non ostante l'accordo con Marta, non ostante le mie parole e il mio pianto... sarei venuta con te."
"Dici davvero, Augustina? M'amavi tanto, ed io sono stato tanto cieco?"
"Tanto, che hai veduto il vestito rosa e il velo che non portavo, e non l'abito da viaggio, n la valigetta che tenevo in mano. Avevo la testa sconvolta. S, ero d'accordo con Marta, ma avrei fatto quello che mi avresti detto."
"Augustina, mi vergogno. Vorrei tornare indietro di quarant'anni."
"Rimpiangi davvero di essere partito solo? E... anche la tua vita, come  stata?"
La voce d'Augustina era dolce, gli occhi fissavano intenti quelli di Cuordileone. Questi tacque; poi mormor:
"Hai ragione. Forse, doveva essere cos".
"Penso spesso a Cecilia e a lui..." disse piano a sua volta la signora, fissando il ritratto dell'ufficiale di marina. "Ma adesso," continu cercando di scuotere la malinconia; "spiegami perch dici sempre quarant'anni. Sono trentanove. La nostra separazione  avvenuta nel 1901, non nel 1900."
"Nel 1901. Nel 1901," esclam Cuordileone. "Ma se non ho imbroccato nemmeno l'anno, che cosa ricordo io di quella notte, che ho sempre ricordato?"
"Che mi hai voluto bene, che te ne ho voluto; sicch quando ne riparliamo torniamo a volerci bene. E questo non  l'essenziale?" rispose Augustina; n i due parlarono pi.

 CAPITOLO 6.
Il cinguetto degli uccelli che aveva svegliato Cuordileone svegli anche Alessandro Longhi; ma il giovane si mosse inquieto nel lettone, si rigir due volte su un fianco, apr e richiuse gli occhi, e riprese sonno; ci volle la campana della prima messa, che gli rintoccava quasi sopra la testa, per farlo alzare. Guard Susetta, che nel dormiveglia volse un momento gli occhietti al padre con un lampeggio biricchino di saluto; canterell a fior di labbra una canzone spagnuola imparata nelle Asturie, e si rivide in manica di camicia sulla strada di Dessi, sotto un eucalipto. Poi, con un salto, torn ad Alliano, e agli affari. Si rase senza far rumore, si ravvi i capelli, spazzol il vestito, mise una cravatta nuova; come i poveri che hanno pochi abiti, sapeva il loro valore, e voleva far buona figura con i clienti ricchi.
Quando scese, l'ostessa presso al bricco dell'orzo e alla cuccuma del latte lo avvert dell'uscita di Cuordileone. Antonio, da oste ridiventato contadino, aggiogava i buoi al carro, per avviarsi in campagna; Titti, da cane d'osteria rifatto anche lui cane di cascina, parlava nelle froge ai buoi, che lo spruzzavano del loro fiato umido, crollando bonari le orecchie; le galline approfittavano del colloquio, razzolando tra le fave secche. Sempre la stessa mescolanza di tanfo e di profumo; e Alessandro, raccomandato all'ostessa d'avvertire Susetta, quando si fosse levata, che l'aspettasse, sbocc nella piazza grande.
Alliano s'animava. Il vicario, in attesa della messa, era uscito sul sagrato a discorrere con i villani; quando rimaneva solo, bilicandosi sulle gambe aperte, guardava meditabondo in cielo con le mani dietro la schiena; in quell'atteggiamento gli nascevano i pi ornati passaggi delle prediche. I due macellai (perch ad Alliano ce ne sono due) appiccavano sulle porte delle botteghe le vesciche delle bestie macellate; quello, al quale era toccato d'ammazzare il maiale, sbandierava una collana di salsicce e di salsicciotti, che gocciolavano sui passanti. L'uno dopo l'altro aprivano gli usci il sarto e il calzolaio, e si vedeva bene ci che di giorno si vedeva male, che il calzolaio, la moglie e il garzone erano tutti e tre zoppi; ma ora i tre stavano ritti, e nel giorno seduti. Alcune vecchiette s'affrettarono biascicando alla chiesa, il fornaio rotol al forno la sua carriola, nella piazza pass qualche carro guidato da bambini; finalmente la Lombarda usc dalla posta col sacco delle lettere sulle spalle, per scendere alla stazione di Montechiaro. Giunta alla chiesa, il campanile, come in riconoscimento della sua puntualit, suon le sette. Tutto in regola.
Alessandro si diresse al municipio, per domandare informazioni pi precise della contessa Sammartino e del castello; nella sua casa d'Asti aveva preparato i contratti, ma non gli dispiaceva di sapere qualche maggior particolare delle persone e dei luoghi. Trovati gli uffici ancora deserti, si mise a camminare su e gi per la piazza. Dopo l'incontro con Cuordileone, la speranza di acciuffare un po' di fortuna, non molta, quel tanto che bastasse a farlo vivere discretamente con Susetta nel prossimo inverno, gli scaldava il cervello. Un'idea gli era nata dall'aver notato, nei prati di Alliano, alcuni peschi, carichi di bei frutti, ma scarsi di numero. Perch quella scarsezza? Gli piacevano le pesche, non aveva mai fatto il contadino, n coltivato un pesco; perci, la sua immaginazione si divertiva a piantar peschi dappertutto. Ed ecco, i dorsi dei colli infoltiti d'alberi carichi di frutta, e, nell'agosto assolato, i camion portare ad Asti il raccolto. Uno, due, tre, quattro, cinque camion; sollevavano un gran polverone, scendevano nella valle, sparivano presso la Nocciola; e in un vasto magazzino della citt, egli li aspettava. Diecine di ragazze dal camicione bianco, a braccia nude avvolgevano i frutti nella carta velina, riponendoli poi in belle cassette di legno; gli stanzoni odoravano di acacia segata di fresco. Che tramesto, che rumore, quanto lavoro l dentro: oramai treni di pesche partivano per tutti i paesi d'Europa e d'oltremare. Nel punto in cui il grasso Alessandro d'Asti discuteva col capostazione degli insufficienti carri messi a sua disposizione, e il capostazione si scusava, il magro Alessandro d'Alliano vide un uomo entrare nel municipio; strappato per un minuto alle fantasticherie, lo segu e lo raggiunse nell'anticamera. Gli domand prima del segretario, e l'altro rispose che quel giorno lavorava a Chiusano, perch i due paesi erano consorziati; poi del podest, e l'altro dichiar che il podest era lui, Luigi Ponzio. Parlava pi piemontese che italiano, rispondeva pacatamente alle domande, per non sprecare fiato; era vestito con pulizia, e molto cortese, di quella cortesia che deriva o dalla indifferenza, o da una profonda persuasione d'eguaglianza. Invit Alessandro ad entrare nell'ufficio, dove non sedette nella poltrona dietro la tavola grande: "l sta il segretario," avvert; si mise invece in un angolo, a un tavolinetto che aveva dinanzi una scranna bianca e solida. Guard amichevolmente il giovane, e per dargli coraggio, disse: "s, s, s;" era il suo intercalare, ed uno dei motivi principali della sua nomina a podest.
Con la foga e la sicurezza dei giovani che hanno concluso pochi affari, e quei pochi d'una specie del tutto diversa da quella che ora li appassiona, Alessandro, dimenticando per un momento Villalta e il suo castello, cominci a raccontare al podest, che cosa bisognerebbe fare in campagna per diventare ricchi. Spieg con chiarezza ed energia che oggi nelle citt tutti mangiavano pesche; che in campagna la vigna non rendeva pi, e il grano non si poteva seminare sui cocuzzoli; che, infine, tutti avevano bisogno di danaro, anche gli Allianesi, per selciare la piazza, costruire una scuola nuova, raddoppiare le fontane.
"S, s, s," conferm il Ponzio.
"Danaro, per, scarso nelle casse comunali, perch i bisogni crescono, e le rendite rimangono le stesse. I contadini sono abitudinari; la tradizione  la loro forza e la loro debolezza. E allora, come si rimedia il male, e si risolve la questione? Qualche cosa bisogna pur fare. Non scrollate la testa. Si trova un podest dalle idee nuove, intelligente e ardito; ce n', ce n', ne conosco anch'io, uno potreste essere voi; e si salta il fosso. Sbarbiamo le vigne," intim cordialmente Alessandro al Ponzio, "o almeno le peggiori; piantiamo i peschi dove c' un po' di spazio e di sole; impariamo a coltivarli questi alberi benedetti, belli a primavera, buoni in autunno; alleviamoli, senza paura di spendere..."
"No, no, no," disse il podest; "non piantiamone e alleviamone troppi. Ad aprile o a maggio capita una di quelle brinate che bruciano sin l'ultimo fiore, e andiamo tutti in malora."
Alessandro fiss l'oppositore.
"Anche voi come vostro nonno. Anche voi non rischiate un centesimo, per guadagnare denaro a palate. Anche voi scappate prima della battaglia."
"S, s, s," ripet l'altro, come godendo d'essere conosciuto cos bene.
"E se vi proponessi la costituzione di una societ? Se questa fosse presieduta da un personaggio importante?"
"Prima di tutto, io non faccio societ; nessuno dei Ponzio ne ha mai fatte. Ognuno per conto suo, e Dio per tutti. So chi sono quelli che fanno le societ;" e il podest guard a sua volta Alessandro dicendogli con gli occhi, ma senza offesa: "imbroglioni". "Poi," continu, "i personaggi importanti non conoscono i peschi."
"E se il presidente della societ fosse il marchese di Villalta, mio grande amico, che  arrivato con me ieri sera? Forse non lo sapevate."
Sul viso grigio del podest si soffuse un'espressione di rispetto e di dispiacere, rivelatrice dell'imbarazzo in cui l'obbligo di manifestare il proprio pensiero metteva il brav'uomo.
"Sapevo benissimo che il signor marchese era arrivato ieri sera. So tutto quello che succede nel mio comune; so anche, che adesso  a Villalta, dalla signora contessa Sammartino," cominci per prendere tempo. "Degna persona, il marchese; uomo di gran valore. Siamo cresciuti insieme. Sar contento di rivederlo. Ma," concluse ad un tratto, quasi rivolgendo la domanda a se stesso, e scotendo di nuovo il capo; "pu impedire ai peschi di patire, se fa freddo? O riempire di pesche le botti, se sbarbiamo le vigne?"
"Insomma," disse Alessandro, un po' indispettito, "non c' niente da fare? Io, il ragioniere, e voi, l'agricoltore?"
"S, s, s," conferm il podest, sodisfatto d'essersi buttato allo sbaraglio una volta tanto; "ma non arrabbiatevi. Molta gente viene dalla citt, come voi, con idee di quelle che cambiano il paese; soltanto, non sono attuabili. Noi li ascoltiamo, li ringraziamo, e poi... Sempre, per, a vostra disposizione."
Le notizie che il podest diede ad Alessandro sulla contessa e sul castello non furono cos nette e compiute, come si sarebbe potuto attendere da uno che aveva opinioni tanto sicure sulle viti e sui peschi. Un po' perch il contadino confonde le persone e i fatti, e il tempo per lui non  diviso in giorni e in anni, che incasellino nettamente le une e gli altri, ma in stagioni di lavoro, dove le cose importanti sono le semine e i raccolti; questi s, buoni o cattivi li ricorda; perci dice: "l'anno della tempesta, l'anno dell'uva." Un po' perch, se non  stimolato dell'odio, egli non palesa volentieri i fatti n propri n degli altri, anche se sono futili; teme di compromettersi, non vuol noie. Ad ogni domanda sospetta, il Ponzio rispondeva: "qui ci vorrebbe il segretario; questo ve lo potrebbe spiegare il segretario," indicando col dito la sedia vuota; l'assente compariva, cos, una specie di nume, arbitro e regolatore della vita degli Allianesi, la quale s'affievoliva o s'interrompeva quando egli mancava. Ma, dal discorso, Alessandro cap il rispetto dei paesani per la contessa, e il dispiacere, si sarebbe detto, l'umiliazione, causati dalla sua decadenza. I vecchi Sammartino avevano riverberato potere e nome su Alliano, e la disgrazia dei padroni era un poco disgrazia dei servi.
"Buongiorno, podest," dissero entrando i fratelli Chirone, il medico Luigi e il notaio Marco, e il podest ricambi il saluto. Le due parole dovevano per essere le uniche concordi dei fratelli in tutta la giornata.
I Chirone, che per gli obblighi loro avevano aiutato a nascere e a morire tre generazioni d'Allianesi, formavano la borghesia del paese, con il capitano di cavalleria a riposo Cesare Bertone, diventato tenente colonnello durante il congedo, e per brevit e orgoglio paesano chiamato da tutti colonnello, il vecchissimo maestro Marco Parino, il segretario comunale, il vicario di Alliano, monsignor parroco di Villalta, e, un gradino sotto, tre o quattro pensionati dell'esercito e delle amministrazioni statali. Si volevano un gran bene, e da sessant'anni s'accompagnavano nelle passeggiate e nei riposi; separati, pensavano continuamente l'uno all'altro; lontani si spedivano telegrammi ad ogni insolito silenzio; ma vicini erano di parere contrario in qualunque questione, dalle essenziali alle insignificanti. Forse, la disparit era effetto sopra tutto di pigrizia; a quel modo bastava che uno solo pensasse, e gi l'altro, per reazione, aveva pensato anche lui. Quel giorno, il dottore sosteneva che la guerra sarebbe stata lunga, e il notaio breve; e gli sguardi, la sottolineatura delle parole, le pause, le alzatine di spalle, i crolli di testa con i quali ognuno dei due esprimeva il compatimento affettuoso per gli spropositi dell'altro erano assai pi eloquenti e vivi delle ragioni contrapposte. Saputo l'arrivo dell'amico Cuordileone, avevano sperato di trovarlo al municipio; il notaio sarebbe poi andato con lui al castello, per essere presente alla contrattazione della vendita. Quando udirono dal podest che il marchese era gi a Villalta, e da Alessandro, il quale disse chi era, che egli ci si avviava, risolsero di fare la strada con quest'ultimo. Prima per entrarono nell'osteria a prendere Susetta.
La piccina era pronta. Poco dopo l'uscita del padre, riaperti a met gli occhi, era rimasta qualche minuto in quella stanza e in quel letto non suoi, sperduta, quasi sciolta nella luce e nel calore della tiepida mattinata. Il piccolo corpo usciva dal sonno come da un fiume profondo, a fatica; i canti oramai clamorosi degli uccelli, i profumi della campagna, portati dal vento ancor fresco, l'accarezzavano, quasi la cullavano, senza riuscire a svegliarla del tutto. A poco a poco, per, un raggio di sole giunse dalla finestra al letto, sal sulla coperta, le penetr le carni; e con la volont di muoversi, si riaccese la gioia e la felicit di vivere. "Buongiorno," mormor Susetta, un po' al padre che non c'era, e un po' a se stessa, iniziando con quella parola la sua giornata.
Morta la mamma, il padre sempre in giro, costretta spesso a rimanere sola, aveva cominciato presto a parlare con s; e quell'abitudine, che di solito  dei vecchi, riusciva strana e commovente nella bambinetta, alla quale dava l'aria pensosa d'una donnina. Ma il vezzo non derivava soltanto dalla solitudine. Susetta, precoce e delicata, per istinto d'amore e quasi per difesa, aveva trasformato le cose in persone, per sentirsele accanto, e vivere con loro. Il cielo, le nuvole, il sole, l'acqua, i buoi nella campagna, il gatto Miao nella casa, tutto ci che le stava intorno, vicino e lontano, grandissimo come il monte e minuscolo come la formica, erano per lei creature, alle quali poteva parlare come alla madre e al padre; cos non si sentiva abbandonata. Cinguettava con gli alberi e gli uccelli, del giardinetto, o i poveri giocattoli della stanza, e ad occhi intenti, ascoltava le risposte immaginarie, assentendo o dissentendo; usava gli stessi sorrisi, le stesse inflessioni di voce, le stesse carezze che con le persone vere. A volte il padre l'aveva udita dire "lui", ed era il fiume che le scorreva dinanzi; "lei", ed era la nuvola che ci passava sopra; quell'animuccia raccoglieva in s mille anime, in quel corpicino erano fusi mille corpi. Una sola manifestazione dell'infanzia non aveva: non cantava mai. Le bestie disgraziate, piene di malanni e sempre inseguite, intuivano la simpatia della fanciulletta. Quella mattina, mentre si vestiva e rifaceva la stanza, il cane Titti s'era affacciato all'uscio, quasi implorando accoglienza; e ritto sulle zampe di dietro o rotolandosi sul pavimento, con gli occhi liquidi e la coda ansiosa, le aveva chiesto affetto, perch nessuno gli era amico; di tanto in tanto si voltava a guardare se il padrone Antonio non sopraggiungesse. Alla risposta di Susetta: "s, Titti, s, povero Titti," il cane aveva ricominciato con maggior foga a dire i molti affanni; ma, subito, conseguito il desiderio, aveva scoperto i suoi difetti; se la piccina riponendo il colletto o la cravatta del padre non gli badava, s'impermaliva, la sgridava sotto voce, perch non aveva finito di raccontare la sua storia. "Tutto a posto, vedi," disse Susetta al padre, quando questi la chiam; poi fece una bella riverenza ai Chirone; infine concluse: "Titti, ritorno presto"; e il cane cap che la promessa era seria.
L'ostessa avendo informato che una gallina grassa bolliva nella pentola, Alessandro cont mentalmente i denari del borsellino; veduto che la gallina ci stava, approv. Poi i quattro presero la strada di Villalta, seguiti dagli sguardi della gente, che salutava con rispettosa domestichezza i Chirone. Naturalmente, passando dinanzi alla casa del dottore, il notaio osserv che sarebbe stata ora di potare l'ippocastano del giardino; e, nel tetto del notaio, Luigi indic due tegole che sporgevano, con pericolo dei passanti. Tornati al discorso del marchese, difesero ognuno i supposti propositi dell'amico, augurandosi per tutti e due una sua lunga sosta ad Alliano; il paese ne avrebbe ritratto vantaggio. Alessandro, a questi voti, torn al disegno della coltivazione dei peschi, mal troncato dal podest; aveva un po' della palla di gomma, che se da una parte cede a una ditata, dall'altra si rigonfia, e, appena levi il dito, ritorna come prima.
" uomo di gran valore il marchese di Villalta," disse convinto.
Il dottore lo guard di sopra gli occhiali, che aveva inforcati allora allora, e si ferm. Come nei tempi della condotta, portava sempre sotto braccio un ombrello; una volta precauzione necessaria contro i temporali improvvisi, che nell'Astigiano sono frequenti, adesso abitudine; e l'ombrello l'aiutava a chiarire e rafforzare pensieri e discorsi. Al nome di Cuordileone, infatti, scav con la punta due buchetti nella polvere della strada, li rinchiuse in un cerchio e li tagli con una righetta; aveva disegnato gli occhi, la bocca, il viso dell'amico. Bilanciandosi su una gamba, guard sodisfatto i compagni, indicando il capolavoro; poi lo cancell accuratamente, e riprese la via.
"Di Cuordileone non ce ne sono molti. Cinque anni fa, in una corsa a Milano;" qui diede un'occhiata vittoriosa al fratello, che non l'aveva accompagnato; "ebbi campo d'apprezzare nella famosa casa editrice Mainoldi, in che considerazione fosse tenuto dai pi grandi scrittori d'Italia."
"Credete che il suo nome vorrebbe dire qualche cosa, per esempio, a capo d'una societ?" insinu Alessandro.
"Una societ? Quale societ?"
"Dico per dire..." riprese il giovane con noncuranza. "Stamattina passeggiavo per queste campagne, cos adatte agli alberi da frutta; e invece ne vedevo pochissimi. Chi vien di fuori," continu con modestia, "non per acume d'intelligenza, ma per la novit, nota pi facilmente quel che manca a un paese, di chi ci vive in mezzo. Peschi, per esempio, ne avete voi? No; cos pochi, che non contano; eppure dnno la frutta pi sana, pi allegra, pi gustosa di tutte. Mi dicevo dunque: "non sarebbe benvenuta una societ per la cultura e il commercio delle pesche, con un bel nome sonoro come "L'Allianese", formata da signori del luogo, diretta da un giovane svelto, presieduta dal marchese di Villalta; tutta gente di buona volont, amica, onesta? Avrebbe una fortuna sicura; non dico straordinaria e immediata; sono uomo d'affari, non imbroglio; dico soltanto sicura."
"Ah, ah," commentarono i fratelli, che sentendo parlar di danaro si misero in guardia. Ripugnavano dalle avventure, e le proposte improvvise li turbavano; prima di risolversi dovevano avvezzarsi all'innovazione, pesare il pro e il contro, ridurla domestica; lavoro lungo e ingrato. Il dottore, per guadagnar tempo, domand ad Alessandro se avesse discusso il disegno col podest, e che cosa questi avesse risposto: "quell'uomo sa il suo mestiere", concluse, fermando l, con un ovetto in terra, il podest. "Non  facile la coltivazione del pesco," aggiunse il notaio che si stacc d'un passo dal giovane, quasi a dichiarare, con l'allontanamento, esaurito il tema.
"A me le pesche piacciono tanto," confess Alessandro, di nuovo sconfitto.
"Anche a me, pap," soccorse la piccina, che senza capirla aveva intuita la delusione del padre. "Sono tanto buone."
Alessandro le prese la mano accarezzandola; "Susetta," mormor e la piccina rispose: "pap".
Erano giunti intanto ai piedi della breve collina di Villalta, e avevano cominciato a salire la strada del castello. Il campanile di Alliano suon mezzogiorno, ma nella campagna e per le vie non s'avvert nessun movimento; i contadini continuavano a regolare i lavori col sole, e per loro le dodici erano le undici. Invece, il cielo, rimbombando come uno scudo percosso da cento martelli, fremette, e le vibrazioni mutarono in lampi; tutti i campanili risposero a quello d'Alliano. Un immenso corale si lev, s'attorse, s'allarg, cantato in piena sonorit dalle campane e dalle campanelle; colpi acidetti, squilli argentini, rintocchi cupi s'inseguirono e si fusero; poi i suoni, raccolti in una invisibile nuvola, viaggiarono sui colli e sulle valli. La gran nuvola, dopo essersi aggirata qua e l, s'assottigli e disperse, il cielo ridivenne immobile; i campanili, rifatti silenziosi, si rizzarono di nuovo lontani sui cocuzzoli, come alberi ignudi; il silenzio torn.
"Quante volte ho percorso questa strada con Cuordileone," disse il notaio che, coetaneo del marchese, aveva studiato con lui a Torino. "Era un bel matto."
"Non direi," osserv il dottore.
Ma Alessandro non seguiva il dialogo. Il castello vicino, la campagna solenne e sconosciuta, lui su quella strada con la figlioletta per mano, gli facevano sentir cocente l'incertezza della sua sorte. Sarebbe riuscito a concludere l'affare? Ora gli pareva difficile. Sorrideva sfiduciato a se stesso, mediatore d'un castello di cui quindici giorni innanzi ignorava il nome; e alla cerca, con due signori incontrati per caso, d'un terzo, veduto soltanto alla vigilia; sebbene poi gli fosse molto piaciuto. Dal luogo in cui si trovava scorgeva, nel mezzo del paese d'Alliano, le case dei due compagni di passeggiata. Dove la strada era pi larga e pulita, formavano quasi un borgo nel borgo; erano vaste e comode, tutte di mattoni rossi, con ampi cortili cintati da muriccioli dipinti anch'essi d'un allegro color rosso; dai muriccioli spuntavano ippocastani rotondi ed olmi rugosi. Chiusi i portoni antichi di legno grezzo, accostate le persiane verdi delle finestre, parevano le case del sonno; si pregustava, a guardarle, la frescura dei lunghi corridoi, l'oscurit delle camere senza mosche, la grassezza claustrale delle cucine, e quell'odore violento, quasi iroso, di menta e di spigo, dei canterani centenari. Perch non poteva anche lui conseguire la pace di quella gente? Perch non riusciva a farsi un rifugio sicuro e cordiale? Dalla giovinezza a quella sua et la vita era stata un seguito di avventure impreviste e imprevedibili, un po' volute e un po' subite; e, a giorni, gli era sembrato che gli mancasse qualche ruota nel cervello, per somigliare ai compagni assestati e fortunati. Anche felice, anche con Luisella accanto e Susetta appena nata, non era corso due volte a combattere in Africa e nella Spagna? Lontano, poi, soffriva la nostalgia della casa.
I fratelli Chirone continuavano a dipingere Cuordileone matto o savio, con quegli esempi del suo carattere, che meglio confortavano le loro tesi; Susetta faceva due passetti ad ognuno di quelli del padre, per riuscire a guardarlo in viso e sorridergli; indovinava che egli non era felice. E alla sua domanda se avesse appetito, rispose: "no, pap."
Ad un tratto, Alessandro, per uscir di pena, decise di ricorrere al sortilegio, arbitro ultimo dei casi importanti e disperati. Domand alla sua socia:
"Susetta, s o no?"
"S, pap;" rispose sicura la piccina.
Il viso d'Alessandro si schiar.
Senza dubbio il castello sarebbe stato venduto. La sera, Susetta e lui avrebbero mangiato la gallinotta di Filomena, bevendoci sopra una buona bottiglia; l'indomani si sarebbero fatti portare alla stazione di Montechiaro in carrozza; ad Asti avrebbero comprato quel vestitino, desiderio antico e segreto della figliuola.

 CAPITOLO 7.
Susetta era piaciuta subito alla Sammartino; il dottore e il notaio, stretto fra le braccia con energiche esclamazioni Cuordileone, l'avevano trovato l'uno un po' pi magro e l'altro un po' pi grasso dell'ultima volta, poi il dottore aveva ripreso la via d'Alliano, quando sul piazzaletto del castello comparve un'automobile, e Alessandro corse a ricevere i suoi clienti. Vigorosa e svelta, una signora salt gi, seguita da un'altra pi giovane, bellissima, che un pittore, se fosse stato l, avrebbe detto uscita da un quadro del Greco. Ambiguamente snella e lunga: lungo il pallido volto, lungo il corpo armonioso, lunghe le nette gambe sugli alti coturni, che allora si usavano, e sulla testa i capelli castani modellati a casco; tutto il corpo, d'una grazia nobile e fragile, tendeva come una fiamma all'alto. Due linee nette e diritte segnavano le sopracciglia; sottile e fremente era il naso, rossa e arcuata la bocca, non per lieta; gli occhi lunghi, ammandorlati, dove le pupille grige a strie d'oro avevano mangiato il bianco, guardavano fissi, un po' allucinati. I pesanti anelli d'un braccialetto d'oro tintinnavano ad ogni gesto e passo.
Due o tre volte, la giovane gir intorno a s, quasi danzasse; la veste, gonfiandosi un poco, scopr le colonne delle gambe; le braccia arrotondate sul capo diedero al corpo la forma perfetta dell'anfora; la giovane parve levitare.
"Che incantevole paese," esclam con una voce dall'accento bizzarramente esotico.
"Se ti piace tanto," sugger la signora pi attempata, "fermati con me. Oggi stai meglio; non abusare delle tue forze."
"Debbo tornare a Torino," rispose la giovane; e impetuosamente come era scesa, risal nell'automobile; un profumo di gelsomino si allarg intorno. "Lasciami godere questo sole, questa bella giornata della mia vita."
"Corrado," disse la signora rimasta sul piazzale ad un uomo che non s'era mosso dalla carrozza; "persuadila almeno di non strapazzarsi, e tu ritorna presto."
"Bene," rispose con voce profonda; e la macchina ripart come una freccia. Alessandro serb nelle pupille il tumulto d'una veste ondeggiante, e lo splendore cupo di due occhi fissi e dolorosi.
"Mio marito e mia figlia Gloria, ragioniere," spieg la signora rimasta, che era Teresa Gonzllai, compratrice del castello; e sospir un poco. Ma si riprese: "Eccomi dunque ritornata a Villalta. Confesso che non mi ci ritrovo pi."
Questa voce suonava perfettamente italiana; e la simpatia che suscitava era rafforzata da due occhi d'un azzurro purissimo che, quando s'alzavano a sollecitare una risposta o a difendere un pensiero, diventavano d'una ingenuit infantile. Ma il segno essenziale della donna era un prepotente vigor di vita, che prorompeva da ogni passo, da ogni atto, da ogni parola. La signora poteva avere intorno ai quarantacinque anni, e non li dimostrava; sotto ai capelli di rame, pesanti e copiosi, il sorriso della bellissima bocca era giovane come lo sguardo degli occhi. Le traspariva dal viso una leggera delusione.
Gi di fuori il castello, con le vecchie mura che i capperi e l'edera coprivano senza nascondere, non le era piaciuto; nel ricordo, che l'aveva accompagnata per tanti anni fuori di patria, era conservato molto meglio. Di dentro, adesso, ogni corridoio, ogni stanza, ogni scala, deserti e quasi abbandonati, ribadivano la prima impressione di tristezza; le poche reliquie dell'opulenza antica, rimaste l evidentemente perch non s'erano potute staccare dalle pareti e vendere, le facevano sentire meglio la povert, se non la miseria della casa. E di miseria la signora Gonzllai ne aveva sofferta tanta, che le dava ribrezzo.
Alessandro, scorgendole in viso la delusione, affrettava il passo per giungere presto dalla Sammartino; intanto spiegava: "Dal millecinquecento hanno vissuto qui i signori pi illustri del Piemonte. Adesso il castello  un po' trascurato, si capisce... La signora contessa abita quasi sempre nel suo palazzo di Torino... Ma in tutto il Monferrato, non ce n' un altro cos grande e nobile..."
"La contessa non vende per bisogno?"
"Per bisogno?" rispose Alessandro, credendo di far bene. "Mai pi. Ha vasti poderi, non so dove, dalle parti di Chieri."
"Sono contenta," disse la signora Gonzllai.
Alessandro indovin che le due parole significavano: "cos, se non compro non faccio male a nessuno"; e si rallegr della bella riuscita. "Con questo, tre fiaschi; dopo il podest e i Chirone, la signora Gonzllai. Numero perfetto."
"Contessa," diceva intanto nel salone Teresa alla Sammartino, "voi non mi ricorderete, ma io vi ricordo. Sono la figlia di Efrem Rebaudengo, padrone della fornace di Montechiaro, che forniva mattoni a tutti questi paesi. Ero anche la sua segretaria, e ad ogni fine di mese, per tre lunghi anni, ho corso le banche e gli usurai della provincia cercando i danari occorrenti a pagare gli operai, che scappavano, e i debiti con gli interessi, che restavano. Dai quattordici ai diciassette ho tentato di asciugare la barca col paniere. Poi, il mio povero pap fall e mor; ed io partii per Nuova York."
Non c'era nelle parole l'umilt finta dell'arricchito, che rammenta il passato per ostentare il presente, ma il riconoscimento del viaggiatore che, conseguita la meta, si volta indietro e considera la strada. E quando la contessa rispose che rammentava Efrem; si corresse subito: "il signor Efrem"; un brav'uomo, molto intelligente, che avrebbe meritato miglior fortuna, la signora Teresa ringraziando per lui, manifest il suo dubbio: era nato inventore, e, come tutti gli inventori, inquieto, fuori dalla realt. Anche il notaio Chirone ricordava bene: di padre in figlio notai; la vendita della fornace era stata conclusa dal vecchio Chirone. Il Chirone vivo accenn un gesto come per scusarsi, ma la signora lo rassicur. Le pareva di vedere ancora i due vecchi quel giorno; il padre Efrem piangeva, dovevano asciugargli le lagrime, e il padre Chirone lo confortava: "su, Efrem, sii uomo, che cos' un fallimento?" Brav'uomo anche lui, il padre Chirone.
"Conoscete anche il marchese di Villalta?" domand la Sammartino.
Chi non conosceva il signor marchese? Soltanto, quando egli veniva in vacanza a Villalta, stava fermo al castello, e Teresa correva invece a racimolare quattrini. Non s'erano mai incontrati; i ricchi e i poveri non s'incontrano facilmente. Volevano per una prova dell'antica ammirazione? Il marchese guidava una cavallina scura, balzana da tre, con una macchietta in fronte...
"Stella," disse la Sammartino. "Ma non ti fa arrossire, Cuordileone, l'ammirazione cos tenace di una bella signora?"
"Arrossirei di pi," rispose il marchese, "se fossi Stella; perch, in fondo, la signora rammenta lei;" e tutti risero.
Un momento prima, Cuordileone, preso il cappelluccio che Susetta teneva in mano, smentendo la promessa della sera antecedente ad Alessandro, ne aveva tirato fuori un fiore. La bambina era rimasta stupefatta; allora egli ne aveva tirato fuori un altro. Poi un terzo, poi un quarto; fiori piccolini di prato, di cui, se Susetta si fosse guardata intorno, avrebbe visto un vaso in un angolo; ma la bambina non poteva guardare, viaggiava nel paese delle meraviglie. Ora, il marchese le proponeva ad alta voce d'andare insieme nei prati, dove quei mirabili fiori crescono innumerevoli e liberi.
Diceva cos, Cuordileone, perch s'accorgeva che le cose nella sala non andavano bene, e che bisognava mutare l'aria. La signora Teresa, discorrendo con tanta cortesia, ma non accennando alla compera del castello, diffondeva l'inquietudine e il dubbio negli animi. Il notaio guardava il soffitto, Alessandro non riusciva a star fermo; soltanto la Sammartino serbava il contegno dignitoso e gentile, ma il viso s'era un poco rattristato. Cuordileone capiva l'opportunit di lasciare agli altri, uscendo, il modo d'avviare liberamente il discorso importante; al momento giusto sarebbe ritornato. Come e quanto avrebbe potuto aiutare, non sapeva ancora; s'affilava i baffetti, scrutava la Gonzllai, quasi per sorprendere la debolezza o il difetto di cui approfittare; intanto le sorrideva, come bisogna fare sulla pedana con l'avversario, per indurlo a scoprirsi.
La signora Gonzllai raccontava che suo marito e lei erano tornati dall'America, perch avevano voluto essere in patria durante la guerra. Suo marito era calabrese, di Scilla; si chiamava Corrado Cnsoli, ma gli Americani pronunciano quel nome Gonzllai, e a poco a poco Cnsoli era diventato Gonzllai. Teresa aveva sposato Corrado giovane, venticinque anni prima; la madre di lui, ancora viva, a Scilla, contava novantadue anni. Arrivati a Torino, il signor Longhi li aveva informati che il castello di Villalta era in vendita; e i ricordi della giovinezza avevano suscitato in lei il desiderio di acquistarlo. Forse, non era proprio quello che aveva immaginato. Avrebbe anche voluto entrarci subito; perch terminata la guerra e Gloria guarita, tutti e tre sarebbero ripartiti per Nuova York.
"Ahi," ripet fra s Cuordileone, e guard Alessandro, quasi per invitarlo a parlare; ma questi non rispose allo sguardo. "Che diavolo aspetta, perch sta zitto," si domand il marchese. Non sapeva che il giovane, il quale in una lotta corporale sarebbe morto piuttosto che cedere, si lasciava presto scoraggiare nelle dispute; aveva le mani pronte, le ragioni no. Ed era in un minuto di scoraggiamento.
"Che cosa faccio qui, perch ci resto," diceva quasi umiliato, guardando quella gente, fra cui soltanto la figliuola gli era cara. "Questo non  il mio mestiere. Il mio mestiere  di andare dove si menano le mani. L  la mia vita: ordinata, regolare, chiara; so quel che devo fare, tutto mi riesce; e alla fine del mese mi rimane un po' di soldi per Susetta. Ripeter la domanda per l'aviazione; se qualcuno mi aiuter, mi riprenderanno; non sono tanto vecchio; trentacinque anni... Ho appetito, non sete."
Pens queste parole, perch Marta era comparsa con i bicchieri del vino bianco, che la Sammartino, come tutti nell'Astigiano, offriva prima della colazione: una ragazzona tonda e rossa dietro alla vecchia portava a braccio teso e storcendo il corpo una bottiglia polverosa, come si porta un cero che sgocciola. Mentre la signora Gonzllai, ringraziava la contessa e beveva, il notaio domand alla ragazza:
"Tonina, hai acchiappato qualche altro gatto?"
"Non me ne parlate," salt su Marta. "Proprio ieri, uno, rognoso. E non c' stato verso di levarglielo di mano."
La ragazza prima gir sui circostanti gli occhi bovini, annebbiati dalle lagrime, poi, come un fiasco che si vuoti, disse a strappi e singhiozzi:
"Deve morir di fame? Perch  una bestia rognosa, deve morire?"
Indecisa tra il piangere e il non piangere, la voce era salita al falsetto.
"Lascia in pace tua nipote," ammon la Sammartino alla vecchia; "e tu, Tonina, non gridare. Nessuno ti porter via il tuo gatto. Soltanto, non farlo entrare in salone."
"Mi paiono tutti pazzi," ricomment Alessandro; "siamo qui per combinare un affare, e parlano di gatti. Avevo proprio bisogno io, ricco sfondato, di fare una passeggiata in campagna. Oggi intanto salto la colazione. Che castello curioso, per, che gente sregolata. S' mai vista tanta confidenza tra padrona e serve? Sono nobili questi?"
"Signore," disse Cuordileone alzandosi, e cercando come un bravo guidatore, di far trottare insieme con la punta delle dita, quattro cavalli indocili; "il tempo passa, e voi dovete discorrere d'affari col signor Longhi e col notaio. Forse, una visita sommaria al castello  opportuna."
Alessandro rivolse al marchese un'occhiata di consenso. O s o no, si sarebbe finalmente presa una decisione; quell'uomo diceva sempre la parola giusta al punto giusto.
"La signorina Susetta ed io," continu Cuordileone, "mentre farete la vostra visita ce ne andremo in campagna. Non  vero, signorina?"
"S, grazie; ma sono Susetta, non una signorina," sugger la piccola.
Tutti si alzarono. Nel tramestio Cuordileone trov modo d'accostarsi ad Augustina e di sussurrarle: "alla decisione sar con te," e ad Alessandro, fingendo d'offrirgli una sigaretta, di raccomandare: "fate un po' la corte alla signora, giovanotto". Poi chiam Marietta e colloc la serva e il notaio in testa al corteo, perch aprissero le porte e dessero le prime spiegazioni; a fianco a fianco la contessa e la Gonzllai; di retroguardia Alessandro; e fu sodisfatto.
"Vedr un edificio mirabile," confid alla Gonzllai; poi, tenendo Susetta per mano, scese a piccoli salti lo scalone, ed entr nel parco.
Nel pomeriggio la campagna, che, fino a quell'ora s'era gonfiata di sole e di succhi, s'abbandonava un poco; dall'erbe, dai fiori, dai frutti, dalle piante colori e profumi s'effondevano liberamente nell'aria, dove il rosso cominciava a venarsi d'azzurro. Susetta, investita dal grande ansito delle cose, trem; strinse un poco le palpebre come per difendersi dalla troppa luce, e con le manine si tur le orecchie.
"Che rumore!" mormor quasi sgomenta.
"Rumore," ripet stupito Cuordileone, interrogando con gli occhi la bambina; il visetto ovale le s'era affinato, e il mento tremava lievemente. "Quale rumore?"
"Questo del mare," rispose Susetta, togliendo le mani dalle orecchie, e raccogliendo un silenzio profondo eppur vivente, che poteva scambiarsi con l'enorme respiro del mare addormentato.
"Ma," domand Cuordileone messo sull'avviso dall'osservazione "non sei mai stata in campagna?"
"In una campagna vera, mai. Tu, invece, s?"
"Certo. Ci sono nato."
"E non senti il rumore del mare, signore?"
"Del mare," ridisse Cuordileone; e, per guadagnar tempo, domand: "Perch anche tu mi chiami signore? Io sono Cuordileone, come tu Susetta. Per, hai ragione, sento anch'io il rumore del mare."
"Vedi? Ma fermati un minuto: chi  quell'uccello con la marsina, che canta?"
"Non so."
"Come fai a non saperlo?  li sopra quel ramo;" e strinse ancora le palpebre, sicch gli occhi azzurri diventarono piccini, e la fronte bambina si corrug lievissimamente; Susetta era miope.
"Se  sul ramo," disse serio Cuordileone, " la mamma, e canta per cullare i figliuoli."
"E il padre dov'?"
"Il padre lavora. La madre canta, il padre lavora, i piccini crescono; cos succede in ogni buona famiglia."
"Ah," disse Susetta, e sospir. "Forse il padre arriva;  quello l."
"Non mi pare, questo ha un altro vestito, non  in marsina. Gli uccelli, nella stessa famiglia, sono vestiti allo stesso modo."
"E come si chiama questo, che non  il padre?"
"Non lo so."
"Non lo sai, nemmeno questo. Senti, signor Cuordileone, vuoi che facciamo una passeggiata nei prati, fino alla valle? Non ti stanca? Mi diverto tanto."
"Andiamo Susetta, andiamo; mi diverto anch'io. Ma non ti stancherai tu?"
Dell'antico parco era rimasto un boschetto, che un sentiero percorreva due o tre volte, per goderlo tutto; il boschetto era gremito di uccelli tra i rami, e di formiche, di grilli, di vespe terragnole nell'erbe. Di l dagli alberi si vedeva sui campi l'aria ardere e tremare dal gran calore; ma dentro era pace. Nell'ombra e al fresco, un pulcino sgambettava sul sentiero solo solo, spaventato e spavaldo; si fermava, guardava attorno, dava una beccata, poi traballando ripigliava il cammino.
"Di dove viene?" domand Susetta.
"Dev'essere un pulcino cattivo, che non vuol star con la mamma; e sar scappato da una cascina qui attorno. Avr il suo castigo."
"Il lupo lo manger?"
"Lupi non ce n' pi da queste parti, ma qualche gatto selvatico, s; il gatto rognoso di Tonina, per esempio. Pulcino, pulcino, ritorna alla tua aia," ammon il marchese, e Susetta cerc di afferrare la bestiola, ma questa starnazz le ali, fece rotolando due o tre saltini, e s'imbuc in un cespuglio; pigolava di sdegno.
Ora, il sentiero sboccava nel prato; la valletta che s'arrotondava sotto gli occhi sembrava immobile. Ma non era. Sciami di minutissimi insetti attraversavano silenziosamente l'aria; tra i colori fusi lampeggiavano corazze d'oro e d'argento di fulminee libellule; grossi ragni scotevano nell'agguato le tele tessute da tronco a tronco; dove l'occhio si fermava, gli steli e le foglie palpitavano. Persisteva quell'opaco, sommesso, profondo rumore, che Susetta aveva paragonato al rumore del mare; eppure le cose, ad una ad una, tacevano. Scendendo da una cascina, che alla fine si scopr su un cocuzzoletto, una frotta d'anitroccoli tagli il sentiero. Molto savi, seguivano con gran sussiego la madre, che protendeva il collo bianco, con l'ancia gialla del becco, ambiziosa di sembrare pi lunga e importante di quanto non fosse; andavano tutti adagio, dondolandosi, per dissimulare le gambe storte e il corpo pesante. Da una buca schizz in fuga uno di quei gatti, che Cuordileone aveva rammentati; bianco e nero, tagliente, con due occhi avidi e acuti, la coda sfilacciata, pieno di fame e di paura; non uno stelo gli trem sotto. Il vecchio e la piccina giunsero cos nel fondo della valle, dove una vaccherella, che frangeva rumorosamente un po' d'erba dura, li guard con i grandi occhi imbambolati; una vecchia la custodiva, sferrettando all'ombra di querce e di noci. Senza dimostrare sorpresa, la vecchia diede ai due il saluto del paese, che  il riconoscimento di quanto si sta facendo:
"Andiamo a spasso?"
"Andiamo a spasso," rispose Cuordileone. "Susetta, vuoi che ci riposiamo qui?"
"Volentieri. Si sta bene. Col sole, chi sa come saranno contenti gli alberi. Ma d'inverno, in questa valle, lontani da tutti, se c' la neve, e piove o tira vento, chi sa che freddo e che paura."
"Credi che gli alberi soffrano il freddo e la solitudine?"
"Certo, signore, come gli uomini; come me. Io ho sempre freddo. Vuoi che ti dica una cosa; ma forse la sai. Quando gli alberi muovono le foglie, parlano; altrimenti, come si capirebbero?"
"Ti confesso che qualche volta l'ho sospettato; ma adesso che lo dici sono certo. Dunque, gli alberi sono contenti, d'estate."
"Proprio," disse confidenzialmente Susetta; "guardali e te ne accorgerai subito. E questo fiore come si chiama?"
"Non so."
"Non mi hai detto che sei nato in campagna?"
"Ci sono nato, ma non ci ho imparato nulla. E non mi domandare nemmeno il nome di questi altri. Conosco soltanto i papaveri, i cardi e i fiori della citt: le rose, i garofani, i gelsomini, le viole; sai, quelli che crescono sulle tavole e nelle vetrine."
"Quelli sono i soliti, ma questi sono pi belli. Che peccato non conoscerli."
"Boule d'neive," spieg in dialetto la vecchietta, che fino allora aveva sferruzzato, come se i due non ci fossero.
"Palle di neve," tradusse Cuordileone a Susetta; e infatti erano tre o quattro palline dure e bianchissime, aggrappolate l'una sull'altra, con una fogliettina verde in cima, come un pennacchietto.
"Ah," disse Susetta alla vecchia; "tu sei nata in campagna, ma i nomi dei fiori li sai," e guard Cuordileone, strizzando gli occhietti azzurri e sorridendo. Il vecchio finse di chinare il viso, confuso.
Un branco d'uccelli, nascosto nel prato vicino, si alz a volo, e, come una nuvola sotto un gran vento, s'allarg aliando e schiamazzando nel cielo. La piccina trasal all'improvvisa levata.
"Strumei," spieg di nuovo in dialetto la vecchietta.
"Stornelli," ritradusse Cuordileone; "il nome questa volta lo sapevo anch'io. Buoni arrosto."
Il pomeriggio s'avanzava sempre pi, ed il cielo s'andava riempiendo d'uccelli, che, prima di rientrare al nido, facevano l'ultimo giro. Dalle querce, dai faggi e dai pioppi, rigogliosi nel fondo della valle, i novelli, per avvezzarsi al volo, si buttavan gi, sbattevano affannando le ali per restare in aria, volettavano quasi rotolando, strillavano allegri e convulsi; alla prima occhiata, parevano giovani pipistrelli. I genitori correvano intorno, in larghe ruote sicure; di tanto in tanto strepevano, per incoraggiare o rimproverare gli inesperti o gli incauti; e pure intrecciando rapidissimi anelli, non cozzavano mai tra loro. Dalla cima delle roveri, come da penduli balconi, le gazze dispettose si chiamavano a voce spiegata, leticando a tutto spiano. Una rondine piena di capricci, prima di tornare al portico della cascina, si lanci ad ali aperte dal ramo d'un noce, come un acrobata a braccia tese dal trampolino d'un circo; afferr a mezz'aria un invisibile trapezio, e risal elegantemente su un altro ramo; quando ci giunse, sembr inchinarsi a ringraziare, e la codina nera trepid ancora un momento.
"Quanta gente," disse Susetta guardando lo spettacolo, e si avvicin a Cuordileone bisbigliando: "Sai chi la fa venire? Quella vecchia."
"Che cosa mi dici, Susetta. Ti pare una fata?"
"Aspetta che vada via con la sua bestia; vedrai che chiuder la valle, gli alberi taceranno e gli uccelli si metteranno a dormire. Alla mattina, quando arriva, apre e fa uscire tutti, perch sbrighino i loro affari. Non scherzo mica, sai?  come la maestra che apre e chiude la scuola."
"Ma dove hai letto queste cose? Chi te le ha raccontate?"
"Nessuno. Le racconto io. Sai a chi?"
"Al tuo pap, non c' dubbio."
"Proprio a lui," disse con appassionato orgoglio Susetta, e con la manina si tir indietro una ciocca di capelli, raddrizzandosi come un fiore sul quale fosse passato il vento. "Al mio pap.  tanto buono."
"E gli piacciono?"
"Ma certo. La sera  stanco, e non ha voglia di parlare. Capisci, signore? Allora debbo parlare io; siamo due soci; hai sentito che lo ha detto anche a te. Andiamo insieme a lavorare. Prima, quando la mamma era viva, stavo pi a casa. E adesso vuoi che torniamo?"
"Che peccato," sospir Cuordileone.
"S, ma pap mi cercher," rispose Susetta con un certo sussiego, consultando l'orologio del braccino; "quando ha finito i suoi affari, mi cerca sempre." Palpitava in quelle parole, che dimostravano una gi lunga abitudine alle fatiche e agli stenti e un profondo amore, una conoscenza e un'accettazione cos semplice e pura della vita, che il vecchio fu commosso. "E grazie della bella passeggiata che mi hai fatto fare."
"Povera Susetta," pens il vecchio; "quanto dovrai patire, per questo desiderio di voler bene e di farti voler bene." Ma disse soltanto: "Ti ringrazio anch'io. Sai, che di qui a due o tre giorni mettono anche me in castigo? Debbo rinchiudermi in uno stanzino scuro, in cima a una scala ripida, su un seggiolone sbilenco; anche l c' tanta gente, ma che diversit dagli uccelli. Uomini e tarme, l dentro."
"Se non ti piace, perch ci stai?"
"Susetta, non farmi di queste domande; non saprei risponderti. Ti accorgerai che la vita  quasi tutta fatta di cose ingrate, che si amano, o si subiscono;" ma l'ultima frase la pens, non la disse.
Incontrarono nel ritorno la frotta degli anitroccoli, che in premio d'essersi serbati savi, risalivano con la mamma ben pasciuti alla cascina, dondolandosi pi di prima; ma il pulcino avventuroso del sentiero non c'era pi: forse lo aveva mangiato il gatto dalla coda sfilacciata. Un bruco attraversava la via, vestito di velluto azzurro e rosa, col collaretto nero; sembrava un pezzettino d'iride caduto per terra, camminava sparpagliando intorno i colori, splendeva fra l'erba come un gioiello. Cuordileone raccomand a Susetta di non toccarlo, perch era cattivo, e avvelenava le belle foglie delle verdure. Quando i due compagni lasciarono il bosco, dal campanile d'Alliano tre rintocchi s'allargarono nel cielo, e tutti i campanili dei dintorni confermarono che l'ora era giusta. Alle ultime vibrazioni Susetta e Cuordileone, tenendosi per mano come quando erano partiti, rientrarono al castello.
Nel passare dinanzi alla cucina, di dove usciva il profumo d'un soffritto che Marta preparava, aiutata da Tonina, attenta con un occhio al gatto rognoso miagolante nel cortile, Cuordileone not il lieve palpitare delle narici di Susetta.
"Susetta," esclam, "tu non hai fatto colazione."
"No, signore, ma non ho fame," rispose arrossendo la piccina; e c'era tanto desiderio di pane nella vocetta.
"Vedi, cos accade nel regno delle favole; si campa senza far colazione. Nemmeno io ho mangiato, nemmeno tuo padre; lui per manger a contratto concluso, e io ti terr compagnia. Marta, presto, un pezzo di pane per due affamati. Che cosa c' in casa? Formaggio? Salame? Presto, due belle fette di pane con un po' di formaggio."
Marta tagli due fette d'un fragrante pane bianco di grano, che abbagliarono il marchese; nelle campagne, in quel tempo, si faceva ancora pane di farina quasi pura.
"Marta," sospir l'elegante Cuordileone, tenendo la sua fetta con la punta delle dita, e incoraggiando Susetta a mangiare: "Marta... senti. Sarebbe proprio impossibile avere un pane di questi... mezzo chilo... anche un chilo... da portare, dopodomani mattina a Milano? Ho una cartella vuota, e vorrei far morire d'invidia gli amici. Direi che  grano delle mie terre."

 CAPITOLO 8.
La Sammartino era tornata nel salone con gli ospiti, e l'imbarazzo appariva chiaro sui quattro volti.
La visita del castello aveva finito di deludere Teresa. Umiliata nella povert delle stanze la nobile armonia delle linee, la signora s'era persuasa che il castello non fosse per lei. Alessandro, dopo un inutile tentativo di convincerla, aveva accompagnato le donne e il notaio in silenzio, con passo sempre pi rapido, come se altro non desiderasse, che giungere presto al no definitivo. Meno dei due compagni la Sammartino aveva rivelato il proprio animo; eppure la povera donna sapeva che cosa significasse per lei la rovina delle illusioni: quasi la miseria. In quanto al notaio Chirone, abituato a quella miseria, la compiangeva, ma da tant'anni c'era avvezzo, che solamente la prosperit l'avrebbe meravigliato; e guardava in pace un affresco, rappresentante il solito Appollo che stava per afferrare la solita Dafne, alla quale, per, con nuova verecondia, le foglie di lauro spuntavano non alle mani e ai piedi, bens in mezzo al corpo. Insomma, i quattro si trovavano a quel punto della conversazione in cui ognuno pensa: "Se potessi andarmene," quando Cuordileone, finita la merenda, appar con Susetta sulla porta, e intu l'andamento delle cose. "Avanti Cuordileone;" ed entr.
"Che bella passeggiata abbiamo fatto," disse.
"Quanta gente in campagna, eh, Susetta?"
"Che gente?" domand sorpresa la signora Gonzllai.
"Nuvole nel cielo, signora, alberi sulla terra, uccelli nell'aria, anitroccoli sui sentieri, pulcini e bruchi nel bosco, vecchine sui prati; gente a due, a quattro, a otto, a cento gambe, che parla, canta, stride, squittisce, tace; un da fare e da dire, un andirivieni, un imbroglio..."
"Cuordileone," interruppe la Sammartino, "ricominci con le fontane luminose?"
"Io?" rispose il marchese. "Domandate a Susetta, che ha parlato con la vecchia fata."
"La vecchia fata," replic sempre pi stupita la signora Gonzllai; e fiss il marchese come per assicurarsi che discorresse sul serio; ma Cuordileone continu:
"Una fata, sicuro, che viene la mattina ad aprire la valle, e la sera la chiude, e manda tutti a letto. Per ingannare i paesani, all'anagrafe  Gina del Giai, la vedova di Felice, e arriva con una vaccherella e una calza grigia, che rif da settant'anni; ma comanda all'aria, alle bestie, ai fiori.  lei la madre dei tartufi bianchi."
"Ci sono ancora i tartufi nella valle? Una volta c'erano. Come mi piacciono," esclam golosamente Teresa.
"Signora," esclam Cuordileone, prendendo al balzo la domanda; "questo  rimasto il paese dei tartufi. Da settembre in poi, le piazze, le strade, le case sanno di tartufi. Ogni uomo ne ha uno in tasca, e ogni cucina due sulla tavola; esagero forse un poco, ma cos il profumo si sente meglio."
Si avvicin alla finestra.
"Avete fatto bene a ritornare. Volete una prova che questi sono bei posti? Ecco laggi, nel suo giardino, l'eccellenza del vescovo d'Asti, che fa i quattro passi del pomeriggio. Signora, dove trovate un vescovo, vuol dire che si sta bene."
"C' ancora il vescovo a Villalta?" domand Teresa, trascinata dai ricordi, e anche lei s'alz e s'accost alla finestra.
"C' sempre stato; perch volete che non ci stia pi?"
"Una volta abitava la villetta del giardiniere."
"Proprio quella; l'abita ancora."
"Era piccola, ma che rispetto incuteva."
" ancora piccola, e incute ancora rispetto. Guardate che figura fa l'Eccellenza, con quel vestito nero e paonazzo. I preti sono al loro posto nei paesi del sole; fanno macchia, come dicono i pittori, tra la luce viva; nelle nebbie, sotto la pioggia, scoloriscono."
Il vescovo d'Asti e principe passeggiava lentamente nel giardino, e il parroco di Villalta, che era anche monsignore, gli teneva rispettosa compagnia. Il vescovo era un uomo diritto, alto, piuttosto corpulento, e il parroco, invece, un ometto magro e nervoso, che s'appoggiava a un bastoncino; quando l'Eccellenza, finito il breve viale, faceva dietro fronte, monsignore gli girava intorno correndo e puntando a terra il bastoncino, per rimanere a sinistra; il superiore allora aspettava con affabile degnazione che l'altro fosse arrivato, poi riprendeva il cammino. Il nero e il paonazzo dell'ampia tonaca e della larga fascia del vescovo si ripetevano nella tonachina e nella fascetta del monsignore, col paonazzo, per, ridotto a un fiocchetto sulla berretta e un filetto alla sottana; e i due colori s'intonavano col giardino, dove nelle aiuole prevalevano zinie, dalie e salvie splendidamente rosse, e nei sentieri, tra i vecchi alberi, s'allungavano le prime ombre.
"Pap, mi dispiace tanto che tu non sia stato con noi," mormor a questo punto Susetta, che era riuscita ad avvicinarsi al padre. "Il signor Cuordileone ed io abbiamo mangiato in cucina."
"Beati voi," rispose rassegnato Alessandro; "io manger dopo; non sar la prima volta che salto la colazione."
"Monsignor vescovo mi onora della sua amicizia," disse la Sammartino alla Gonzllai; "e viene spesso a trovarmi."
"Naturale," afferm con calore Cuordileone, "non lui soltanto. Questi sono i paesi degli uomini illustri. La signora Gonzllai, nata qui, sa benissimo quel che voglio dire. Ad Alliano, il castello dei Del Carretto, dopo essere stato della marchesa di Barolo, ospite del Pellico e del Balbo, fu per molti anni Seminario, al tempo di monsignor Filippo Artico, vescovo d'Asti, fierissimo oppositore della legge che separava la Chiesa dallo Stato, e perci punito qui col confine. La sera, i chierichetti formavano lunghe strisce nere e rosse in mezzo alle vigne; le campane suonavano in onore dell'esiliato. Molta gente d'Asti e del Piemonte veniva a rendergli omaggio; mio padre, che si vantava d'essere fra i suoi amici, me lo dipingeva uomo di grande valore, come molti ribelli."
"Sei per i ribelli," interruppe scherzosa Augustina.
"In teoria quasi sempre; in pratica un po' meno. Noi Astigiani, del resto, nasciamo turbolenti, e l'Alfieri non per niente  nostro. Santi, venerabili, poeti, marescialli d'Italia, scienziati spuntano da questa nostra terra secca e dura, ma ferace e generosa. Non importa se hanno le maniche rimboccate, e nell'aspetto rispecchiano la ruvidezza e la semplicit dei luoghi; quel prete che a sottana rialzata salta la corda con i novizi, ha compiuto miracoli, e quel signore, che gioca in piazza col notaio e col medico, ha vinto due o tre battaglie."
Nel giardino monsignor vescovo continuava ben composto a passeggiare sul vialetto, e monsignor curato a corrergli rispettosamente intorno ad ogni dietro fronte, badando di fare lo stesso numero di passi, per restargli al fianco. Imbruniva; nell'ombra dietro al prelato sembrava infoltire il crocchio degli uomini conosciuti o famosi, e alla signora Gonzllai, dopo tanti anni di lontananza, la rievocazione solenne del paese ridestava, con una commozione malinconica, l'antico desiderio. Dipendeva da lei d'entrare padrona in una casa illustre, nella quale un tempo era accolta come una postulante. La Sammartino, indovinando il gioco di Cuordileone per darle aiuto nell'unico modo che potesse, gli sorrideva riconoscente. Fra le ginocchia del padre, Susetta beveva ogni parola del vecchio amico; tutto le si mutava in una musica confusa, dalla quale uscivano confuse immagini. Col gesto involontario di quand'era turbata, rialzati i capelli biondi, si turava un poco le orecchie; la fontanella della gola trasaliva, gli occhietti azzurri scomparivano sotto le palpebre, nello sforzo di guardare; lo spirito scuoteva il corpicino. Alessandro, ricominciando a sperare, non sentiva pi i morsi dell'appetito.
In quanto a Cuordileone, s'era buttato a capofitto nel mondo della fantasia, per trascinar fuori dal reale tutta quella gente, e ispirarle quel desiderio e quell'illusione d'affetto, di gioia, di pace, che  quasi sempre fondamento e ragione della bont. Senza mentire, coloriva vivacemente le parti belle e buone delle cose e degli uomini, tacendo le altre, che pur sapeva; imbrogliava un poco ma si assolveva; l'inganno era a fin di bene; e anche gli altri, che lo capivano, lo assolvevano. Dal balcone rococ, aperto sul Monferrato e sulle Alpi, parl con autorevolezza e condiscendenza.
"Questi castelli, signora Gonzllai, non si debbono guardare di dentro, ma di fuori, sulla collina dove sono stati costruiti; ognuno allora ha la forma conveniente, e la ragione d'essere."
Una vocetta acuta di ragazzo grid dal basso:
" quello l."
E la voce pi grave d'una donna conferm:
"Proprio quello che s' affacciato."
Presso la gradinata del parco, una donna e un ragazzo con un clarinetto in mano disputavano con Marta, che non voleva lasciarli passare; la donna interpell direttamente il marchese, dicendo che era la vedova del clarinetto.
"Del clarinetto?" domand la Sammartino all'amico. "Che storia  questa? Marta, falli salire."
"Non  una storia," rispose confuso Cuordileone; "non  nemmeno il principio d'una storia, se non la fanno diventare loro;" e mentre la madre e il figlio salivano, raccont l'incontro del giorno innanzi.
"Scusate, signora contessa, signor marchese e compagnia," cominci la madre quando fu nella sala. "Noi povera gente disturbiamo sempre. Ma avevo tanta paura che il signor marchese partisse. Ho comprato il clarinetto, come mi ha ordinato. Sapevo che ce n'era uno a Montafia; il suo padrone, il Barabba,  morto tre mesi fa. Ho camminato tutta la mattina; eccolo."
"Il clarinetto, come vi ho ordinato? Ma quando? Ma dove?"
"Ieri nel mio cortile. "Questo  un cattivo clarino," avete detto. "Se Matteo ne avesse uno migliore, suonerebbe ad Asti. No, prima a Cortazzone, poi a Montechiaro, poi ad Asti." Ho comprato lo strumento. Adesso, se volete scrivermi la lettera..."
"La lettera? Che lettera? A chi?"
"La lettera di raccomandazione. A chi, non so: tocca a voi. Voi potete fare quello che volete; una vostra parola, e tutto  combinato.  stata una spesa grossa per me, povera donna: cinquanta lire; ma dove avrei trovato per cinquanta lire un clarino come questo?"
"Signora," cominci indispettito Cuordileone; poi scoppi a ridere. "Scommetto che mi dite il prezzo, perch io ve lo rimborsi."
"Eh," mormor la donna, indecisa tra l'accettare francamente e il mostrarsi contegnosa; un sorriso compunto le spruzz le labbra, e subito scomparve.
"Mi permettete, marchese," interruppe la signora Gonzllai, che s'era molto divertita al dialogo, "d'offrire lo strumento? La musica mi piace, e il modo d'impararla di questo ragazzo anche."
"Scusatemi, signora," rispose Cuordileone raddrizzandosi; "non posso. Che figura farei se vi lasciassi concludere la faccenda? Sono una specie di padre eterno, che ordina ed  ubbidito; scrivo una lettera e muovo cielo e terra. Naturalmente, non ho detto una parola di quanto questa brava donna ci  venuta a raccontare; ma un diploma d'onnipotenza per cinquanta lire  regalato. Matteo, prendile, e dlle alla tua buona madre."
"Come si dice, Matteo?" ammon severamente questa, intascando il danaro.
"Grazie."
"Si dice: grazie, signor marchese. Bestia. Fuor della musica  un poco scemo, e poi non sa trattare con i signori. Dunque, la lettera di raccomandazione non me la scrivete? Pazienza, sar per un'altra volta. Per state sicuro: il vostro figlioccio vi far onore."
Contenta della solenne promessa, la donna se ne and col ragazzo; ma oramai nella sala tutti erano amici. La signora Gonzllai riprese il discorso di Cuordileone.
"Rallegramenti, signor compare. Dicevate dunque, che questi castelli bisogna vederli di fuori. Forse avete ragione."
Gi per la stradetta la donna e il ragazzo s'allontanavano a grandi passi; a un certo punto la donna si volse, scorse la compagnia al balcone, ritorn povera vedova, e, tutta composta, ripigli la strada; il ragazzo, che continuava a correre, fu fermato a volo da uno scapaccione; presto i due sparirono. Nel giardino, monsignor vescovo e monsignor parroco non passeggiavano pi; seduti in due larghe sedie di vimini, il vescovo a destra, il parroco a sinistra, leggevano il breviario.
Il cielo d'un azzurro lucido, appariva vuoto; il sole da una parte scendeva tranquillo all'orizzonte, e, dall'altra, una larga mezza luna cominciava pigramente a salire. Una di quelle nebbiette cos frequenti alle mattine e alle sere del Monferrato, anche nella bella stagione, velava un poco la pianura lontana del Po e nascondeva le Alpi; il mareggiamento delle colline era molle, armonioso, riposato. L'aspetto, quasi il carattere discreto del paese si rivelava; le strade erano deserte; soltanto, oltre la stazione di Montechiaro, l'automobile del signor Gonzllai veniva verso Villalta, sprizzando lampi.
"Se tu, Augustina, mi permettessi," disse Cuordileone, "vorrei raccontare alla signora Gonzllai la famosa festa di pacificazione delle nostre famiglie, in cui, tanti anni fa, il castello di Villalta rifulse per l'ultima volta."
E siccome la Sammartino annu sorridendo, Cuordileone, seduto fra gli amici, cominci.
Le due famiglie andavano in rovina, e forse per questo dopo tante guerre si rappaciavano; ma la festa della riconciliazione era stata superba. Come i grandi uomini, il castello di Villalta era finito con maest. Usavano allora i fuochi d'artificio: e in quella magica notte il castello e la collina s'erano disegnati nel cielo fra cascate di fiamme, quasi che i padroni, prima di sparire, avessero voluto dar fuoco ai luoghi in cui erano stati potenti. Torme di nobili e di ricchi borghesi erano affluiti da vicino e da lontano; i contadini seduti nei fossi avevano ridetto quei nomi, risonanti nella storia d'Italia. Da tre giorni, in tutto il circondario, continuava l'eccidio degli animali da stalla e da cortile: Gargantua e Pantagruele avevano invitato a tavola castelli e paesi. Uscivano dalle cantine, all'ultimo momento perch fossero fresche, le bottiglie grommose e polverose; come un esercito salivano in ordine, a due a due, dalle scale alle credenze; quando la marcia sembrava finita, ripigliava. Un'orchestra di Torino suonava; il direttore aveva un paio di fedine lunghe, ma le maniche della marsina corte. E a Cuordileone, che contava allora dieci anni, sicch i minimi particolari della festa incantata gli rimanevano impressi per sempre, era apparsa per la prima volta, incomparabile, Augustina, che ne aveva nove.
"Cuordileone," esclam l'antica Giulietta, trasalendo; "Cuordileone, un ricordo..." Parlava lenta quasi tirando fuori con fatica il ricordo. "Cinquant'anni, e ritorna adesso. Dove  mai stato nascosto? Eppure l'ho nitido innanzi agli occhi."
"Che cosa dunque, Augustina? Non tenermi sulla brace."
"Rammenti a cena i nostri posti?"
"No. S, perbacco. Vicini."
"E che cosa ci diedero a fine di tavola?"
"Il gelato."
"I confetti, due a ognuno. Ma tu, che eri prepotente, me ne rubasti uno."
"Sempre maleducato. Susetta, non prendermi ad esempio."
"Dell'altro confetto mio che abbiamo fatto? Non sforzarti di ricordare; te lo dico io. L'abbiamo messo con uno tuo in una scatoletta di fiammiferi, e siamo saliti in solaio a nasconderli, per mangiarli il giorno dopo. Ma il giorno dopo non li abbiamo mangiati. Cuordileone, ci saranno ancora?"
"Andiamo a cercarli," esclam la signora Gonzllai, alzandosi; "potr riguardare meglio il castello. Confesso che poco fa ero stanca del viaggio."
"Vedr quanto guadagna a una seconda occhiata," disse rinfrancato Alessandro; il notaio Chirone, destandosi dal dormiveglia, conferm; e tutti s'avviarono al solaio. Cuordileone, senza dare il braccio ad Augustina, le stava cos accanto, che la vecchia signora aveva l'impressione d'appoggiarsi a lui.
"Signor Cuordileone," domand Susetta, "posso venire anch'io?"
"Certo. Questa  la spedizione dei signori di Villalta alla ricerca del tesoro, nascosto nella caverna delle travi e delle casse vecchie. C' da tant'anni; e lo difendono corridoi storti, scalini traditori, porte che acchiappano gli abiti e botole senza fondo. Lo troveremo? Non lo troveremo?"
Sostarono un momento sull'uscio del salone, dove era comparso il signor Gonzllai; sua moglie rapidamente lo present agli amici. Era una specie di gigante, con un viso largo, sbozzato, il naso camuso e due occhi vivacissimi, che scrutavano dentro; nell'aspetto e nelle mosse potenti e quasi barbariche, aveva di quei pastori di montagna, che secondo le stagioni, camminano instancabili con le greggi per i monti e per le valli. S'inchin ad ognuno senza parlare, ma l'occhiata con cui accompagn l'inchino s'adattava alla persona; infine strinse la mano di Teresa con una delicatezza e un rispetto che avevano dell'adorazione. Ad una muta domanda di lei, rispose:
"Non c' stato verso; Gloria ha voluto rimanere a Torino."
Nella luce che s'affievoliva, il castello riacquistava l'antica nobilt; l'ombra nascondeva col suo mantello la nuova miseria. Lo strusco dei passi sembr il bisbigliare d'un'antica brigata, tutta grazie e cerimonie; i generali mostacciuti e i presidenti imparruccati scesero lentamente dalle pareti, e, smesso il cipiglio, formarono crocchio. La biblioteca con gli antichi in folio allineati negli scaffali o aperti sui leggii, un po' secchi e gialli, riprese l'antica aria nobile; un cantuccio sembr quello dell'officina di Faust. E la nudit delle stanze e dei corridoi scopr l'ampiezza, l'ardire, l'armonia dell'edificio; la potenza perduta, ma certa, degli abitatori fu palese. Quando la comitiva, salita l'ultima scala, apr la porta dei profondissimi solai, un filo di luna corse sulla trave maestra. Qualche cosa come il ventre immenso d'una nave si spalanc; tra un greve fiato di chiuso i mobili e gli oggetti, che per secoli erano stati dei Sammartino, tesero le braccia ai visitatori. Susetta gett un grido sommesso di meraviglia.
Guidati dalla contessa, gli amici si diressero dove, nell'ultimo solaio, la trave s'incastrava nel muro. Avevano tutti sulle labbra il sorriso incerto di chi dubita d'essere un po' ridicolo, e pure  ansioso d'osare; Cuordileone respirava con fatica, e un lievissimo madore gli cospargeva il volto. Giunta al muro, la Sammartino si ferm, cerc un poco in basso il nascondiglio al quale, cinquant'anni prima, era appena arrivata rizzandosi sulla punta dei piedi, scosse come per scusarsi la testa bianca, e, quasi subito, sorridendo, mostr nell'esile mano una scatoletta di quei fiammiferi di legno, che tanti anni fa usavano. Era incrostata di polvere e di ragnatele, ma conteneva ancora i due confetti. I ragazzi ce li avevano messi dentro bianchi, vivi; adesso parevano due vermicini ingialliti, nella loro piccola bara.
La scoperta fin di stringere in un sentimento di simpatia quelle diverse persone.
"Compriamo il castello," disse la signora Gonzllai, dopo aver scambiato poche parole col marito; e le tremava la voce. "Non  vero, Corrado?"
"Certo," rispose questi.
"Ah," disse Alessandro e si raddrizz, come se gli avessero tolto dalle spalle la collina di Villalta: pens: "si mangia," e scocc un sorriso a Susetta, che si strinse a lui, mormorando: "pap." La signora Gonzllai continu:
"Forse questa pace far bene a Gloria. Forse il rammodernamento delle sue stanze, distraendola, la terr un poco con noi. A Torino c' anche uno dei suoi dottori pi bravi; in tre quarti d'ora pu essere qui".
Il marito s'inchin un'altra volta, con una velatura di dolore sul viso e conferm: "Certo".
"Cuordileone, vedi se avevo ragione di chiamarti," disse semplicemente la Sammartino, quando rimasero soli.
"Non sempre riesco cos bene come oggi," rispose modesto il marchese. "Ma allegri; questa volta  andata. Il mio compito  finito. Resto domani, per conoscere i tuoi proponimenti e respirare ancora una boccata dell'aria d'Alliano: chi sa quando ci torner? Ma che fa Tonina sola sola, sulla torretta, con quell'aria estatica?"
"All'alba va a veder sorgere, e alla sera tramontare il sole. Bisogna lasciarla fare, altrimenti rifiuta la colazione, o non cena."

 CAPITOLO 9.
Quella mattina, come tutte le mattine, alle sei e mezzo, la Lombarda usc di casa, dopo aver preparato la prima colazione di peperoni e pomodori al marito, sceso gi da due ore nel prato a falciare l'agostano. Infil nel braccio gli anelloni d'una borsa sporca e lacera, ripostiglio del sacchetto postale e dei piccoli oggetti che la gente le affidava per portare alla stazione, accost l'uscio di casa senza chiuderlo, guard secondo l'abitudine il cielo e si rallegr perch era sereno, poi incominci, un passo dopo l'altro, il solito viaggio. Con i piedi piatti e in fuori, le gambe gonfie, il petto secco, sollevava andando un polverone; ma, cos vecchia e asmatica, faceva i suoi venti chilometri al giorno. Da pi di quarant'anni camminava; suo padre era stato portalettere prima di lei, lei aveva continuato da ragazza, da sposa, da madre e da nonna, salvo i giorni del parto o delle grandi nevicate; in quelli, il marito la sostituiva. D'estate portava il sacchetto al treno due volte, alle sette e alle quindici: non di rado, nel tornare, barcollava, ubriaca di sole; d'inverno, una volta soltanto, alle sette, ma doveva fermarsi nelle cascine lungo la strada, perch le ossa le crocchiavano dal gelo. Non si asciugava mai il sudore, non si lamentava mai del freddo.
Anche quella mattina ricevette dalla signora Mellito, impiegata della posta, il sacchetto sigillato e lo cacci nella borsa, prese dal calzolaio zoppo uno scatolino per il suo collega di Montechiaro, e lo ripose accanto al sacchetto, discusse con Rina, la bottegaia, il colore d'un nastro da comprare e infil il campione nella borsa; poi imbocc la strada grande, che scendeva nella valle. Andava tranquilla e regolata; sapeva le ore e i minuti, senza guardare un orologio. Fatti pochi passi incontr il marchese di Villalta, che approfittava dell'ultimo giorno di vacanza per vedere quello che di nuovo c'era in paese, e risalutare l'antico. Alessandro, guadagnato il suo gruzzoletto, s'era concesso anche lui un giorno di festa, per far godere un po' di campagna a Susetta, e aveva dato appuntamento lungo la strada della stazione all'amico; sicch la Lombarda zoccolando e Cuordileone col petto in fuori e i gomiti al corpo come un maratoneta si misero in cammino.
Dal primo cascinale, a destra, usc secondo l'abitudine il cane Mustaf, osservando i due senza abbaiare: la Lombarda serviva da malleveria allo sconosciuto; dietro apparve Felice col tridente sul braccio, triste, perch qualche mese prima una mano gli si era paralizzata e le dita non stringevano pi; da giovani c'era stata simpatia tra lui e la Lombarda, adesso non se ne ricordavano nemmeno. Spunt dal portone della cascina anche don Emanuele, lo zio prete, con la sua gamba metallica; il campanaro della chiesetta di Sant'Antonio, che lo spiava, suon la messa; erano le sette precise, e la gente sapeva che don Emanuele metteva un quarto d'ora a percorrere i cento metri di strada; perci, alle sette e un quarto tutti erano a posto. Il prete zoppicando lodava il Signore; nell'aria limpida e fresca anche monco era contento di vivere.
"Lombarda," chiam a bassa voce da una casa Tonina, quella che la sera innanzi Cuordileone aveva lasciata sulla torretta del castello ad ammirare il tramonto.
"Oh, come sei qui," domand meravigliata la portalettere.
"Il Pinzone sta per morire, e non ha nessuno che l'aiuti. Sono scappata un minuto da Villalta, dove non c' bisogno di me. Pover'uomo, fa piet. Gli ho detto d'avervi visti, e vuol parlare al signor marchese."
"Chi  il Pinzone? E perch lo lasciano morire solo?" domand Cuordileone; la Lombarda non rispose, e il marchese entr.
Nella stanza terrena stava insaccato in un gran letto mal rifatto un omone, e affannava; le mani strisciavano sul lenzuolo sudicio, di tanto in tanto scatarrava dal fondo dei polmoni col rumore d'una carrucola arrugginita; rotava due occhi cerchiati di violetto, il viso era emaciato, e una barbaccia grigia, ad ogni sussulto, s'alzava nell'aria, come una spazzola.
"Dio vi manda, signor marchese," disse con un vocione roco, che a volte finiva in fischio. "Muoio, solo in mezzo a questi contadini rozzi, io che ho sempre vissuto tra gente civile, in citt; per questo, voi forse non mi conoscete. Quando Tonina mi ha detto che stavate per passare, ho ringraziato l'Onnipotente. Promettetemi, giuratemi di fare quanto vi dir."
L'affanno cresceva, con quello scatarro da rompere il petto; nel cerchio sempre pi fondo delle occhiaie gli occhi splendevano di febbre. Tonina girava i suoi come se stesse per piangere. Il malato domand, con un altro fischio:
"Avete una sigaretta? Mi quieta l'asma," spieg alla risposta negativa di Cuordileone; ma la semplice richiesta gli fece bene, perch ans di meno. "Muoio, perch mi hanno svergognato, torturato, levato il pane. Muoio," ripigli esaltandosi, "per colpa d'un farabutto, d'un assassino. Ma voi, signor marchese, mi ridarete l'onore. Quando l'avr riavuto, morir contento."
"Non capisco," disse Cuordileone.
Tra due colpi di tosse, tremando e mangiando mezze le parole, il moribondo raccont che, dopo vent'anni di scrupoloso lavoro al Catasto d'Asti era stato improvvisamente congedato per "scarso rendimento", cio per malavoglia e ignoranza. Accusa infame; serbava nel cassetto gli attestati della sua perizia e della sua diligenza; doveva proprio venire un superiore di chi sa dove, un senza paese, il rifiuto di tutti i catasti, a rovinarlo. Ma il vigliacco sarebbe finito in galera. Il Pinzone sapeva cose spaventose di lui; fannullone e ladro. Possedeva documenti inconfutabili nel cassetto; quell'uomo era putrido. La voce stridula tradiva un odio selvaggio; Tonina era indignata.
"Ma io domani parto," obiett Cuordileone.
Il malato si contorse dalla tosse, e il respiro ridivent affanno. Il marchese non poteva abbandonare un infelice in quelle condizioni; era questione di coscienza. Forse non aveva capito quanto egli aveva detto. Moriva. Gli mancava il fiato, la vista, la voce. Doveva difenderlo; Dio l'aveva mandato ad Alliano per questo. Come difenderlo? Semplice. Andare a Torino, dal capo del compartimento, a dimostrare l'innocenza di Sebastiano Pinzone. Non basta? Allora, a Roma, dal ministro. Era un pover'uomo, lui Pinzone, ma non voleva morire nel disonore. Prese una mano di Cuordileone e la pos sulla tempia, mormorando: "La febbre cresce;" riport la mano sul petto, abbassando ancora pi la voce: "Non respiro pi;" e giurando che dal viso si capiva il cuore del marchese, concluse che i poveri morti gli comandavano di far rendere giustizia ad un oppresso.
"Ebbene," rispose Cuordileone commosso dall'accenno ai morti, "scrivetemi a Milano. Ecco il mio indirizzo; far quel che potr."
Il malato prese il biglietto, lo guard, guard un poco Cuordileone, poi ripose il foglio sotto il cuscino.
"Non potete proprio rimanere?" domand, continuando a fissare il marchese, che rispose: "No. E mi dispiace."
"Ah,  cos," riprese il moribondo, e l'asma di nuovo diminu. Mormor tra s, come se ricapitolasse un affare: "Non conosce nessuno. Deve andarsene. Non c' niente da sperare". Chiuse gli occhi e la bocca, e si gir un poco su un fianco, quasi a dire: "E allora, tanti saluti". Tonina, che aveva sempre pi rabbrividito al dialogo, e ora piangeva, gli domand: "Vi bisogna qualche cosa?" ma l'altro grugn soltanto. Cuordileone, aspettato inutilmente un minuto che desse segno di vita, raggiunse la Lombarda, in gran discorso con un'altra contadina.
"Chi  questo Pinzone?" domand. Il continuo trapasso dai lamenti alle ingiurie, l'acquetamento subitaneo e quasi sdegnato alla notizia della partenza, gli avevano ispirato diffidenza.
" uno che vent'anni fa spos la vedova del Penna, e, adesso che la povera Margherita  morta,  venuto ad abitare nella sua casa. Dice d'essere stato qualche cosa ad Asti," chiar tradendo nella voce tanto disprezzo per il cittadino, quanto questo ne aveva avuto per i contadini.
" proprio cos mal ridotto?"
"Sapete come sono le malattie," rispose ambiguamente la Lombarda; "un po' su e un po' gi." E si volt a salutare un uomo, che risaliva penosamente il pendio d'una vigna, con la bombola del verderame sulle spalle.
In quei giorni i contadini avrebbero dovuto avere due corpi. Dall'alba nelle vigne a combattere la filossera, ne uscivano un'ora prima della mezzanotte; mangiavano quando potevano, certe volte si buttavano sul letto senza aver mandato gi un boccone, da tanto lo stomaco era chiuso. Ma l'erba dei prati maturava; presto, bisognava tagliarla, perch non seccasse troppo, oppure non ammuffisse o marcisse ai temporali che, nell'agosto, spaventano anche quando dileguano. L'uomo che discorreva con la Lombarda, tutt'ossa e nervi, poteva contare una sessantina d'anni, e si lagnava appunto di quella gran fatica, e della mancanza dei giovani. Apparteneva ai Gozelino, eccellenti coltivatori di vigne, come gli Oggero, che lavoravano la terra vicina, erano eccellenti allevatori di bestie: ogni famiglia con le sue tradizioni e le sue predilezioni. La Lombarda conosceva tutti, ad uno ad uno; aveva veduto i ragazzi farsi uomini, poi vecchi; prima gridavano, poi cantavano, infine, sospiravano zappando; e gli stessi buoi all'ombra dei carri e i cani legati sotto il timone distingueva da lontano, ai muggiti ed ai latrati.
La strada che Cuordileone percorreva con la donna, e che gli riusciva quasi nuova, raccontava molta parte della povera storia di Alliano Villalta. Quattro o cinque anni dopo la grande guerra, i contadini, che avevano guadagnato bene vendendo a caro prezzo il grano e l'uva, s'erano decisi a uscire dai tuguri agglutinati nel borgo, e a fabbricarsi su quel dorso tutto sole ed aria una casa pi comoda della vecchia. Il padre di famiglia, con i figli validi, aveva scelto il terreno, rotto a colpi di zappa la collina fiancheggiante la strada, spianato le fondamenta e l'aia; poi erano sopraggiunti Ceschino e Tonio muratori con i due garzonetti, e a poco a poco le nuove mura s'erano alzate a fil di squadra, fra i commenti dei passanti. Mattoni di fornace e seccati al sole, tegole rosse e scolorite dal tempo, porte e finestre comprate nuove ad Asti e scardinate dall'abitazione abbandonata, tutto era stato adoperato per le case, che nascevano gi vecchie, costruite a risparmio; qualcuna restava col portico a met, o con i fienili aperti ai venti: i padroni o s'erano spaventati della spesa, o non avevano avuto pi soldi per finire i lavori. Pian piano il paese s'era proteso verso quelle cascine; il fabbro ferraio ci aveva portato la sua bottega, e da mattina a sera s'udiva il battere del martello, col nitrito dei cavalli condotti alla ferratura; gli avventori accorrevano da tutte le parti, perch il fabbro era valente, ma il vento spandeva su Alliano il lezzo degli zoccoli bruciati. Il falegname aveva seguito il fabbro suo compare. Faceva comodo a chi aveva carri e arnesi malconci di trovar vicini i due artigiani; e da un pezzo la sega e il martello andavano a gara a stridere e a battere, senza che nessuno si lamentasse; i contadini dormono poco, o hanno il sonno duro. All'arrivo nella nuova casa, Rica moglie del fabbro teneva in braccio un bambinetto che la Lombarda passando accarezzava; adesso il bambinetto era quel giovanottone che tirava avanti la bottega; il padre badava ai lavori d'impegno. Intanto i vecchi, che avevano messo insieme il gruzzolo e costruito le case, s'erano fermati sempre pi a lungo nell'aia, curvandosi pian piano verso terra, sedendo a guardare innanzi a s con gli occhi immobili; poi un giorno il campanile di Alliano aveva suonato a morto. Tre colpi e altri tre colpi per l'uomo, due e altri due per la donna; e i vecchi erano andati a coricarsi finalmente in quel cimiterino che, sopra la cascinetta di Cuordileone, pareva da secoli tenere ancorato Alliano a quel cocuzzolo, e impedirgli di scendere, come una barca, gi per il Monferrato.
Ora dal bivio di Villalta veniva incontro al marchese e alla Lombarda il Rissone, mezzadro della Sammartino, col suo viso duro e malcontento. Dall'alba aveva lavorato nel suo orto alla sua uva, senza strappare un filo d'erba o dare una goccia di verderame alle vigne della contessa: andassero tutte alla malora. La Lombarda che non sapeva l'incontro del giorno prima fra il marchese e lui, si ferm in cerca di notizie.
"Abbiamo venduto il castello?"
"Venduto."
"A un Americano?"
"A un Americano."
Il Rissone discorreva come se il marchese non fosse presente. Dispettoso e cocciuto, ripet:
"Prima che io vada via, dobbiamo per regolare i conti con la signora contessa. Io e la mia famiglia abbiamo lavorato come bestie per lei; mai, mai, abbiamo lavorato tanto."
A chiunque parlasse, confermava l'accusa, come se fosse vera; e forse vera la credeva. Si guardava le braccia lunghe e magre, pelose, con le mani enormi, dove ogni dito era nodoso come una radice d'albero; e quel suo volto scavato e dolente dava pena. Quando Cuordileone, irritato, stava per rispondere, tacque. Il gran corpo stanco, la testa grigia gi un po' china innanzi, ignorando sempre il signore, riprese il cammino fra le vigne; il piatto della zappa navig un poco sui filari, poi spar anch'esso.
"Non credete una parola di quello che ha detto," esclam Cuordileone. La Lombarda si guard attorno; e, siccome erano rimasti soli, rispose:
"Lui lavora molto, ma le figliuole vogliono le calze di seta. Addio, Detta."
Una vecchia l'aspettava, che si mise a discorrere a voce bassa e concitata; concluse:
"Lombarda, mi raccomando a te. Non posso dare altro. Diglielo. O Madonna, o Signore, non resisto pi."
"Far quel che posso, ma non ha paura n di Dio n del diavolo," rispose la Lombarda, anche lei a bassa voce. "Miserie, disgrazie," accenn al marchese, senza spiegarsi meglio; e ripresero il cammino. Adesso, sulla strada s'alzava il costone del castello di Villalta.
Negli anni lontani, quei cocuzzoli e quei pendii erano folti di boschetti d'acacie e di castagni. Al calar del sole, il cielo chiudeva la valle come un coperchio di cristallo; allora i boschetti ondeggiavano quasi che gli alberi volessero andarsene seguendo la luce. Il vento, fuori appena sensibile, l dentro dominava, cantando senza stancarsi, ma armoniosamente. Dopo le prime piogge di settembre, al piede dei castagni nascevano i begli ovuli rossi, o i larghi funghi dal cappello grigio; parevano nanerottoli con l'ombrello aperto. E alla prima mattina, mentre l'erica era ancora madida di rugiada e i mentastri e le acacie odoravano pi acuti, il cacciatore di tartufi, con la zappetta alla cintola e il cane sfiancato che correva innanzi e indietro annusando, seguiva i sentieri a testa china, come un pensatore; uno scoiattolo gli attraversava la via, o un salto di ranocchia faceva sobbollire l'acqua del fosso.
"Com'era bello," disse Cuordileone; "ricordate, Lombarda?"
"Ma adesso rende di pi. Qui si fa pi grano e pi fieno che nel resto del comune," rispose la donna; e il marchese tacque.
Pian piano, i boschi non avevano dato pi profitto; i cittadini adoperavano il carbon fossile per riscaldarsi, sicch i grandi alberi erano stati abbattuti. Per molti mesi, dai cespugli tagliati o inceneriti erano fuggite le bestie che strisciano o s'interrano, le bisce, le vipere, i ricci, i tassi cane e i tassi maiali; gli uccelli s'erano dispersi protestando sulle poche querce o sulle roveri rimaste qua e l; infine, il dorso della terra era comparso, arido, duro, color d'ocra, e i contadini l'avevano arato e zappato a gran forza di braccia. Sul bosco distrutto nell'estate la vigna verdeggi e fior; poi le pingui vendemmie portarono il vino nelle cantine e l'agiatezza nelle case; a settembre e ad ottobre, quando le prime nebbie persistono nel fondo delle valli, e piace riposare presso il focolare acceso, ogni tino e ogni botte riboll gagliardamente nel paese di Alliano. I contadini credettero d'aver finalmente trovato il compenso delle loro pene; e parecchi d'essi ricomprarono la terra dai nobili padroni che invece impoverivano. Ma poi s'erano diffuse le malattie della vite, i cittadini non bevevano pi che acqua, le tasse crescevano; e una fornace, un giorno, aveva alzato il fumaiolo in mezzo alle vigne, come per avvisare che la fortuna dei campagnoli stava per tramontare. Operai giunti dalla Toscana, zappando in altro modo la terra, facevano con le zolle mattoni e tegole; era gente laboriosa, che non capiva il piemontese e stava da s, con i suoi citti, i suoi cani e le sue galline; la domenica soltanto saliva al paese a sentir messa e a comprare per la settimana, scambiando con la gente che passava radi saluti: la chiamavano i Toscani, come se avessero detto gli zingari. Finch, negli ultimi anni, la fame di grano aveva preso la nazione; e i contadini, ancora una volta, s'erano adattati ai bisogni, sterpando viti e seminando grano; sceso nel fondo della valle, infatti, Cuordileone camminava tra vasti campi, gialli di stoppie.
" bello ancora," ripet a bassa voce Cuordileone. "Tutto  cambiato, e tutto  sempre lo stesso."
"Proprio," rispose la Lombarda, senza commozione: e siccome passavano dinanzi alla cascina di Jango, dopo essersi accertata che questi non ci fosse, preg il marchese di proseguire, che l'avrebbe raggiunto. Poi chiam:
"Barberina, oh, Barberina."
La vecchia, che il marchese aveva intravisto il giorno dell'arrivo, apparve sull'uscio.
"Che c'," domand con diffidenza; poi si fece da un lato perch la Lombarda entrasse. Sulla tavola nel mezzo della stanza e sulla mensola del camino spiccavano due ritratti di una bambinetta sorridente, con un mazzolino di fiori in mano.
"Mi manda Detta; ripeto le sue parole. Dice che non pu pagarti l'interesse: sai come vanno le cose quest'anno: dice se puoi aspettare. Io non c'entro; ma  una brava donna. Ti pagher alla vendemmia."
Barbara rispose:
"No".
"Dice allora, che se la metti sulla strada, lei e i nipotini, muore."
"Nessuno muore. Muore chi so io."
"Oh, Barberina," esclam la Lombarda, dimenticando per un momento la prudenza, "non sembri pi quella. Sai come parla di te la gente? Sai il dispiacere che di a Jango? Se Jole fosse viva, che cosa direbbe?"
S'interruppe, pentita dell'ardimento. La vecchia s'era alzata, e col braccio teso le indicava la porta.
"Vattene," disse con un soffio di voce; "vattene."
"Non volevo offenderti," mormor la Lombarda,
"Vattene. Non voglio pi conoscerti."
"Che cosa t'ho detto, alla fine?"
"Vattene, ti ripeto." La sua calma impauriva pi d'una minaccia. "Ti pentirai delle tue parole. Non m'importa di te, di Jango e della gente. So quello che faccio; anche la mia Jole lo sa. Lei  contenta, e a me basta. Gli altri, non li guardo nemmeno. Vattene."
Teneva la testa diritta, e, sotto i capelli grigi a cernecchi, cascanti sulla fronte rugosa, gli occhi brillavano allucinati. La Lombarda, correndo per raggiungere Cuordileone, mormorava: "Perch m'immischio degli affari che non mi riguardano? Il mio mestiere  di portare le lettere."
"Che cosa  successo?" le domand il marchese.
"Niente," rispose la donna, tornata guardinga; "ma ce n' gente cattiva in questo mondo."
Presso la stazione di Montechiaro, la strada, diventata nazionale, s'andava popolando. Giovinotti e ragazze in bicicletta, con le maglie e le gonne rosse e verdi, passavano via come farfalle o uccelli che radessero la terra. All'apparire delle automobili strombettanti, i cani, le oche, le galline con le code basse e le ali aperte, si buttavano nei fossi. Un piccolo paese era sorto intorno alla stazione, dove i contadini convenivano, o soli o con i carri, a scambiarsi le notizie. Il luogo aveva del mercato. Ognuno ci si fermava molto o poco; anche gli abitanti delle cascine isolate fra i pochi boschi rimasti ci raccontavano le loro briciole di fatti: una nascita, uno sposalizio, una malattia, una morte; e ascoltavano e portavano via, come gli uccelli dei campi, altre briciole di fatti: il prezzo del grano o dei vitelli, l'andamento della guerra, le previsioni della vendemmia. Si formavano cos quello spirito e quell'opinione di fondo della valle, che il marchese aveva notati, il giorno dell'arrivo ad Alliano, e che accomunavano nel pensiero e nel sentimento tutti i contadini, da Asti a Tonco a Cocconato a Villafranca. La sera, sull'aia, le notizie sarebbero state discusse con scarse parole e lunghi silenzi, mentre il piatto della cena posava sulle ginocchia; e le poche idee, a volte pi bizzarre che sbagliate, scese pian piano in fondo ai cervelli, come pietre in fondo a uno stagno, avrebbero finito coll'addormentarsi e coprirsi di muffe.
Cuordileone s'era riempito i polmoni dell'aria campagnuola, che da tanto tempo non respirava. Nel momento di lasciare il piccolo mondo della sua giovinezza, l'aveva ritrovato vario e caro pi d'ogni ricordo, misurando da quanti affetti gli fosse ancora unito. "Romanticherie," si disse, e cerc di sviarsi canticchiando; poi, vergognoso della propria ipocrisia, s'interruppe.
Sul vialetto della stazione gli pass dinanzi la Targnacca, con la faccia voltata dall'altra parte, quasi che, non guardando, sperasse di non essere veduta; andava lesta, tutta in gran gala, con i capelli ondulati.
"Buongiorno, Giovanna," la salut la Lombarda, per farla arrabbiare, "dove corri?"
"Per l," rispose l'altra; e fingendo di riconoscere allora il marchese, salut facendosi rossa; poi continu a correre.
"Dovr prendere la littorina," osserv Cuordileone.
"Quella," rispose la Lombarda, adoperando per l'ultima volta la prudenza, "non si sa mai che cosa traffichi. Avete visto che s' fatta ondulare i capelli?"
La littorina s'annunciava da Cinaglio fischiando; la Lombarda lasci in fretta il marchese, ed entrata nella stazione scambi il suo sacchetto delle lettere, con l'altro d'Asti. Accomodato quest'ultimo nella borsa, sbrig le commissioni nelle botteghe vicine; poi, con i piedi pi in fuori di prima, sollevando un po' pi di polvere, prese la via del ritorno.
Nel nuovo sacchetto c'era una lettera molto importante per Cuordileone, che, naturalmente, non ne sapeva nulla.

 CAPITOLO 10.
Al caffeuccio della stazione, il marchese trov Alessandro che, finito con Susetta di prendere il caffellatte con molti biscotti, aveva per le cose del mondo l'indulgenza del sibarita. I tre si rimisero sulla strada d'Alliano; Alessandro, dopo qualche esitazione, cominci a dire:
"Signor marchese, scusatemi; da quando ci siamo incontrati desidero di farvi una proposta. Io un poco vi conosco, voi sapete di me quello che vi ho raccontato l'altra sera, al chiaro delle stelle. Sono povero. Se ieri, molto per aiuto vostro, non avessi messo in tasca le cinquemila lire della mediazione, non avrei saputo, probabilmente, come saldare i debiti del mese, senza un buco nei quattro soldi che ho da parte. E non ho fortuna. Mia moglie," prosegui smorzando la voce all'intima confidenza, " morta sei anni fa, quando la piccina ne aveva cinque. Era una brava donna. Volete vederla?"
Tir fuori da uno smilzo e logoro portafoglio il ritratto d'una donna giovane, dal bel viso ingenuo che ricordava quello di Susetta, con i capelli neri, per, rialzati ad aureola intorno alla fronte; la giovane era serena, ma non pareva pienamente felice. Alessandro prese fra le dita l'immagine, come temendo di farle male, e la mostr intenerito a Cuordileone; dagli orli sgualciti del cartoncino si capiva che il ritratto era uscito molte volte dalla custodia.
Susetta si avvicin e disse:
"La mia mamma;" e tutto l'amore della bambina trem in quel "mia".
"S, la nostra mamma; ma va innanzi, Susetta, debbo parlare col signor Cuordileone."
Stette un momento raccolto, quasi a scegliere il miglior modo di cominciare; poi si butt innanzi.
"Con una salute di ferro, molto coraggio e molta volont di lavorare, qualche cosa mi manca per far fortuna; e questo qualche cosa ve l'ho detto,  la fantasia. Non negate, so che siete gentile. Quando mi spunta un'idea, ho un bello strizzarmi il cervello; resta l dentro, non riesco a spiegarla. La fantasia se l' presa tutta Susetta; anche in questo somiglia a sua madre, che aveva i colori nelle parole; io viaggiavo, e lei mi raccontava quel che avrei dovuto vedere. Mi chiamava il suo povero zuccone; scherzi, si capisce; che bei giorni. Insomma, parliamo chiaro ancora una volta: non sono un grand'uomo."
"Adagio," disse Cuordileone, "siete aviatore."
"S, ma non  difficile. O, almeno, non mi pare. Sapete chi ha invece quella fantasia che a me manca? Voi."
Il marchese si ferm, dando al giovane amico un'occhiata, che significava: "intelligente".
"Non dite mai quello che , dite sempre quello che  stato o che sar, e tutti perci, ricordando o sperando, vi dnno ragione e sono contenti. Somigliate un medico militare di Valladolid, che metteva le dita sulla mia gamba ferita, sembrava che le appoggiasse soltanto, assicurava che sarei guarito, e aveva terminato l'operazione."
"Ma," disse Cuordileone, "e sostenete di non avere fantasia?"
"Forse perch oggi va tutto bene e splende il sole. Gran cosa il sole: io vivo quando c'. Anzi, mi permettete di arrischiare una sciocchezza? Ne ho gi dette tante. Voi mi siete piaciuto dal primo momento, perch avete una gran provvista di sole, e ne distribuite a ognuno."
"Mercante di sole, allora," disse Cuordileone, e i baffetti tremarono dal piacere e dalla commozione.
"Oh s, signor Cuordileone," esclam Susetta, e strinse forte la mano al vecchio amico.
"Proprio, mercante di sole," conferm Alessandro, che non aveva mai fatto in vita sua un paragone cos alato; ma s'affrett a tornare ragioniere. "Oggi, per, le mie condizioni sono cambiate da avant'ieri. Oggi posseggo qui nel portafoglio, biglietto su biglietto, cinquemila lire. Non  una grossa somma, ma  in contanti; pronta, da buttare sul banco, l, quando mi piacer. Non molti possono fare altrettanto."
"Io no, per esempio," annu Cuordileone.
"Ebbene," cominci Alessandro, dopo una pausa sapiente che dava tutto il valore alla proposta, e spiccicando poi le parole; "che ne direste d'una societ: "L'Allianese," presieduta da voi, diretta da me, formata col denaro mio, vostro e dei signori dell'Astigiano, per la coltivazione e l'esportazione della verdura, degli ortaggi, della frutta, specialmente delle pesche?"
L'ostinazione, con la quale Alessandro riproponeva al marchese di Villalta il suo disegno, dimostrava certo scarsezza di fantasia. Questa volta, per, la proposta era fatta ad uno, che non sapeva di agricoltura, danari ne aveva pochi, e fantasia, invece, fin troppa.
"Un momento, un momento," interruppe infatti il marchese; "ho capito bene? Una societ? Per le pesche? E perch le pesche?"
"Perch ad Alliano non ce ne sono, e dovrebbero essercene a centinaia, a migliaia."
"Adagio, adagio. Avete parlato anche di verdura e d'ortaggi? Di pere, di mele, d'uva?"
"Non vi piacciono le pere, le mele, l'uva? Ma le pesche sono il frutto per eccellenza dei poveri e dei ricchi; che si pu mangiare appena colto; spedire in Italia e fuori d'Italia..."
"Adagio, vi dico. Mangiare appena colto, spedire fuori. Cose grandi. C' un male. Io non m'intendo n di societ n di pesche."
"Qui vi aspettavo," disse Alessandro. "E chi meglio di voi pu guarentire, col solo nome, l'onest e la bont dell'impresa? Chi persuadere i banchieri, raccogliere i compratori, ispirare i pittori dei manifesti e dei cartelloni? Me, non mi guarderebbero nemmeno in faccia. Sopra tutto, chi potr starmi alle costole, e ricaricarmi giorno per giorno, come una sveglia; se no, mi fermo?"
"Ohib, che brutto paragone," corresse Cuordileone. "Voi, aviatore, avreste dovuto pensare al razzo, non alla sveglia; al razzo che parte per scalare il cielo, e, quando sta per cadere, una nuova energia lo spinge in alto; sicch sempre pare che caschi e sempre sale, brillando e scoppiettando, finch non si perde nell'azzurro."
"Vedete, signor Cuordileone," esclam Alessandro, "se  vero quello che dicevo? Voi fate tutto allegro e vivo. Susetta, dove vai?"
La cascina di Jango e di Barbara, dinanzi alla quale i tre passavano, aveva pi che nella mattina l'aspetto triste; sembrava che gli abitanti fossero partiti da molto tempo, n dovessero tornare. Susetta, incuriosita dalla solitudine e dal silenzio, aveva mosso qualche passo nell'aia quasi in punta di piedi, quando la vecchia Barbara le era sorta di fronte a fissarla con occhi di fuoco. Il primo moto della piccina era stato di sgomento, e, come fanno i cuccioli impauriti, s'era accostata a Barbara; poi sorridendo le aveva messo la punta d'un dito sul braccio, quasi per dirle: "Non mi far male". La vecchia sembrava cambiata in statua; negli occhi lividi, per, una luce s'accendeva, e spuntava restia una grossa lagrima, che ad un tratto precipit.
"Perch piangete, signora," voleva domandare Susetta, ma la voce non usciva, e continuava a sorridere, e un poco a temere. Ora la vecchia le aveva posato la mano sulla testa, accarezzandole i capelli.
Alessandro, rammentando il discorso di Cuordileone, s'era fatto innanzi, per riprendere la figliuola. Barbara non tentava d'opporsi; mormorava soltanto, con un povero sorriso che le scopriva i denti lunghi: "non le faccio male". Cuordileone, sorpreso da quell'atteggiamento ad un tratto materno, intuiva una causa di dolore profondo, sepolto o non saputo dimostrare, sotto l'esteriore manifestazione dell'odio. Ma la tregua fu breve. Di mano in mano che la piccina s'allontanava col padre, Barbara si raddrizzava; gli occhi inaridivano, la bocca tornava sottile e dura, il viso si chiudeva; ripeteva, come se recitasse il rosario: "non  giusto". I tre passeggeri giunti sulla strada la videro ancora ferma in mezzo all'aia, con la testa alta, selvaggia; continuava a gestire e a parlare tra s.
"Chi sa che cosa non sar giusto, povera vecchia," osserv Alessandro, tenendo stretta nella propria la mano della figlia; ma ripreso dalla sua idea domand a Cuordileone: "Dunque?"
"Dunque, amico mio," rispose il marchese, "il vostro disegno non mi dispiace. Il presidente d'una grande societ  un uomo rispettabile, e, forse, non avete avuto tutti i torti, pensando a me. Un marchese di Villalta e di Mirabocco, chiamato per di pi Cuordileone,  qualche cosa.".
"Quel che dicevo."
"Questo, per,  soltanto il principio. Al nobile nome del presidente noi affianchiamo subito il grazioso della societ. L'insegna negli affari ha moltissima efficacia. Palmoliva: ognuno, con un pezzo di sapone in mano, sogna luoghi incantati di palme e d'olivi: cielo azzurro sull'orizzonte vermiglio, mare opalino tra scogli di corallo, pesci rossi, rotondi, quadri, con occhi verdi; poi Tropici, Antille, Madagascar, tutto per due o tre lire. Scusatemi, intanto, amico mio; avete chiamato la nostra societ "L'Allianese"; ma chi volete far partecipare ad una societ che si chiama "L'Allianese?" Questo  un nome da aratri."
"Vedete se avevo ragione di confidare in voi."
"Ci sono poeti che a trovare un nome dolce, vellutato, da guancia di fanciulla, non ci mettono cinque minuti; li consulter; sono miei amici. Ma che cosa faremo trovato il nome? Pensiamoci molto, Alessandro, prima di scioglier le vele. Stabiliamo con cura il metodo, se no l'impresa ci rovina addosso. Domandiamoci innanzi tutto: perch fondiamo la nostra societ? Per guadagnar denari? Ohib. Per raccogliere onori? Peggio che peggio. Per il bene della patria? Pochi ci crederebbero. No, noi, gente d'affari, intelligente e onesta, con la nostra impresa accontentiamo un bisogno assoluto e generale."
"Davvero?" disse Alessandro.
"L'impresa che non sodisfa un bisogno assoluto e generale," conferm Cuordileone, "non ha ragione d'essere. Ma quali sono i bisogni assoluti e generali? In altre parole, quali sono le cose di cui la gente non pu fare a meno? Qui vi voglio; e attento, sempre pi attento, giovinotto. Non principiate con un errore marchiano. Non crediate che prima di tutto venga il denaro. Sciocchezza, mancanza d'acume psicologico. Prima di tutto viene la salute. Poi, la bellezza. Sicuro, la salute e la bellezza, che sono in noi; e con le quali si pu guadagnare e godere il danaro, che  fuori di noi. Il danaro viene soltanto terzo. Non commettete dunque lo sbaglio d'offrire un guadagno al cliente; persuadetelo invece che gli date salute o bellezza. Qui giunti, ascoltatemi con attenzione anche maggiore. Non cercate nemmeno di convincerlo che gli fate un favore, proponendogli l'affare; il cliente diffida dell'amore del prossimo."
"Brutta bestia, il cliente. Parlo per esperienza."
"Compatitelo.  quasi sempre un poveruomo, che per pochi minuti s'illude d'essere padrone. Ha sgobbato tutto il giorno, non ha mai potuto dire la sua ragione, ha dovuto sorridere a chi avrebbe volentieri preso a schiaffi,  tornato a casa col sangue pieno di veleni; ed ecco che nel giornale un tizio, pieno di complimenti, lo tratta da signore, e gli chiede denaro. Qual  il primo moto naturale, umano, di quel disgraziato? La bont? La fiducia? La gratitudine? Mai pi. La diffidenza, l'orgoglio, la rappresaglia. Io mi vedo, per esempio, col giornale dinanzi e senza cravatta, vicino alla mia finestra, che d sui tetti di Milano. Alessandro, non potete immaginare come Milano sia fatta di tetti, e quanti uccelli, gatti, topi abitino lass. Quando il sole ci batte di sbieco, tutto diventa rosso: io ho veduto i gatti rossi e i topi rossi; non sono invenzioni. Ebbene, venitemi a pregare d'ascoltarvi in quelle condizioni, e sentirete come vi risponder."
"Male. Ci sono avvezzo."
"Certo. Avr tutte le pretese, sar difficilissimo. E, prima di tutto, per quale invito fascinatore dovr sacrificare il mio riposo, concedere il mio consenso? Credete forse che mi lascer lusingare dalla proposta che storner da me un male futuro, o m'offrir una panacea universale, o mi garantir un rimedio preventivo? Ancora un errore maiuscolo, Alessandro: non ci cadete. Gli uomini accettano qualunque sacrificio per guarire una malattia, o riparare una disgrazia patenti, ma non ne fanno che pochi, quasi nessuno, per prevenirle."
Alessandro considerava sempre pi contento Cuordileone, che a sua volta godeva nel far comparire innanzi all'amico quelle immagini. Anche Susetta fissava il vecchio con gli occhi spalancati; molte idee non le afferrava n bene n subito, ma le parole suscitavano nelle sue orecchie una musica.
"In secondo luogo, io che ho pochi danari, io che, quando desidero, non riesco a comprar niente di singolare, di prezioso, credete che mi assocer ad un affare, o acquister un oggetto offerti, ed uguali ad altri in voga? Non conoscete il mio animo, caro amico. Squattrinato, confuso nella folla, se debbo consentire a una proposta, voglio qualche cosa d'originale, tutta mia, almeno in una minuzia, che appaghi la mia volont di fare o avere ci che altri non fanno o hanno. Uomo, sono quel che posso; cliente, pi superbo di Capaneo. S, insomma, superbissimo."
"A chi lo dite."
"Ultimo avvertimento Alessandro. La pubblicit , come si dice oggi con immagine perspicua, l'anima del commercio. Ma non vi lasciate invischiare dalla bella prosa di propaganda, tutta in ghingheri, dei grandi scrittori. L'arte  l'arte, ma lasciatela da parte. Nei miei anni migliori, per arrotondare i magri guadagni mensili, ho scritto alla macchia versi in lode del vermut o del panettone degni del Petrarca, e prose, che neanche il Bembo. Alla quarta settimana, immancabilmente mi licenziavano. Ebbene, riconosco la giustizia del congedo. Il cliente negli affari vuole discorsi metallici; le parole ricercate gli paiono imbrogli, od offese."
"Ho pur fatto bene," riepilog Alessandro, "a proporvi la societ. Con voi, la fortuna  sicura."
"Un momento," rispose Cuordileone, e l'entusiasmo gli spar dal viso. "C' l'inconveniente che io non posso accettare."
"Oh," esclam Alessandro; "perch?"
Scendeva velocissima da Villalta l'automobile del signor Gonzllai, che oltrepassati di poco i tre passeggeri si ferm in tronco, con grande stridore di freni. Apparve dentro la faccia possente e camusa del calabrese, s'ud la sua voce lenta e sicura.
"Buongiorno, signori. Mia figlia e io andiamo a Torino. Mia moglie  rimasta al castello; se ne  innamorata. Io vorrei discorrere un poco con voi, signor Alessandro. Ho un'idea di dietro la testa, che vi riguarda; volete trovarvi domani mattina a Villalta?"
Il curioso miscuglio di calabrese, d'italiano e d'americano, era fatto chiaro ed autorevole dalla voce, dallo sguardo e dal gesto. Prima che il discorso finisse, la portiera s'apr con impeto, e Gloria balz sulla strada, quasi sorpassata a volo da un enorme cane lupo, che nella ricuperata libert mugol di gioia. Ancora il corpo esile e lungo di danzatrice, e la voce e le mosse dell'uccello sul ramo; ancora quel molle passo ondoso, e intorno lo svariare della gonna, con un acuto odore di gelsomino. Gli occhi dolci e profondi risplendettero un po' allucinati nel viso appassionato e dolente, da serrare con le mani sul petto, perch avesse pace.
Quasi appeso con un invisibile filo ai suoi occhi, il cane, dove ella li volgeva, balzava contraendosi e stendendosi, scosso tutto da sussulti di desiderio e di piacere; nel ricascare sulle zampe a piatto lo schiocco era netto. La donna fingeva di non curarsi di lui: la bestia frenetica, per attirare il suo sguardo, ogni volta saltava pi alto, ringhiando pi forte. Nel sole di mezzogiorno, le grida, i canti, le voci della campagna si fondevano in una fiamma sola; e i cerchi sonori delle ore, entrando l'uno nell'altro e allargandosi nel cielo, sembravano coronare la giovane.
"Guarda questa valle, pap," disse Gloria. "Qui la scena, qui la gradinata; tutto, qui, potrebbe essere festa per gli uomini."
Le colline d'Alliano chiudevano tra brevi pendici placide vallette, formanti piccoli anfiteatri. Si potevano immaginare i protagonisti e i cori delle tragedie o delle commedie sul piano erboso, cinto da cortine di pioppi o di querce; e, sul concavo pendio, la folla tumultuosa. La discesa dalla strada al luogo dello spettacolo era agevole; la quiete profonda; soltanto la cima degli alberi frusciava al vento, e un'esile fontana chioccolava sotto la ripa.
"Quest'autunno," continu la giovane, "quando i boschi e le vigne saranno d'oro, e la terra riposer, riunirci qui, come a Delfo, come a Olimpia! Consacrare qui con la grazia e la bellezza la sanguinosa maest del nostro tempo. In questa luce, in questo calore risuscitare l'antica poesia."
Cuordileone, unico fra gli spettatori, capiva interamente le ansiose parole; ad Alessandro il cuore batteva forte. Susetta era, come in ogni sua commozione, diventata pallida; il gracile petto sussultava e gli occhi lucevano di lagrime. Il cane continuava a balzare intorno alla donna come se volesse parlare, e inferociva di non potere; la donna, bellissima e fatta tutta d'anima, a fianco della bestia si slanciava ancora meglio verso l'alto.
"Ti far male," ammon il signor Gonzllai dalla carrozza.
"Lasciami respirare, lasciami godere, lasciami vivere, pap. Lasciami essere quella che sono, quando mi sento felice. Ho fatto tanto cammino per ritrovare quest'Italia della mamma e tua; sono giunta finalmente. Vivere e morire in questa luce d'oro, cantare e volare con gli uccelli; trovar qui l'alfa e l'omega del mio destino."
"Nietzsche," disse sorridendo Cuordileone.
"Oh, voi sapete?" esclam Gloria, e si volse rapida al marchese; ma si ferm a mezzo il guizzo, e con un gemito soffocato risal nella carrozza, chiamando: "Titn". Il cane, con l'ultimo balzo e l'ultimo uggiolo s'accucci superbo ai suoi piedi, n pi si mosse. Dal fondo si riud la voce grave del signor Gonzllai: "te l'avevo detto."
"Non importa, sono stata felice," mormor la giovane, sbiancata nel viso.
Il signor Gonzllai prese fra le braccia possenti la figlia, e la tenne stretta come una bambina; c'era nell'atto un dolore contenuto, ma intenso. Rinnov al marchese e a Susetta i saluti, e ad Alessandro ripet l'invito per l'indomani mattina; poi l'automobile si mosse. Alessandro, sentendo Susetta serrargli convulsamente la mano, le domand:
"Che cos'hai? T' piaciuta la bella signora?"
"Non so... Mi fa paura," rispose la piccina a bassa voce.
"Ecco una che si crea il suo mondo contro la realt assai pi di me," pens Cuordileone; "ma  ammalata. Poveretta. Alessandro," disse, "consolatevi del mio rifiuto, e della morte prematura della nostra societ. L'invito del signor Gonzllai  di buon augurio."
"Ripensate per alla mia proposta," rispose Alessandro, diffidente per esperienza delle fortune improvvise. "Preferisco un impiego modesto e sicuro ad uno brillante e passeggero."
Dalla porta d'un vecchio e grande edificio, met casa e met cascina, che sorgeva sopra una collinetta lambita dalla strada maestra, usc monsignor parroco di Villalta, agitando festosamente il suo bastoncino; e salut un giovane robusto, vestito con pi comodit che ricercatezza, il quale, rimasto solo, incroci le braccia e stette immobile, quasi assorto. Il corpo si camp netto nel cielo, come una statua.
"Che fortuna incontrarvi, signor marchese," disse monsignor parroco, ridendo con gli occhi fanciulli. "Sono stato alla Malpensata, a far quattro chiacchiere col signorino Bensa: oggi sta bene. Ma non crediate che io abbia poltrito. Questa mattina ho celebrato tre messe: una alla Serra, una ad Alliano, una a Villalta; non c' male, vero? Gente poca; siamo schietti, nessuna; ma questi sono giorni da badare alla campagna, e Dio giudica i cuori dalle braccia che lavorano. Volevo dirvi, che monsignor vescovo avrebbe piacere di parlarvi. Quando potreste venire a Villalta?"
"Ringraziate monsignor vescovo della sua cortesia. Spero di venire domani, perch dopodomani debbo partire. Mi aspettano a Milano; non posso mancare;" conferm ancora una volta Cuordileone.
In quel momento la Lombarda, che s'era fermata nelle cascine a dar conto delle commissioni sbrigate, oltrepass la comitiva, e presto scomparve tra le prime case del paese; anche la nuvoletta di polvere sollevata dalle sue povere gambe dilegu rapidamente.

 CAPITOLO 11.
Il maestro Marco Parino, come tutti i campagnoli, rammentava gli anni non secondo i numeri, ma secondo gli avvenimenti. Era nato al tempo della spedizione di Crimea: ci vuol dire che aveva ormai ottantasei anni; e per quarantacinque aveva insegnato. Ragazzo e giovinetto era stato servitore nella casa di don Falletti, parroco d'Alliano, che viveva con la sorella minore, Carlotta, maestra del paese. Questa, preso a benvolere il servitorello, l'aveva iniziato ai primi studi, poi, l'anno in cui gli Italiani erano entrati a Roma, messo con i propri risparmi in un collegio d'Asti, tenuto da preti; il giovinetto, d'intelligenza comune ma di volont ostinata, era riuscito bene. Per un pezzo don Falletti aveva borbottato contro le spese irragionevoli della sorella, alla fine aveva capito; infatti, quando, alla morte di Pio IX, Marco s'era guadagnato il diploma di maestro elementare, la sua benefattrice, prossima alla quarantina, gli aveva chiesto arrossendo se volesse diventare suo marito. Povero, bruttino, debitore alla donna del suo stato, il giovane aveva acconsentito; a venticinque anni era tranquillo e serio come un uomo di cinquanta. Avrebbe voluto rimanere ad Alliano, la moglie maestra, lui maestro; ma un altro giovanotto del paese, un po' pi vecchio, aveva vinto il concorso proprio l'anno del diploma; a Marco non era rimasta se non la scuola di Soglio, paesetto di cinquecento abitanti, a quattro chilometri da Alliano per la strada grande, e a due e mezzo per la valle. Cos egli, l'anno della famosa esposizione di Torino, aveva incominciato ad insegnare a Soglio, abitando ad Alliano, nell'attesa del giorno in cui il suo amico e rivale gli avrebbe ceduto il posto. Quarantacinque anni di aspettativa; l'anno d'Adua era morto don Falletti, il primo del nuovo secolo la moglie; alla guerra di Libia, finalmente, l'altro maestro. Troppo tardi; oramai Marco toccava la sessantina e s'era affezionato alla stanzetta di Soglio dove aveva vissuto la parte migliore della vita; continu il suo insegnamento sinch non fu messo in pensione. Al letto di morte Carlotta, che lo aveva sempre tenuto come un figliolo, aveva fatto chiamare Rosina, serva del nuovo vicario. Erano intime amiche, si conoscevano bene, Rosina pi giovane d'una quindicina d'anni; Carlotta, posta la mano di lei in quella del marito, se n'era andata contenta; da molti mesi aveva preparato il matrimonio, per non lasciar solo il suo Marco.
Obbediente al consiglio della prima moglie, durante il colera di Napoli, il Parino aveva comperato ad Asti un vecchio harmonium; e, mirabile di pazienza, s'era messo da s a studiar musica. Per anni e anni, anche con la seconda, fedele all'amica, la mattina all'alba o la sera tardi, i contadini avevano udito il maestro, nella sua stanzetta a terreno, ripetere le note tremule e agrette degli stessi esercizi. Finalmente, una memorabile domenica (s'inaugurava il campanile restaurato, in grazia alle elargizioni dei fratelli Chirone), Marco Parino s'era seduto all'organo parrocchiale; Rosina, accompagnandolo in chiesa, aveva visto Carlotta avvicinarsele e sorriderle. La devozione quel giorno era stata distratta; le donne nella navata di mezzo, gli uomini nelle cappelle laterali, avevano continuato a sbirciare in alto il nuovo organista, la cui fama era volata in tutta la regione. Un po' per quella bravura, e un po' per la frequentazione della chiesa, il maestro Parino, pur insegnando a Soglio, era divenuto prima consigliere delle monache dell'asilo d'Alliano, poi presidente dell'asilo stesso; l'altro maestro, al quale, risiedendo in paese, sarebbero toccati quegli onori, godeva fama di libero pensatore.
Cuordileone di Villalta era stato uno degli allievi prediletti del Parino; che, vistolo tornare dalla passeggiata a Montechiaro, era comparso all'"Osteria del Commercio", per chiacchierare con l'amico, prima della partenza; al vecchio, come a tutti i vecchi, piaceva di ricordare. Cinquantacinque anni innanzi, i Villalta, il cui castello sorgeva ad eguale distanza da Alliano e da Soglio, avevano preferito di affidare il figlioletto a lui, anzich al rivale; e della preferenza il maestro aveva serbato gratitudine alla nobile famiglia, anche quando era decaduta. Ora con l'antico affetto se ne stava seduto di faccia a Cuordileone sotto la pergola, dove l'uva cominciava a far grappolo; di l dai noccili degli uccelli canterini s'indovinava la pianura del Po e la pace era profonda.
"Cinquantacinque anni fa," disse, "venisti la prima volta a scuola; la signora marchesa buon'anima ti accompagnava. Eri un granel di pepe; poi ti sei calmato. Mi sembra ieri."
Per quasi mezzo secolo, senza un giorno di malattia, il Parino da Alliano era andato a far scuola a Soglio. Certe mattine la neve era cos alta, il freddo cos intenso, che gli uccelli cascavano stecchiti nelle siepi; imbacuccato in un grosso giubbone lavorato a maglia da Carlotta, con una specie di passamontagna di Rosina in testa, gli scarponi imbottiti di fieno, il maestro camminava col suo passo pesante, senza compassione di s. Certe altre, invece, una dolcezza e una gioia di vivere s'effondeva dalle colline che lontano parevano sfumare, dalle Alpi orlate ancora di neve, dal cielo delicato sulla giovane terra; allora il maestro sentiva dentro una serenit e quasi un calore, che l'incitavano a fischiettare l'aria della "Traviata" o del "Trovatore", suonate poco prima sull'organo; nessuno aveva sorpreso mai in lui segno pi vivo di contentezza. Incontrava lungo la strada i soliti amici: la Lombarda, avviata alla stazione, il dottor Chirone, che, con l'ombrello sotto il braccio, qualunque tempo facesse, visitava i quattro paesi della sua condotta, Doro carrettiere, che portava ad Asti, a Giaveno e a Susa l'uva e il vino; erano tutti giovani e lieti, ed ora vecchi e stanchi. Con loro, dopo il saluto sempre eguale: "che freddo, o "che caldo", scambiava le magre notizie, pur sempre eguali; i contadini nei campi o sulla soglia delle case dal suo passaggio riscontravano l'ora.
"E il famoso registro," domand Cuordileone, certo di dare una grande sodisfazione all'amico, il quale, infatti, impallid un poco, che  l'arrossire dei vecchi, e sorrise pudicamente.
Non appena cominciato l'insegnamento, il Parino s'era messo a tenere i registri degli alunni, ordinati anno per anno, con qualche essenziale osservazione sul carattere o sull'intelligenza dei ragazzi. Quando uno lasciava il paese, o, per casi speciali, cambiava mestiere, scriveva accanto al nome la previsione della sorte futura; di quelli che rimanevano, annotava i fatti pi importanti: il servizio militare, il matrimonio, i figli, le malattie, la fortuna, la morte. Aveva insegnato a duemila ragazzi, molti dei quali oramai scomparsi; li aveva iniziati alla vita, non di rado condotti; c'era in quei registri la semplice storia di tanti uomini, che, fuor di quelle pagine, non ne avrebbero avuta altra. Spesso, col suo umile buon senso, il maestro aveva indovinato un pronostico o suggerito un utile consiglio, e alla sua sagacia un poco teneva; ma da molto tempo aggiungeva: "Sino alla fine della grande guerra ho giudicato quasi sempre esattamente i miei scolari, e preveduto con giustezza il loro destino. Da allora, per, il mondo  impazzito, e quasi tutti i pi intelligenti e animosi sono riusciti diversi dai miei presagi". I ritratti e le notizie dei ventisei scolari morti in quella guerra erano custoditi in un armadietto di faccia alla scrivania, gelosamente chiuso a chiave; Rosina ci rinnovava spesso dinanzi qualche fiore.
"Mi sono sempre detto," confid il maestro a Cuordileone, "che saresti finito diplomatico o poeta; non generale n uomo di stato, come i tuoi vecchi da parte di padre. Non sei cos alla mano come sembri; ti tieni sempre, forse senza accorgertene, quattro passi innanzi o indietro agli altri, mai al pari; ma, in fondo, somigli a tua madre, che discendeva da un ceppo borghese. Un gran ceppo, perch ha dato magistrati e ministri famosi; lei, per, cos dolce, cos buona. Qualche volta, piuttosto, ti ho immaginato arcivescovo o cardinale; ma sognavi troppo, e un vescovo o un cardinale non sognano mai. Letterato, dunque; e non ti puoi lamentare."
Quando il maestro pensava all'antico allievo, lo vedeva circonfuso della gloria dei "Promessi Sposi", del "Marco Visconti" e dell'"Ettore Fieramosca", che per lui erano i tre capolavori dell'arte italiana; gli altri libri non li aveva letti, e in quanto agli autori, il D'Annunzio navigava nella sua testa come un relitto di tre sillabe, un po' a galla e un po' sott'acqua. Cuordileone aveva un bel ripetergli che egli non era letterato, leggeva soltanto qualche manoscritto, stendeva i contratti, e basta.
"No, no," disse anche quella volta il maestro, "chi va col lupo..." e gargarizz una roca risatina. Non aveva nemmeno un filo d'umorismo il pover'uomo, e quando gli riusciva di dire una barzelletta, ci rideva su un pezzo. "Per, chi sa che gente, i letterati. Come dev'essere bello viverci in mezzo. Che conforto debbono dare, col loro ingegno e il loro cuore."
Provava anche lui, come Alessandro, come molti di quelli che non li conoscono se non di fama, un gran rispetto degli scrittori. Cuordileone, che li amava, ma era giusto, tent di fargli capire che somigliavano un poco ad una foresta; alberi antichi e nuovi, maestosi e graziosi, diritti e storti, lisci e rugosi, brucianti con gran fiamma o struggentisi in ceneraccio. Tutti per sonori; soltanto, secondo la natura e il tempo, diversamente sonori. Gli altri uomini, purtroppo, invece di godere la loro bell'ombra e la dolce frescura, tagliavano da ogni tronco i rami pi acconci, col pretesto di appoggiarcisi; e poi se li davano sulla testa. Voleva dire Cuordileone, che ognuno sceglieva fra le tante idee, profezie e conclusioni degli scrittori (e uno stesso era il padre delle pi diverse e contrarie), quelle che meglio suffragavano l'opinione e il desiderio propri; e con esse battagliava. Forse, il peccato pi grosso degli scrittori era il disprezzo degli uni per gli altri...
"Che cosa mi dici," esclam il Parino, il quale li avrebbe voluti perfetti.
Il benevolo Cuordileone cerc allora di dimostrargli, come quel sentimento non fosse colpa, ma conseguenza di necessit e di natura. Uno scienziato inizia i suoi studi e le sue scoperte dall'opera dei predecessori; non pu farne a meno, deve essere grato per forza. Guai allo scrittore o all'artista, che continui, o imiti l'anziano. Se i temi sono sempre quelli, la ragion d'essere d'ognuno  di sentirli e manifestarli diversamente da tutti; altrimenti, meglio tacere. Dove si posa e vive, l'artista fa il deserto; e dentro ci passeggia solitario, come il leone.
"Chi l'avrebbe immaginato," mormor il maestro, un po' deluso e un po' riverente a causa del paragone.
In quel momento la Lombarda, giunta tutta ciondolante nell'aia, e dato un calcio di sghimbescio a Titti, che non voleva lasciarla passare, gir gli occhi verso la pergola. Vide, sopra la tavola, il mezzo petto e la testa di Cuordileone che, come quelli dei pupi nei casotti dei burattini, sussultavano e s'inchinavano, mentre il mezzo petto e la testa del maestro restavano immobili ad ascoltare. Tir un gran respiro, perch aveva cercato inutilmente il suo uomo alla cascina, e annunzi:
"Una lettera per voi."
"Grazie, Lombarda; ma chi pu scrivermi qui, se tutti sanno che domani torno a Milano? Ah," esclam dando un'occhiata alla busta e al timbro, della Casa Mainoldi e del Consigliere Delegato: "Ah. Capito. Caro maestro," disse con enfasi; "eccovi la prova che il mondo delle lettere  generoso e affettuoso. Che cosa credete che ci sia qui dentro? Ve lo dico io; un invito al pranzo di gala, che sar offerto a Cuordileone di Villalta dai suoi amici Mainoldi, nel trentacinquesimo anniversario della sua entrata nella Casa".
"Bravi tutti," rispose il maestro finalmente contento; "leggi pure."
Sapeva che non bisogna curiosare quando uno apre una lettera, e volse lo sguardo alla valle. Se no, si sarebbe accorto che Cuordileone impallidiva; smetteva di leggere e ricominciava; il respiro si faceva sibilante, il viso esprimeva lo smarrimento. Ad un tratto si scosse, respir una gran boccata d'aria, un po' di colore gli risal ai pomelli; ripiegata con cura la lettera, la rimise nella busta e nel portafoglio come una reliquia; poi a testa alta, tent di sorridere.
"La tua sorpresa?" domand il maestro.
"La mia sorpresa."
Il Parino rimase ancora qualche minuto a discorrere, senza far caso delle risposte a monosillabi di Cuordileone; poi salut per andare in chiesa. Cuordileone gli tenne compagnia fino all'uscita dell'aia con un sorriso che sembrava dipinto; diede incarico all'ostessa di scusarlo con Alessandro e Susetta, se quella sera non sarebbe comparso a tavola: non si sentiva bene; e risal nella sua stanza. Il passo sulle scale era lento e pesante.
Cammin un poco innanzi e indietro, toccando e spostando le due seggiole, quasi non sapesse se stare in piedi o seduto; poi, trascinatane una dinanzi alla finestra, sedette, prese dal portafoglio la lettera della Lombarda, e ricominci a leggerla. Leggeva con attenzione, quasi sillabando; aveva freddo; qualche volta davanti agli occhi salivano e scendevano sciami di puntini neri. La lettera, di tutti e due i Mainoldi, era piena di frasi riguardose, ma lo licenziava. S'apriva con l'enumerazione dei meriti di Cuordileone; c'era una eloquente mezza pagina, che lo rammentava prima a fianco del Vecchio Mainoldi, compagno nell'aspro lavoro iniziale, poi mntore discreto e amato dei figli giovinetti, perch raccogliessero degnamente l'eredit paterna. Quelle righe doveva averle scritte Raffaello Vanzi, direttore dell'ufficio di propaganda; portavano il suo sigillo, il tenero e caldo suono della parola, che nasconde l'indifferenza dell'animo. Appagato il ricordo e la gratitudine, i Mainoldi erano per costretti a manifestare il dubbio che Cuordileone, con la sua naturale nobilt, non si sacrificasse troppo; e, ligio al dovere, ancora vividissimo d'ingegno, non avvertisse il peso dell'et. I giovani padroni confessavano, a questo punto, il rimorso d'essersi accorti tardi del sacrificio che gl'imponevano. Questa seconda parte della lettera Cuordileone non riusciva a capire di chi precisamente fosse; era tirata via, ambigua in certi punti, dura nella finta cordialit: forse, del maggiore dei fratelli, freddo e spiccio. Alla chiusa, ricompariva Raffaello Vanzi. L'imbarazzo di dire a un compagno di tante fatiche: "vattene"; il lieve rimpianto del non veder pi ogni giorno, al posto usato, l'usata faccia; il senso d'abbandono, di solitudine, che sempre suscita la partenza d'un amico, perch qualche cosa di noi sparisce con lui, tutti questi sentimenti, insieme contenuti ed espressi, davano suono di dolore. Cuordileone vedeva il Vanzi, con la sigaretta in bocca, scrivere senza pensarci quella lettera di congedo; ne aveva scritte a decine; un festevole saluto all'amico che entrava, una risposta o un ordine alla signorina dell'ufficio; e intanto le parole fluivano piene di tremiti e di palpiti, e forse il Vanzi, soprannominato per il suo ufficio l'affossatore, in quei pochi minuti era commosso. La lettera concludeva che i giovani padroni, non osando comunicare a voce la loro risoluzione al vecchio amico (avrebbero troppo patito), gliela scrivevano; e che (la frase era sottolineata) qualunque sua richiesta economica era gi accordata. "Fatto," aveva certo esclamato a questo punto Raffaello Vanzi, deponendo la penna.
"Imbecilli. Tre volte imbecilli," mormor Cuordileone. "Vadano tutti al diavolo. Chi non mi vuole non mi merita. Vedremo che cosa sapranno fare senza me. Antonio? Un presuntuoso. Michelino? Un bamboccio. Riparleremo fra qualche anno di questo congedo. E se accettassi le proposte del Parenti, che da tanti anni mi sta alle costole per la nuova libreria?"
Si vide nella casa rivale, con gli amici che avevano abbandonato i Mainoldi per seguirlo; che smacco e che danno; ma il piacere della ritorsione svan. Non che rinunciasse alla vendetta; Cuordileone era, come l'aveva dipinto il Parino, molto meno mansueto di quanto non sembrasse, e accomodevole soltanto se gli accomodava. Ma, sicuro del male che poteva fare ai Mainoldi, gli bruciava di pi l'offesa sentimentale; e di quella, per un momento, si dolse.
"Perch mi trattano cos? Gli volevo bene;" mormor; ma queste parole erano appena uscite, che lev la testa, ringhiottendo qualche cosa che gli andava per traverso. "Non fare il ragazzo," disse. "Credi, alla tua et, agli affetti e ai servizi ricompensati? Ti avrebbero insegnato molto i tuoi sessant'anni. Vuoi sapere la ragione del tuo licenziamento? Sei vecchio, e non servi pi; sei vecchio, e ti hanno messo alla porta. Vecchio;" e canticchi con la sua vocetta stridula la parola due o tre volte, sul motivo del "Barbiere di Siviglia": "il vecchietto cerca moglie." Sorrideva, e provava un profondo sconforto. "Villanacci. Almeno almeno, avrebbero potuto avvertirmi pi cortesemente;" e rest un momento con lo sguardo fisso senza pensare. Gli faceva male il petto.
"Su, su," disse di nuovo; e si rizz sulla vita per mostrar chi fosse, a s e ai Villalta. "Avanti i migliori," aggiunse con l'altro motto della sua famiglia, che ne aveva parecchi; ma il sorriso si rapprese in una smorfia. "Cuordileone, saresti buono soltanto di consolare gli altri?" si ammon; e il rimprovero lo fece tornare l'uomo di prima.
L'offesa poteva dargli dolore, non meravigliarlo n irritarlo. Aveva sempre diffidato degli uomini in generale, mai di coloro cui voleva bene; curiosa contradizione di giudizio, causa di frequenti disinganni, che egli sanava mettendo chi l'aveva deluso o tradito con gli altri birbanti. Tutti eguali. "Grande sciocco; non sai che gli uomini sono questi?" si ripet; cercava di convincersi a domande e risposte, come alla scoletta. "Vedi per i presagi; i Romani avevano ragione;" concluse rammentando l'infausto arrivo ad Alliano.
Da giovane, ai primi rovesci di fortuna e alle prime delusioni, in uno dei sogni pi frequenti era travolto da una fiumana di gente per vastissime piazze; ad un tratto, in un vicoletto s'apriva una porticina, una stanzetta in ombra, il certo rifugio; e la fiumana continuava il suo cammino, mentre intorno tutto s'era rifatto tranquillo. Anche, in quella prima et, addormentandosi, lasciava sporgere dalla coltre la mano aperta, come se le cinque dita fossero cinque sentinelle: contro chi? contro tutti e nessuno, cos, per un istinto di difesa. Poi, la fuga dalla moltitudine, la guardia contro la mala sorte erano passati dai sogni e dal sonno nella vita, ed egli oramai, stava volentieri da s, trovava consolazione e forza soltanto nel proprio animo. "Medice, cura te ipsum," si disse anche questa volta; poi, per risentimento: "Stupidi;" infine, a ritorsione: "Stupido anche tu". Per aggiunse imparzialmente: "Chiunque altro avrebbe risentito la botta pi di me... Io non mi comporto male."
Ud uno scalpicco nella stanza accanto. La sera era succeduta al vespero; e Susetta e Alessandro, finito di cenare, andavano a letto. Susetta, graffiando pian piano l'uscio per non svegliare l'amico se avesse dormito, domand con un soffio di voce:
"Signor Cuordileone, dormi? O non ti senti bene? Se non ti senti bene, sono qua io."
Alessandro soggiunse che riposava con un occhio solo, e non pativa a essere chiamato. Alla risposta del vecchio, Susetta rassicurata mormor: "Buona notte;" e poco dopo le foglie di granturco d'un pagliericcio frusciarono e crocchiarono: Alessandro si coricava. Susetta non pes.
"C' della brava gente al mondo," si disse il vecchio; poi il pensiero che ci fosse, ma non per lui, di nuovo l'amareggi: un lampo. "E adesso che cosa farai?" si domand; e guard il cielo, dove le stelle si spegnevano in gran fretta, dinanzi alla luna che s'alzava. Ma qui il valente Cuordileone si alz ancora una volta contro il querulo. Uno dei racconti che gli erano pi piaciuti, quando leggeva libri stampati e da stampare, era d'un mafioso siciliano, che, squarciato il petto da un rivale, non s'umiliava; puntellandosi sulle mani, strisciando, perdendo il sangue a fiotti, sfidava ancora il nemico: "Uccidimi, non mi hai vinto".
Possedeva veramente il balsamo d'ogni ferita; e questa, o nessun'altra, era l'occasione di berne un sorso. "Su, Cuordileone." Rivide la cascina, che da tanti anni l'aspettava, e dove, glielo aveva assicurato due giorni prima la Gatta, tutto era pronto a riceverlo. Estate, per fortuna; e gli amici, i fratelli Chirone, il maestro Parino, il colonnello Bertone, il vicario d'Alliano e monsignor parroco di Villalta sarebbero venuti a far quattro chiacchiere con lui; nel pomeriggio, invece, egli avrebbe visitato Augustina e la signora Gonzllai. Gli piacevano il latte fresco e la frutta; l'orto fioriva d'ogni ben di Dio; le galline, credendo di nascondersi, salivano ad occhi chiusi la scala del fienile, per deporre l'uovo, ma egli conosceva i nascondigli. La sua magra rendita gli sarebbe bastata? Eh, soldi ne aveva sempre avuti pochi, ma a sufficienza; mai un centesimo di debito, suo padre ne aveva fatti tanti, che li odiava; poi i Mainoldi non sarebbero stati avari, pur di sbarazzarsi di lui. Infine, Alessandro non gli aveva proposto la societ per la coltura e l'esportazione delle pesche? L'affare, impossibile alla mattina, ora gli pareva pieno di promesse. "Oh, che vita prelibata, bella, bella, bella, bella," cant vittoriosamente riattaccandosi al "Barbiere", senza sforzare la voce, per non risvegliare Susetta.
Tutto era andato come doveva, vale a dire male; e con la tenacia d'un'esistenza delusa, il marchese, trovando sbarrata una via, ne apriva una nuova. Adesso, dallo sgabuzzino dei Mainoldi entrava in un gran palazzo, saliva lo scalone coperto d'un morbido tappeto, giungeva in una nobile sala, proprio da presidente di societ milionaria. L'usciere, un pezzo di uomo con un filettino d'argento al bavero e ai paramani, gli toglieva la pelliccia; poi, fatta una riverenza, in silenzio spariva. L'occhiata acuta del padrone: tutto a posto sulla tavola, i campanelli a portata di mano; bene, e Cuordileone si metteva al lavoro. Tempi difficili; quei coltivatori veronesi di pesche, specialmente, erano veri furbacchioni. Per smerciare il loro frutto non avevano inventato che dopo tanti secoli un pesco era rifiorito sulla tomba di Giulietta e di Romeo? e tutti volevano le pesche di Giulietta. Oh poesia: "Non la voce dell'allodola ti fer, ma del rosignolo, che tutta la notte canta su quel melagrano". Ebbene egli avrebbe riesumata dalla terra astigiana una tragedia dell'amore e della morte, da oscurare l'antica; in Italia tutti erano stati Capuleti e Montecchi. Pian piano non gli rimaneva della disgrazia, che un lievissimo sapore di salso in bocca.
La luna dominava il cielo e la campagna, le stelle erano scomparse tutte, il campanile d'Alliano suon l'una dopo mezzanotte. E, dalla parte di Torino, s'ud uno schiocco secco, che rimase a mezz'aria, senza strascico, come un colpo di castagnette. Poi un altro, poi un altro ancora; Cuordileone s'affacci a guardare.
Una favilla, in mezzo al cielo, s'accese e si spense, dileguando nel chiarore lunare. Ma subito, una seconda sprizz pi alta, e una terza pi bassa; immediata e rapidissima, una danza di lucciole rossastre s'insegu, mentre gli scoppi raffittivano. Non un lume nelle cascine, ma i cani cominciarono ad abbaiare: sulla campagna muta si trascin quell'abbao, come una catena.
Ed ecco, tra le faville lontane, calare dal cielo un vividissimo lume rosso. Scendeva lentissimamente, come trattenuto da un invisibile elastico; a volte pareva fermarsi, poi riprendeva la discesa. Un lume in tutto uguale s'accese toccando terra, e la collina del Pino appar netta. Un terzo veleggi pian piano verso il paese di Viale, poco distante da Alliano, dove cadde: parve impossibile che avesse tanto camminato; non tirava un filo di vento. Sempre pi gli schiocchi e le faville spesseggiavano sopra Torino. Sembrava notte di festa; il lume della luna dava un'aria candida a tutto quel fuoco; Cuordileone ricord il castello di Villalta la notte della pacificazione. Ma una gran vampata brill improvvisamente a fior di terra, irradiandosi nel cielo come un'aurora boreale; e mentre s'allargava e durava, un profondissimo boato, rotolando nel cielo, pass su Alliano e mor di l da Asti.
Gli Inglesi, venuti con gli aeroplani dalla loro isola, tentavano un'incursione su Torino; i cannoni della difesa antiaerea italiana cercavano di fermarli con muraglie di fuoco. Ogni tre o quattro notti, da qualche settimana, arrivavano i nemici, all'una dopo mezzanotte; rimanevano tre quarti d'ora sulla citt, scaricavano le bombe e ripartivano; tant'alto era il volo, che solamente gli strumenti ascoltatori percepivano il loro approssimarsi. In Alliano, i contadini, usciti da principio timorosi nelle aie o sulla piazza a guardare e commentare, a poco a poco s'erano abituati, e oramai schiudevano appena le finestre; scrutavano da qual parte sparassero, e una volta visto tornavano a letto. L'una e un quarto, l'una e mezzo, l'una e tre quarti; all'una e tre quarti, abitualmente, consumata la benzina, gli aviatori riprendevano la via del ritorno.
Alla finestra accanto apparve Susetta, sperduta in un camicione bianco che le chiudeva il collo e le nascondeva le mani; sembrava un angioletto senz'ali dei pittori antichi.
"Signor Cuordileone," disse, "pap si sta vestendo. Che cosa sono tutti quei lumi? Perch sparano?"
"Sparano? Te l'ha detto pap? No? E, allora sono fuochi d'artificio; razzi e girandole. Perch la gente dovrebbe sparare?  buona la gente ("proprio", disse pensando al suo caso); ha faticato tutta la giornata, e alla sera vuol divertirsi un poco. Peccato che svegli le bambine a nanna."
"Anch'io potrei essere l," disse Alessandro, comparendo alla sua volta, "e non ci sono; ma, se continua cos, dovranno pur chiamarmi."
"Pap, signor Cuordileone, l'avete veduta la stella filante," grid entusiasmata Susetta; " arrivata quasi fin sopra di noi."
"La stella filante? Susetta, tu non puoi capire ancora; ma fa un voto: "la bella stella filante resti sempre per aria come questa notte, amen". Alessandro vi do, intanto, una notizia. Questa estate rimarr ad Alliano; e, se mi vorrete ancora, sar presidente della vostra societ. Non mi giudicate volubile; come tutti i Napoleoni, mi adatto agli avvenimenti."
L'una e tre quarti. La ridda delle faville and a mano a mano rallentando, gli scoppi s'affievolirono; ancora un poco, e il cielo e la campagna si ridistesero, come se non fosse accaduto nulla.
Susetta disse, mezzo assonnata:
" stato bello, pap. Ma vedrai che domani mattina gli uccelli si alzeranno tardi."

 CAPITOLO 12.
Poich aveva deciso di rimanere ad Alliano, Cuordileone doveva prima di tutto assicurarsi che le stanze della cascina fossero in ordine; e stava per recarsi dalla Gatta quando nel cortile dell'"Osteria del Commercio" apparve Augusta Sammartino, seguita da Tonina. Ligia alle norme, quasi alle leggi di cortesia della nobilt, la contessa s'era mossa dal castello non pi suo, per restituire la visita a Cuordileone; offuscato l'antico splendore, i doveri dell'educazione erano rimasti eguali. Era a piedi, e invece del valletto in livrea le sgambettava dietro la serva, che, medicato un uccello in gabbia e ammirato il sorgere del sole, stentava a digerire un copioso caffellatte; ma nessun altro segno esteriore rivelava la decadenza, e il rispetto dei contadini per lei era profondo come una volta.
"Sono venuta a salutarti e a ringraziarti ancora, prima della tua partenza," cominci Augustina, e Cuordileone divent rosso; l'amica non sapeva nulla di quanto gli era accaduto. "Anch'io partir presto. I signori Gonzllai mi hanno ripregato di rimanere con loro; ma non so essere ospite dove sono stata padrona. E poi, mi pare un poco di vivere in mezzo alla tempesta: in questi tre giorni sono giunti e partiti ingegneri, pittori, giardinieri, domestici; e tutti hanno parlato di buttar gi qui, per tirar su l. La mia vecchia casa, che c' voluto tanti secoli a farla com'. Loro non hanno colpa, e sono stati perfetti a mio riguardo; pi di tutti mi piace Teresa, la signora Gonzllai, voglio dire, che  rimasta popolana;" e un lieve sorriso chiar che la signora non dimenticava la disparit del sangue. " per un gran peccato che tu parta oggi; avrei avuto tanto bisogno d'un tuo consiglio."
Cuordileone, al desiderio manifestato cos a proposito per lui, rispose: "Rimango."
"Grazie, no. Tu hai i tuoi impegni a Milano; non voglio che rinunci per me."
"Rimango per me."
"No, no," insistette Augustina; ma un lieve rossore le sal alle guance, e lo sguardo che fissava Cuordileone s'addolc. La premura del vecchio amico le dava piacere, forse pi che non volesse dimostrare; un sentimento, che aveva creduto affievolito se non mutato, tornava a commuoverla.
Quei due, che al cominciare della vita s'erano voluto tanto bene da arrischiare di rovinarsela con una grossa imprudenza, e al tramonto se ne volevano ancora tanto da chiamarsi, e subito accorrere nel bisogno, avevano provato durante lunghi anni, ognuno dalla sua parte, un diverso e profondo amore. Dopo le rivolte e i giuramenti della separazione, la giovent li aveva vinti; e l'antica passione, acquietandosi a poco a poco in tutti e due, era diventata affetto. Senza confessarselo, Augustina a Villalta e a Torino, Cuordileone a Milano, pur ricordando il passato, non si erano pi cercati; n l'uno, come una volta, era pi comparso d'improvviso all'altro, facendogli dimenticare ogni creatura e cosa, cambiando perfino il colore dell'aria. In quelle condizioni d'animo, poco prima della grande guerra Augustina aveva incontrato Roberto Cocconito della Rocca, tenente di vascello; e questo, per la giovane, era stato l'amore supremo. Dopo qualche titubanza, Augustina felice aveva lealmente confidato il nuovo sentimento a Cuordileone, con parole di gioia, e insieme di rimorso per il dolore che certo avrebbe causato all'amico. La risposta l'aveva stupita, e anche un poco delusa. Nell'ampio elogio che di Roberto, compagno di scuola, aveva steso Cuordileone, non era apparsa l'amarezza temuta dalla giovane, pur col rammarico d'averla suscitata. Ma l'uomo, come spesso succede, era stato meno sincero e meno coraggioso della donna. Anche lui s'era da poco innamorato di Cecilia Saletti, moglie dell'avvocato Saletti, il quale adoperava le molte doti della persona e dell'intelletto a far liete le spose altrui, e infelice la propria; ed era stato riamato. Soltanto alcuni giorni dopo la confessione di Augustina, quasi per riabilitarsi del silenzio non degno, il giovane, in una lunga lettera, aveva raccontato alla fanciulla le sue tormentose vicende, naturalmente tacendo il nome di Cecilia. Da allora, eguali nelle ansie e sciolti dalla finzione, l'uno era stato il discreto confidente dell'altra nelle poche consolazioni e nei molti dolori. Roberto aveva dovuto tornare presto alla sua nave, e poco dopo era scoppiata la guerra; ferito in uno dei primi combattimenti, era morto all'ospedale di Venezia; adesso riposava nella tomba di famiglia, al cimitero di Torino. Cecilia e Cuordileone s'erano invece amati dieci anni, senza pace, per via del marito, che un po' si fingeva amico del Villalta e un po' minacciava la moglie di vendette e di vergogne; poi anche Cecilia era morta, e la sua fine solitaria in una villa lontana, senza che l'amante avesse potuto raccogliere la parola e il saluto estremi, era stato lo squallido epilogo di quella triste passione; alla morte della poveretta, Augusta aveva conosciuto il suo nome. Scomparsi i due esseri cari, sopra il dolore dei sopravissuti era rigermogliato l'antico affetto, tranquillo questa volta, quasi pietoso. Di tanto in tanto, Cuordileone si meravigliava della capacit sua e di Augustina d'amare insieme due persone, se non con la stessa forza, almeno con lo stesso consenso, e senza rimorsi; Augustina filosofava meno. Forse, aveva amato Cuordileone pi di quanto questi l'avesse amata, e s'abbandonava meglio al sentimento rinascente.
Sembrava per al marchese che, lasciando credere ad Augustina di rimanere ad Alliano per lei, avrebbe offeso Cecilia. Aveva di questi scrupoli il brav'uomo, anzi tutti i suoi scrupoli erano di questa specie, scoperti e tenuti vivi da lui; le considerazioni e i giudizi degli altri gli davano poco fastidio. Disse dunque:
"Augustina, debbo farti una confessione. Penosa. Non  vero che io fossi una colonna della Casa Mainoldi. Non  vero che mi aspettano a Milano per festeggiarmi. Non so, quasi, se sia vero che ho vissuto trentacinque anni laggi.  vero, invece, che mi hanno congedato. Ieri m' giunta una letterina; e oggi, in quattro e quattr'otto, mi trovo senza impiego. Questa  la ragione per cui rimango ad Alliano, e posso darti tutti i consigli che vuoi... per quel che valgono."
"Oh," esclam Augustina, "impossibile. Chi pu essere tanto sciocco da privarsi d'un uomo come te?"
"Grazie dell'indignazione. Eppure  cos."
"Che cose e che gente. Ma," continu dopo un brevissimo esitare la Sammartino, "vuoi che ti confessi tutto? Non giudicarmi egoista. Ancora una volta la nostra sorte  simile e disgraziata. Io senza casa, tu senza impiego."
"E ti fa un certo piacere."
"E mi fa un certo piacere, per la somiglianza. Oh, che eresie mi fai dire."
"Anche tu, Augustina," pens il marchese, "prima te, poi gli altri;" dimenticando quanto possa esser caro spartire le pene, e anche le sventure, con una persona amata.
"Tonina," chiam la signora.
Invece di Tonina comparve con l'automobile Marziano, guidatore dei Gonzllai, che veniva a cercare Alessandro per condurlo al castello, secondo l'intesa del giorno antecedente. Al nome d'Alessandro, s'affacci Susetta con i capelli tirati su alla svelta, un grembiulino bianco, e la spazzola in mano; sorpassava di poco il davanzale, e per rispondere a Cuordileone, che si meravigliava di vederla, sal su uno sgabello.
"Sono alzata da molto tempo, faccio io la prima pulizia. Pap  uscito da pi di un'ora; ma mi ha detto dove si poteva trovare. Dal calzolaio. Ha le scarpe rotte."
Il guidatore schizz alla ricerca dell'uomo dalle scarpe rotte; la Sammartino s'accinse a tornare a Villalta, Tonina, ad una nuova chiamata, usc dall'osteria, dove Filomena le aveva fatto bere un bicchierino di grappa, perch digerisse. Cuordileone, rimasto solo, si ripet di mala voglia:
"Andiamo dalla Gatta."
Due giorni innanzi la strada gli era parsa breve e allegra; ora la trovava faticosa e brutta. Le vacche, comparendo tra le siepi a soffiargli in faccia, sporgevano una testa smisurata, dai grandi occhi molli pieni di ciglia; nascosto il corpo dietro ai rami e alle foglie, le teste parevano messe in bella mostra, come sulle mensole delle macellerie. Mosche e calabroni gli servivano da battistrada, e salivano e scendevano dandogli la stessa noia dei puntini neri danzanti dinanzi alle sue pupille, quand'era troppo stanco.
Nell'aia, la madre e la figlia, vedutolo venire da lontano, avevano continuato a sgusciare i fagiuoli, quasi che dall'ultima volta non avessero mai smesso; lavoravano cos intente, che quando egli le salut, levarono insieme la testa, spaventate. Col piacere di riuscire sgradito, Cuordileone le avvert che fra pochi giorni sarebbe venuto ad abitare alla cascina.
"Impossibile," risposero all'unisono la madre e la figlia, facendo dal basso arrampicare sul padrone uno sguardo vago, che scivolato dalla persona nella campagna si perdette all'orizzonte.
"Perch impossibile?" domand Cuordileone.
La Gatta rimase ancora immobile, con le mani ferme sui ginocchi; infine, parlando a qualcuno che non era presente, spiccic:
"Non  pronto."
"L'altro ieri tutto era in ordine."
"Posso aver detto questo?" domand amareggiata la Gatta, rivolgendosi alla figlia. "Non conosco le stanze? Non ci entro sempre a dar luce, a spolverare? Parla anche tu, Giovanna."
"Sar come dite," rispose Cuordileone, "ma voglio vederle."
"Oh, subito," esclam la vecchia. Quando, per, aperta la porta senza bisogno della chiave, perch era chiusa soltanto col saliscendi, fu entrata, un altro "oh" le usc di bocca. Sulla tavola della sala da pranzo, proprio nel mezzo, due bicchieri sporchi di vino fiancheggiavano una bottiglia vuota.
"Oh," ripet la vecchia, fissando gli occhi aguzzi in quelli della figlia, e, seguita dai due, sal trotterellando alla camera da letto, dove per la quarta volta esclam: "oh". Qualcuno s'era coricato da poco sul letto; la coperta a fiorami e i cuscini apparivano ancora gualciti. Cuordileone indovin un imbroglio; ma le donne, dopo un duello d'occhiate si erano rifatte imperscrutabili, ed egli le conged per risparmiarsi il disgusto delle spiegazioni. Le vide scendere in silenzio, e ripigliare nell'aia l'immobile atteggiamento.
"Svergognata," disse la madre, quasi senza muovere le labbra.
"Taci, ti sente," rispose allo stesso modo la figlia.
"Ho capito tutto."
"Non hai capito niente; taci."
Cuordileone, rimasto solo, si guardava intorno, e i bei mobili che erano stati della madre, in quelle stanzacce appena intonacate e imbiancate, gl'ispiravano malinconia. Peggio, se girava gli occhi sul podere. Le due vigne, il campo, i prati che circondavano la cascina erano aridi e mal tenuti. Le viti, coperte di foglie rinsecchite e accartocciate, portavano grappoli che parevano rosi dalla lebbra. Il poco grano era stato tagliato; ma le piante lunghe e magre del granturco avevano una pannocchietta tutta barba, bacata, che pure faceva piegare da un lato il gracile stelo. E i prati sembravano teste tignose; il terzuolo ci cresceva a chiazze, e fra il verde sporco dell'erba appariva la terra gialla; qualche gallina ci razzolava dentro, senza trovar cibo. Soltanto presso alla casa, tra i filari, qualche pesco o susino era maturo, o cominciava a maturare; e i colori rossi o morati dei frutti rallegravano un poco la trascurata povert circostante.
"Svergognata," ripeteva la vecchia di sotto. "Con un morto di fame."
"Taci, ti ho detto. Vuoi rovinarmi? S' affacciato, e ascolta."
"Cuordileone," si ammon il marchese; "ricordati dell'Amiel: "il paese  uno stato dell'animo," e tu, oggi, hai l'animo esulcerato."
Il cane Floc abbaiando a strozzagola cambi corso ai suoi pensieri. Questa fu la volta del dottor Chirone, di suo fratello notaio e d'un altro signore, che, dal fondo dell'aia, chiamarono in coro: "Cuordileone;" in mezzo a loro un giovinotto, vestito da ufficiale aviatore, sventagliava da ogni parte braccia e gambe, e pareva averne cento, come una divinit indiana. Quando il marchese fu sceso, il terzo signore grid: "eia, eia, alal," abbracciando l'amico; era il colonnello di cavalleria a riposo Cesare Bertone, che nei giorni antecedenti si trovava ad Asti. L'aviatore si present al marchese, che lo riconobbe: Livio, figlio del dottore, considerato figlio dal notaio e dalla signora Giorgina sua moglie, e figlioccio dal colonnello; come si vede, propriet un po' di tutti, e anche degli Allianesi, che quando passava venivano sull'uscio a indicarlo: " Livio." Era scappato a godere due giorni di licenza, perch stava per partire con la sua squadriglia; non sapeva bene dove andasse, ma in missione speciale, di l dal mare, forse a Rodi; e gli occhi gli brillarono.
" proprio il mio figlioccio," disse il colonnello, ripigliando con Cuordileone e con gli amici la via del ritorno, dopo avere invitato per la mattina seguente il marchese ad un pranzo in onore di Livio. "Ai miei tempi gli uomini di fegato s'arruolavano in cavalleria. Quando a squadroni spiegati sonava la carica, una manata sull'elmo per cacciarcelo in testa, la spada in linea, e il grido di "Savoia". Rammenti, Cuordileone?"
"Rammento. Ma altre guerre, altri tempi."
"S, tempi passati, padrino," annu con indulgenza il giovinotto, "tempi di cavalli. Io non avrei potuto essere che aviatore."
"Oggi, i ragazzi," conferm il padre, "nascono aviatori. Questo birbante fino dal liceo cominci a dire: Che bisogno ho di sapere il latino e il greco? Io voglio volare. Voler come un piccione sulla testa di tutti gli sgobboni, e..."
Il notaio rise con grande strepito, immaginando Livio volare come un piccione sulla testa degli sgobboni, e...
"Volare, volare," interruppe Livio con un po' di malumore. "Finora due volte sole sono riuscito a sganciare qualche bomba: su Marsiglia e sui trinceramenti di Mentone. Ci sono compagni nostri, in Africa, che volano ogni giorno. Speriamo che adesso ci adoperino; se no la guerra finisce senza di noi."
Nelle tranquille parole, il volo diventava abitudine d'ogni giorno, e la guerra appariva semplice. Si partiva carichi di munizioni, si arrivava su una citt o una fortezza, si sganciavano (gli aviatori dicevano cos) le bombe sui bersagli, si ritornava; tutto comune, naturale.
"Ah no, ah no," esclam Cuordileone; "signor tenente non facciamo le cose troppo facili. Ad ognuno il suo. Noi non siamo vecchi," disse rimbeccando ancora una volta lo scrittore della lettera, "il nostro dovere abbiamo sempre cercato di compierlo, ma non pretendiamo, noi uomini della terra, di considerarci vostri eguali. Giovinotto, pensate a un viaggio nostro a Roma, soltanto a Roma. Che impresa. Lo studio dell'orario, la preparazione della valigia, il berrettino dentro, la corsa al posto d'angolo, la colazione al ristorante, la noia dello spiffero d'aria; mio Dio, sei ore, mio Dio, tre ore; non si arriva mai, come  distante Milano da Roma, d'ora innanzi prima di viaggiare ci penser dieci volte. Da ogni parte una corda che ci lega alla nostra sedia, alla nostra tavola, al nostro letto. Voi, invece, pf! montate nella carlinga, perdete la legge di gravit, girate come una cometa nel cielo; o povero cielo, come dev'essere mortificato. Ci scommetto che non lo guardate mai, anche se  una sera da far piangere di commozione; v'importa soltanto sapere da che parte tira il vento."
"Non dobbiamo mica piangere, dobbiamo volare."
"Ben detto. E le stelle vi servono per fare il punto, ma non credete che dentro ci palpitino le anime delle persone amate. Beati voi. Non avete voluto imparare la geografia a scuola, e trovate facilmente i paesi pi strampalati; non la storia, e unite i popoli pi diversi, se non li riducete in pezzettini; non la poesia, e quando scendete dalla carlinga e dite "eccoci", tutti diventano poeti e vi saltano al collo. Evviva."
"Evviva," grid Livio; "vi dedicher il primo aeroplano nemico abbattuto. Quando riceverete una cartolina col numero 1, ricordate il significato. Con i nostri adoperiamo un linguaggio segreto."
"Ma," esclam a questo punto il padre, che lo covava con gli occhi: "Che cos'hai al mento? e al braccio?"
"Niente. Non ha importanza. Ho ribaltato ieri. Ancora dieci chilometri, e arrivavo a casa; invece un inceppamento al motore. Per non andare addosso a due contadini che falciavano, ho sfasciato la macchina in un campo."
"Ha sfasciato la macchina," bisbigliarono l'uno all'altro il padre, lo zio e il padrino, costernati.
"Ma non mi sono fatto niente. Dunque  inutile spaventarsi."
"Non s' fatto niente,  inutile spaventarci," ripeterono i tre, rassicurati. Ma il padre soggiunse: "Per un poco di prudenza..."
Erano giunti in piazza, i ragazzi schiamazzavano intorno a Livio, che rispondeva col solito "oh, oh," quando rispunt da Villalta l'automobile del signor Gonzllai; grandi andate e ritorni quella mattina. Alessandro salt gi, per dire al marchese che il signor Gonzllai, col quale aveva avuto il colloquio fissato la sera precedente, desiderava di parlare anche a lui. Ma nel veder Livio gli brillarono gli occhi; gli domand a che squadriglia appartenesse, dove aveva il campo, quali erano i suoi compagni, che in parte conosceva; e per un momento, non si cur pi di nessuno. "Se potessi venire presto con voi," concluse con la mano nella mano di Livio, e questi gli rispose: "Venite, c' lavoro per tutti". Poi si salutarono come se fossero cresciuti insieme, e il giovane ufficiale si avvi a casa. "Avrai fame," disse ai primi passi il padre al figlio; il quale rispose: "Ho fame e sonno; in due giorni ho dormito tre ore; ma non ha importanza". Molti uomini e molte cose, dedusse Cuordileone, non dovevano avere importanza per il giovane Livio Chirone.
"Mi permettete di passare dall'osteria, a prendere Susetta?" domand Alessandro al marchese. "Chi sa quanto si sar annoiata, povera piccina. Per istrada vi racconter: forse  la volta che poso la valigia e mi fermo."
Raccolta Susetta, niente affatto annoiata, perch "aveva avuto molto da fare", Alessandro narr il colloquio della mattina, cominciando dalla notizia pi importante per lui: il signor Gonzllai gli aveva offerto il posto di segretario. Per un momento, Alessandro aveva avuto qualche dubbio circa la propria bravura letteraria; ma s'era detto che la fortuna  degli audaci, e che, alla fine, chi sarebbe stato il suo censore? il signor Gonzllai, il quale ne sapeva meno di lui. Il meglio della proposta, tuttavia, era nell'invito della signora Gonzllai di tener Susetta con s al castello; Susetta, che cercava in ogni donna un poco la mamma, sarebbe stata felice. Che bizzarra famiglia, per, quella dei Gonzllai! Fra tanta ricchezza, la signora Teresa era triste, il signor Gonzllai scontroso e quasi ruvido, e, da quanto aveva udito la mattina, la cagione della tristezza e della scontrosit era la figliuola. Dopo l'apparizione del giorno innanzi a Villalta, Gloria a Torino s'era risentita male; e il signor Gonzllai, tornando in gran fretta dalla citt, aveva annunciato che all'alba aveva dovuto essere ricoverata nella casa di salute del dottor Ferrari. Il grande chirurgo aveva per il momento rassicurato il padre: non c'era bisogno della sua opera; ma i genitori volevano ripartire nel pomeriggio, per essere prima di sera al capezzale dell'ammalata.
"Poveretta, con quel suo viso, con quei suoi sogni di poesia," mormor Cuordileone.
"Oh, s, poveretta," esclam Alessandro; ma non fin quel che aveva nella testa.
"Pap," disse la bambina, fissandolo con i grandi occhi azzurri, e il mento le trem, come sempre, quando le parole le uscivano dall'anima; "mi lasci dire una cosa?"
"Che cosa, Susetta?"
"Troveremo al castello la signora Augusta? A me piace tanto."
Alessandro rispose di s, e la mano che aveva teso verso la piccina ricadde lentamente.
"Allora, addio la nostra societ per la raccolta e l'esportazione delle pesche," esclam Cuordileone guardando di sfuggita il padre e la figlia, e mutando discorso. "Alessandro, ma che cosa far il vostro povero presidente, senza impiego?"
"Un uomo come voi, in qualunque posto vada, a qualunque affare s'immischi, sar sempre presidente," rispose Alessandro. " importante invece per me, che noi due restiamo insieme. Dove siete voi, tutto va per il meglio."
"C' forse qualche esagerazione nell'apprezzamento della mia fortuna," disse Cuordileone, sorridendo a quest'altro candido egoismo. "Forse, proprio ieri  apparsa nel mio cielo qualche nuvoletta..."
"Oh," insistette allegramente Alessandro, perch parlava d'altri; "passer."
"Passer; le nuvole del cielo altrui passano sempre; e alla peggio inzuppano chi c' sotto. Ma anch'io sono contento di rimanere con voi e con Susetta, signor segretario particolare. Vi aspetteremo."
"S, pap," conferm Susetta; che non sembrava per del tutto lieta.
Nel salone del castello li ricevette il signor Gonzllai, col suo barbarico viso che il sole e il vento avevano lavorato al pari d'una roccia. Guardava ad occhi fondi e fermi, non si muoveva; ritto nel mezzo del salone appariva gigantesco. Dal parco giungevano le voci della signora Teresa e della Sammartino, alle quali in breve s'un quella di Susetta.
Il signor Gonzllai fece sedere i due visitatori, ma continu a passeggiare lentamente dinanzi a loro. Ripet che aveva pregato Alessandro di fargli da segretario, domand a Cuordileone di concedergli la sua amicizia e di confortarlo con i suoi consigli, per conoscere la gente e le cose d'Italia, dimenticate o mutate nella lunga assenza. A poco a poco le voci delle tre donne s'erano affievolite; si ud ancora il sommesso riso di Susetta, poi, per un minuto, fu silenzio intorno ai tre uomini.
Sulle Alpi, dalla parte del Moncenisio, il sole scendeva appoggiandosi ad una lunga esilissima nuvola, che filettava di vermiglio. Il disco sfavillante gettava intorno innumerevoli puntini incandescenti, i quali s'allargavano in cerchi luminosi sempre pi ampi e gialli; due enormi fasci di raggi rompevano quei cerchi, folgorando la terra. Azzurra era diventata la terra, dalle colline prossime pi cupe alle lontane e sfumate; azzurra e fredda. Un sottile vento faceva sonori i pioppi e i platani; un odore forte di fiori e di prato saliva dal giardino del vescovo. E nel giardino, come tre giorni innanzi, monsignor vescovo passeggiava con monsignor curato di Villalta; e, ad ogni giro, il curato, agitando il bastoncino, ripeteva la sua corserella attorno al vescovo, per rimanergli a sinistra.
Il signor Gonzllai proseguiva lentamente il discorso. Pareva strano che si aprisse con quell'abbandono a gente conosciuta da poco, lui cos restio a confidarsi anche ai propri; ma, in fondo, discorreva con se stesso. Il suo era il monologo, inavvertito e necessario, dei solitari potenti, col quale, come i marinai in una lunga traversata, fanno di tanto in tanto il punto della loro vita, per sapere dove sono; un riepilogo breve, senza le spiegazioni che dovrebbero dare ai cari, delle vicende e delle passioni pi profonde e gravi, non molto numerose forse, ma cos gagliarde, da rivivere piene ad ogni parola. In fondo, il Gonzllai vecchio e ricco era rimasto il pastore della Sila, che sotto il faggio, mentre le pecore brucano all'ombra, con un coltelletto da due soldi scolpisce il bastone tenace, e ad ogni scheggia che vola via, f nascere un uccello o un fiore inusitati, e pi vivi dei veri. Anche ora, nel colloquio, placava un'intima ansia.
Sorgeva cos dal rotto discorso la casa antica nella pietrosa Scilla, fra cielo e mare; e, nella casa, la madre, che non aveva mai voluto abbandonarla. Perch disertare? La donna vedeva alla bella stagione sotto il fecondo sole ammorbidirsi e quasi fondersi la terra, sentiva il calore salirle per le membra; seduta dietro l'impannata della finestretta udiva nell'inverno passare i venti dei due mari, liberandosi sui monti e sulle valli, per volar meglio, degli enormi mantelli di neve. La casa era di mattoni non cotti, col pavimento di terra battuta, grigia tra il grigio, come il marito gliel'aveva lasciata, ma a poco a poco dentro s'era fatta opulenta. Per la liberalit del figlio, i prosciutti e i lardi pendevano dalle travi, i dogli dell'olio si allineavano nella cucina, e, nella stanza grande, s'ammucchiavano i sacchi di grano e di granturco; un odore aspro e cordiale ne emanava quando s'aprivano le porte e le finestre. Intorno, si succedevano gli uomini, gli avvenimenti e le cose; tra essi la fanciulla s'era fatta sposa, poi madre, poi vedova e sola. Salivano al monte a primavera i pastori, i boscaioli, i carbonai con gli asinelli, i cani, le donne e i bambini; un bel giorno di marzo comparivano strependo rndini e rondoni, rifacevano il nido dell'anno precedente, e, un altro giorno di settembre, tutto a un tratto, sparivano; dopo il giallo del grano rideva nella campagna il rossastro dell'uva. Intanto sulla costa, dove il verdissimo mare s'orlava di spume, correva infaticabilmente il treno; la Sila, coperta di nuvole o di sole, pareva sostenere la terra e il mare, piantata nel mezzo. Immobile, la vecchia viveva con le cose passeggere, godendo al paragone la lunghezza della propria esistenza.
Il signor Gonzllai disse:
"Io somiglio molto alla mia madre. Sempre glielo promisi: "madre, io sono il tuo figlio, il sangue tuo". Mi metteva la mano sulla testa: "Dio ti benedica, figlio mio"."
Nelle parole di Corrado il padre non si scorgeva; come in molte genti primitive, la madre contava nella casa, e imprimeva il segno al figlio. Pareva, guardando questo, di riconoscerla, con la dura mano ancora alzata a benedire, mentre le ombre si raffittivano; era la padrona, la reggitrice; taciturna come il suo ragazzo, e schiva. Aveva lavorato tutto il giorno; nessuno riusciva a portare sulle spalle tanta legna su per i sentieri della montagna quanto lei; giungeva, scaricava il fastello, non moveva lamento. Ma una sera, senza motivo, improvvisamente si metteva a raccontare qualche storia, quasi sempre di terra lontana; e sembrava che vedesse i luoghi e li cantasse in sogno. Tant'anni prima, nella sua famiglia, giovani e uomini erano partiti per un paese di l dal mare, detto America, e non avevano pi dato notizia di s; ad un tratto gli scomparsi sembravano chiamarla. Forse anche rinasceva l'istinto dei pastori errabondi, che seguono il corso delle stelle, o del fiume che meglio fa crescere l'erba nei prati; il cammino  lungo e aspro, ma l'ansia di libert grande, e il bisogno d'ogni giorno apparecchia e tempra alle avventure meravigliose. Il bambino doveva avere ereditato quella brama infrenabile d'andare; guardava le cose vicine e non le vedeva, sentiva le distanti e sconosciute. Un giorno aveva detto: "mamma, io debbo partire," e la madre aveva risposto: "buono, figlio mio, e Dio ti protegga sempre."
Ora il signor Gonzllai raccontava:
"Scendemmo alla stazione. Mia madre mi serrava la mano, sempre pi forte, non parlava pi. Avevo il vestito della festa, portavo una valigia legata con una corda, dentro dicevo: "no, no;" non volevo pi andare. Quando il treno si mosse, io fra i contadini piangevo; mia madre url: "Corrado," spalancando lo sportello. La gente gridava "gi, gi;" il conduttore l'afferr per la vita; bestemmiava. La mia madre urlava sempre pi forte: " il mio figlio;" s'attaccava alla maniglia; io rispondevo: "mamma, mamma;" mi tenevano stretto, perch non mi sfracellassi; il treno correva..."
Vivo e straziante era rimasto nell'uomo il ricordo della separazione. Incitato dal grido selvaggio: " il mio figlio," il signor Gonzllai aveva percorso le vie della terra. La fatica, la miseria, i nemici erano stati vinti da una tremenda forza intima; ed egli aveva lavorato giorno per giorno, nell'adorazione del tempo trascorso, nel desiderio del tempo avvenire. Come il marchese di Villalta, ma preso tutto dall'azione, era un fuggitivo della realt attuale; anche lui sormontava e domava le difficolt e i dolori quotidiani chiudendosi nel ricordo, o guardando lontano. I casi, i paesi, le genti fra cui viveva risuscitavano il monte, il paese e gli uomini duri e silenziosi della memoria; e ogni volta il paragone accendeva la volont di far di pi, di trionfare meglio. Ricco oramai e potente, le fatiche, le delusioni, i dolori provati gli bruciavano dentro come nei giorni della lotta; risentiva quasi un rancore contro tutti, disprezzava tutti; non era benevolo nemmeno con s.
"Ne ho patito fame: grande fame, fame enorme."
Sembrava che rigustasse la fame patita.
"Ne ho fatto mestieri; mestieri da bestie, mestieri enormi."
Sembrava che un carico disumano gli schiacciasse ancora le spalle.
"Una fortuna sola ebbi, grande. Teresa. La mia Teresa. Lei e mia madre." Poi, aggiunse sospirando:
"Ho anche una figlia. Ammalata."
Fu un re che si leva il mantello e la corona, e mostra il suo corpo, segnato dalle piaghe comuni alla povera gente.
"Questa mia figliuola vuol godere la vita; la beve come un'assetata. Voglio dirvi io la verit; tanto voi, signor Alessandro, dovete vivere con noi, e voi, marchese, ci vorrete essere, spero, amico; e mi piacciono le cose chiare. Avete veduto ieri Gloria. Chi poteva eguagliarla, da bambina e da giovinetta? Era davvero la mia gloria. Oggi, nella casa di salute, i medici sono impensieriti: non sanno se debbono di nuovo operarla, o no. Teresa ed io siamo abituati a queste angosce. La nostra figlia fa quel che vuole, abusa delle proprie forze, poi sconta le imprudenze. La volont e il coraggio di sua madre e mio li adopera per rovinarsi. Beve; peggio, si eccita con droghe," soggiunse dopo una breve esitazione. "Se anche tacessi, indovinereste presto la sua abitudine."
La sofferenza scavava ancor pi i lineamenti del signor Gonzllai; la voce gli usciva come da una maschera.
"Povera figlia mia. Conosce il male che si procura, il dolore che ci d; questa mattina, con gli occhi mi chiedeva perdono: io la capisco,  sangue mio. Ma continua. A Nuova York c' stato un tempo che le bambine della sua condizione studiavano musica e danza. Ha conosciuto Isadora Duncan, Anna Pvlova, la Korsvina; ha vissuto vicino a loro; la nostra era la casa dei poeti, dei musicisti, dei ballerini. A vent'anni ha sposato un bravo giovane, italiano anche lui, ingegnere, il mio braccio destro. Si adoravano, ma per quella sua passione, che il marito non pu tollerare, un anno dopo erano separati."
Sulla faccia del signor Gonzllai il dolore passava come una gran nuvola su un paese, che rapidamente s'ottenebra, e appena appena qua e l lascia intravedere un particolare tra un chiarore livido. Di tanto in tanto stringeva le labbra fino a mangiarsele, come chi stia per piangere e non voglia; in quella smorfia appariva bizzarramente e quasi spaventosamente ragazzo.
"Il marito ha la sua ragione, non posso negargliela; l'ho tenuto con me, mi rappresenta ancora adesso a Nuova York. Ma non posso nemmeno abbandonare mia figlia. Da quando  scoppiata la guerra si trascina, sembra rialzarsi, poi ricasca. Vuole dar vita in Italia a un teatro, dove la grazia coroni il valore e il sacrificio, come nell'antica Grecia, dice; e da questo nostro strazio presente trarre la poesia e la pace.  un bel sogno, o una impresa possibile, non voglio sapere. Ma so che debbo aiutarla e difenderla, e perci ho pregato voi, signor Alessandro, di farmi da segretario. Quando sar guarita, quando ricomincer a correre e a ridere, voi dovrete consigliarla e guidarla nelle trattative con i poeti, gli architetti, i musicisti, con tutti coloro che Gloria chiamer, e che cercheranno d'approfittare della sua inesperienza. Io parlo da uomo d'affari. Vi do carta bianca."
Si avvicin ai due, quasi per confidarsi meglio; e la sua voce divent appassionata.
"Avete capito anche voi, che devo darle l'illusione della felicit. Chi l'ha fatta com'? Ha chiesto lei di nascere con quell'animo e quella mente? Teresa non ha colpa; la febbre che consuma mia figlia deriva da me. Gloria e io apparteniamo alla razza degli emigranti, che non si contentano della strada percorsa e del rifugio trovato. Ma io sono di pietra, e lei di vetro; io le ho dato il mio spirito, non il mio corpo. Se la guardo, se l'ascolto, mi mangia dentro la piet di lei e, pi ancora, della madre, che  innocente e soffre pi di me. Vivo col mio rimorso; mia figlia , ed io l'ho tradita. Non l'ho fatta come mia madre ha fatto me; non le ho trasmesso quello che ho avuto. Quando dal suo letto di dolore mi guarda, come per dirmi: "perch sono qui a soffrire?" le domando perdono d'averla generata."
Continuava immobile il monologo, ritto sulle gambe un po' aperte, quasi per resistere pi saldamente al tormento; e, nella fatica di trovare e d'adattare le parole, nella tristezza e nella solitudine che gli si erano strette intorno, una torturata grandezza emanava dal corpo male abbozzato, dall'animo primordiale. Alessandro, stupefatto, ad ogni accenno vedeva sfolgorare, sempre pi affascinante, quella bella creatura cos diversa da sua moglie e dalle donne che aveva conosciute. Ma Cuordileone fu commosso dalla selvaggia nobilt del padre, che aveva tanta piet per gli esseri che amava, e non ne chiedeva per s, quasi ammettendo la sua colpa. Dimentico dei propri dispiaceri, fece suonare la fanfara di riscossa, si lisci i baffetti e si butt a salvare l'uomo che si dibatteva nel fiume, come pu fare un passante generoso, che per far presto non si leva n giacchetta n scarpe.
"Signor Gonzllai," disse "oggi  giornata di farfalle nere."
Con la mano a coppa raccolse nell'aria immaginarie farfalle, e aprendola e librandola fece svolettare lo sciame nella stanza; sorridendo, segu il suo salire e il suo scendere, lo ammir e lo fece ammirare; torn per un momento il prestigiatore dei salotti, Pinetti o Bartolomeo Bosco.
"Siete triste, oggi. Volete sapere perch? Perch avete troppa immaginazione, come vostra madre, del resto, come vostra moglie, forse, come vostra figlia, certo. Nessuno vi ha ancora detto questo? Credete d'essere un uomo d'affari, infitto, come si dice, nella realt? Io invece vi ripeto: voi e vostra figlia avete troppa immaginazione. Malattia di famiglia, non comune. C' in questi tempi una grande aridit d'immaginazione nel mondo; gli Italiani, poi, ne hanno sempre avuta poca. Ma, se bisogna avere immaginazione, non bisogna averne troppa. O, se  troppa, bisogna lasciarla sfogare."
L'ometto sembrava un David, che con la fionda della parola corresse intorno a un Golia, in cerca del punto vulnerabile.
"Vostra figlia vuol fuggire dal tempo presente, che le sembra brutto, e sogna la danza, i fregi del Partenone, la Grecia antica; lasciatela fare. Per quel sogno  diversa da tutti, e, nei suoi giorni buoni, cos felice, come nessun altro legato alla realt. Voi, invece, la vostra immaginazione vi rappresenta in mille modi il vostro paese. Ogni giorno, ad ogni impresa, ad ogni vittoria, partite dalla vostra casa di Scilla, riudite il grido di vostra madre alla stazione; la terra intera, per voi, esce dalla Calabria.  meravigliosa la vostra Calabria. Io sono stato a Scilla, la conosco;  un paese incantato. Volete che vi racconti il mio viaggio? Una povera giovane di genio, che molte volte non riusciva a mangiare, e dava il suo corpo a chi lo voleva, quasi per rivolta alla miseria e al dolore; una creatura di quelle in cui combattono il bene e il male, la bellezza e la bruttezza, il sacrificio e il vizio, e rimangono sempre con uno sconsolato desiderio di bont e di candore; uno di quegli strumenti stupendi che riproducono il canto dolce o il grido straziato con la stessa meravigliosa intensit e nettezza, ci aveva mandato un libro, scritto come poteva lei: ingenuo, feroce, disperato, umano. Non aveva vestiti per venire a Milano, andai io a trovarla. Dopo un lungo viaggio, una mattina, sulla costa calabrese mi destai di soprassalto. Di faccia a me sullo scoglio, il castello di Scilla, ciclopico, intorno un gran bosco di castagni, lontano il cielo e il mare palpitanti; e luce dappertutto: quella luce prodigiosa, che sorregge chi cammina. Ebbene, signor Gonzllai, voi avete ragione d'attingere volont e forza nella visione del vostro paese; come vostra moglie nel ricordo della giovinezza, Alessandro nell'amore della moglie morta, e Susetta nelle fate. Tutti abbiamo il nostro trampolino, dal quale, quando non possiamo pi contenerci, ci buttiamo a volo, lungo o corto. Benedetta la fantasia pietosa, liberatrice dei mali che gli altri ci fanno, e di quelli che noi stessi ci facciamo..."
Ma le ultime parole uscirono smozzicate, quasi a sbalzi. Cuordileone si guard attorno, smarrito. Il viso era diventato d'un pallore cinereo, goccioline di sudore spuntavano rapide sulla fronte e vi si rapprendevano; al respiro breve e stridulo, i lineamenti si scomponevano. Si adagi sulla poltrona, fece l'atto di sbottonare il colletto; ma sorrideva senza paura.
Il signor Gonzllai volle chiamare Marta perch portasse un cordiale, Alessandro sorresse la testa dell'amico.
"Niente... non  niente... un poco di mal di cuore... appena un poco... roba da niente... Questi giorni..."
Respir pi a fondo, una goccia di sangue gli riflu agli zigomi, l'occhio si rischiar.
"Questi giorni sono stati avventurosi; direi turbolenti, se la parola non fosse grossa... Ma tutto sta per passare...  gi passato. Vi domando scusa. Un uomo educato non dovrebbe dar fastidio a nessuno."
...
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...
FINE Parte 1.